Il Superuovo

Dal padre descritto da Freud a Luca Trapanese

Dal padre descritto da Freud a Luca Trapanese

Essere padre: da Freud alle nuove ricerche sull’attaccamento

La figura paterna è stata protagonista di una non indifferente evoluzione negli ultimi anni. La psicologia è testimone di questo cambiamento. Già Sigmund Freud descriveva il padre come indispensabile per diverse ragioni: l’elaborazione del conflitto edipico e lo sviluppo del Super-io, per esempio. Nell’ottica freudiana però questa figura attua le sue funzione grazie alla sua fermezza, come se fosse il giudice delle azioni del figlio, un inarrivabile idolo che dispensa saggezza e punizioni. Questo è il padre “vecchio stampo”: dedito al lavoro, al mantenere la famiglia, a dare il giusto esempio d’integrità e di mascolinità ai figli; un uomo lontano dalle cure parentali affidate invece alla madre.
A causa di questa raffigurazione della figura paterna, gli studi successivi sullo sviluppo del bambino si sono concentrati sull’osservazione della diade madre-bambino; John Bowlby fu il primo a dare un nome a questa relazione, riconoscendola come una vera e propria base sulla quale si costruirà successivamente l’emotività del bambino. Bowlby elabora la teoria dell’attaccamento che verrà poi approfondita da Mary Ainsworth che, a sua volta, contribuirà al suo sviluppo grazie ai suoi metodi sistematici di osservazione, agli strumenti e alla scoperta dei diversi stili di attaccamento.

Padre

Le ricerche e gli studi incentrati sulla teoria dell’attaccamento (come le pratiche della strange situation) hanno spesso escluso il padre dalle prove sperimentali. Oggi però, vista la rivalutazione del ruolo paterno e la sua trasformazione, è stato necessario rimettere mano a questi studi e domandarsi: che ruolo ha il padre nello sviluppo del bambino? 

Chi definisce cos’è un padre?

Per essere padre è necessario avere una compagna? Procreare, contribuendo quindi con il proprio corredo genetico alla creazione di una nuova vita? Luca Trapanese, come molti altri padri single è la prova che  tutto questo non è necessario. Luca ha adottato sua figlia Alba come genitore single. Adottare non è così semplice come molti pensano, soprattutto se non si vive all’interno di una coppia eterno sessuale, ma lui nonostante tutto ce l’ha fatta. Alba è ancora molto piccola ed è arrivata tra le braccia del suo papà quando aveva più o meno un mese. Non è desiderio di chi scrive quello di raccontare la (bellissima anche se tortuosa) storia di Alba e suo padre (storia che potete approfondire nel suo libro “Nata per te“), ma prenderla piuttosto come esempio. 

Per molti Luca non incarna il ruolo paterno come viene definito dal contesto sociale, ma è davvero così? Non provvede forse all’educazione e alle cure di cui sua figlia necessita? Non le insegna ad approcciarsi al mondo ponendosi come una base sicura alla quale la bambina può ritornare quando ne sente necessità? Non si occupa economicamente del benessere della sua famiglia? Possiamo dire che Luca Trapanese forse non viene accostato al ruolo paterno tradizionalmente inteso,  ma svolge sicuramente la funzione di padre provvedendo ai bisogni della figlia. 

Dalla diade alla triade

Le storie come quelle di Alba e suo padre sono la prova che non è corretto considerare solo la madre quando ci si occupa dello sviluppo di un bambino, anche nel caso in cui si parli di una coppia eterosessuale.
L’uomo ha un ruolo ben preciso già durante la gravidanza: deve sostenere la compagna e contenerne le emozioni diventando una sorta di antidepressivo. Durante il periodo dell’allattamento il padre diventa una figura necessaria affinché avvengano quesi processi che aiuteranno il figlio a svilupparsi come entità indipendente, slegata dalla madre. Durante questo periodo infatti, tra la madre e il bambino si instaura un rapporto molto simile a quello simbiotico, che la madre tende ad alimentare e coltivare. Se questo rapporto (che vede il figlio dipendere dalla figura materna) continuasse per troppo tempo, il bambino non potrebbe sviluppare un’idea di sé stesso come persona a sé stante,  non comprenderebbe che la madre non è una parte della propria identità, un oggetto d’amore esterno, come dovrebbe essere. Il padre essendo escluso da questo rapporto simbiotico, quando si occupa del bambino fa sì che egli possa compiere quell’esperienza appenda descritta, che viene definita come l‘esperienza di separazione e di individuazione. 
Diventa necessario quando si parla di sviluppo infantile non considerare solo la diade, ma allargare lo sguardo alla triade formata da madre, bambino e padre. Esempi sull’importanza del ruolo paterno derivano dalla vita quotidiana; quando una famiglia vive il un clima amorevole, propizio all’accudire i figli in modo positivo, non è anche merito del padre? 

I casi come quelli di Luca Trapanese ci aiutano ad aprire gli occhi su una realtà che è spesso differente dall’immaginario collettivo. Una realtà sempre più diffusa anche se ancora troppo poco considerata.

Valentina Brina

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