Dai moti del ’68 al Populismo: la naturale evoluzione del malcontento popolare

Il populismo è ontologicamente sbagliato, o è semplicemente percepito come tale al giorno d’oggi?

Un fenomeno sempre più attuale potrebbe avere le proprie radici piantate in un avvenimento fondamentale della storia del secondo novecento.

La mutata natura del malcontento popolare

Senza la pretesa di elargire una verità assoluta su uno dei temi più discussi degli ultimi anni nel panorama politico mondiale, si può affermare con certezza che  il concetto di “populismo” è stato, sempre più frequentemente, classificato come un movimento estremista e antidemocratico. Ma davvero il populismo è un male da estirpare perché ontologicamente sbagliato? Dalla situazione nazionale e internazionale in realtà sembrerebbe proprio il contrario. O meglio, la volontà del popolo, espressa nelle elezioni degli ultimi mesi, sembra andare in un senso ben diverso. Viktor Orban in Ungheria, Trump in America (che si appresta alla possibile riconferma), il movimento Brexit nel Regno Unito, Morawiecki in Polonia. Tutti simboli di un movimento che sempre più si avvicina ai palazzi del potere, come a indicare un malcontento comune tra il popolo, che porta a rinnegare i partiti tradizionali a favore di nuovi gruppi post-ideologici che si fanno portavoce della tanto reclamata “volontà popolare

Eppure, svincolandosi per un attimo dai luoghi comuni che tormentano i movimenti populisti, verrebbe da chiedersi se questi non abbiano in realtà una radice più profonda nella storia recente dell’uomo. Risulterebbe strano pensare che essi siano fenomeni da relegare esclusivamente agli ultimi vent’anni di politica, senza alcun richiamo ad avvenimenti che potrebbero aver generato, a distanza di decenni, a causa di cambiamenti nel tessuto sociale e culturale, proprio tali movimenti. Bisognerebbe capire se un effettivo cambiamento nella concezione della “vita politica” del singolo cittadino abbia avuto ripercussioni tangibili nel corso degli anni, tanto da portare alla situazione odierna, segnando così un cambiamento epocale all’interno del panorama politico globale.

La forza dei moti del ’68

Ed effettivamente, scavando a ritroso nella storia del secolo breve, un fenomeno di massa davvero significativo potrebbe essere individuato nel ’68 e nei moti rivoluzionari legati agli anni immediatamente adiacenti a quella data. Anche se all’apparenza diametralmente opposti, essi condividono un agente comune: il popolo. Si badi bene, le intenzioni e i contesti dei due fenomeni non lascerebbero intendere punti di contatto. In realtà il cambiamento radicale assunto dal popolo nel proprio approccio alla politica risulta essere il segno tangibile di un mutamento sociale sfociato proprio in quello che oggi viene chiamato “populismo”.

I moti rivoluzionari del ’68 rappresentavano l’esasperazione di un sentimento politico vivo e ardente. Le occupazioni universitarie, gli scioperi operai, le rivolte di piazza erano guidate da un’ideologia (condivisibile o non) che fungeva da bussola in un periodo fortemente cruento e disorganizzato. Il popolo non solo si interessava della politica del proprio paese, ma voleva entrare a far parte, attivamente o passivamente, di quella stessa politica, e non si accontentava certo di appellarsi ad un banale articolo costituzionale né tantomeno di invocare alla sovranità popolare garantita dalle democrazie liberali per reclamare la sua autorità. Il cittadino pretendeva di essere parte della cosa pubblica e allo stesso modo che la sua voce venisse ascoltata dalle istituzioni. La partecipazione era il requisito fondamentale di quel determinato periodo. Il popolo aveva necessità di aggregarsi, di manifestare, di urlare a gran voce contro i palazzi. Il clima rovente era necessario a far percepire le intenzioni concrete dei sessantottini, che certamente avevano il coraggio di mettersi in gioco per far pesare l’opinione comune.

Dal ’68 al populismo moderno

È dunque importante porre l’attenzione sull’evoluzione che tale spirito rivoluzionario ha intrapreso negli anni successi al ’68. Molto probabilmente la grande scollatura avvenuta tra palazzo e piazza ha portato ad un fisiologico disinteresse nella politica da parte dei più giovani e non. D’altra parte la massiccia e repentina burocratizzazione della vita degli individui, forte anche della tecnicizzazione della società, hanno causato un distacco generale dalla politica, relegando tale attività agli “addetti ai lavori”. Il cittadino ha smesso di interessarsi alla cosa pubblica, almeno per come era intesa precedentemente, preferendo sempre di più delegare i propri interessi a nuovi partiti (di destra e sinistra) portavoce della volontà popolare. Il problema di fondo della questione è che, se le generazioni immediatamente successive a quelle del ’68, continuavano a respirare l’aroma rivoluzionario, lo stesso non si può dire per gran parte dei giovani di oggi (per giovani si intende i nati tra l’inizio degli anni novanta fino alla metà della stessa decade), sempre meno coinvolti dalla politica e disinteressati alla condizione del proprio paese. Ora, sulla questione dell’individualismo e della competitività a cui i giovani sono abituati si potrebbe aprire un capitolo sterminato, ci riserviamo di occuparci in futuro di questo tema. Ciò che conta è che il concetto di “io” è sempre più andato a sostituire quello di “noi” e ciò è evidente, ad esempio, attraverso la scarsissima affluenza che le ultime tornate elettorali hanno registrato, sia a livello locale che nazionale, ad indicare una noncuranza collettiva nei confronti della cosa pubblica.

Contemporaneamente a ciò, i cosiddetti movimenti populisti sono riusciti a far confluire il malcontento ed il disinteresse popolare all’interno dell’urna a loro favore (si precisa nuovamente che qui non si vuole giudicare positivamente o meno tale fenomeno, ci si limita a registrarlo storicamente). Il punto focale che necessita analisi è proprio l’evoluzione che “la volontà popolare” ha compiuto dal ’68 fino ad oggi. Il populismo sembra apparire come la naturale evoluzione di tale sentimento, alla luce dello scollamento piazza-palazzo avvenuto negli ultimi 30-40 anni. Il cittadino, non più in grado (a causa di infiniti fattori) di occuparsi “personalmente” della questione politica, preferisce fare appello a partiti, movimenti e coalizioni che battono il proprio martello sull’incudine del malcontento popolare, esasperato da malapolitica, precariato, crisi economica ecc. Alla luce di ciò, sarebbe quindi il caso di approcciarsi con una consapevolezza diversa a tali fenomeni, perché semplicemente essi rappresentano l’esasperazione di una mancata partecipazione del popolo, che per ultimo, in molti casi, non manca di criticare proprio quei movimenti che in qualche modo da esso prendono vita.

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