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Da Lucrezio a De André: quando la religione diventa umana

Il dibattito intorno alla religione è sempre stato al centro degli interessi dei più grandi pensatori di tutti i tempi. Esistono un Dio e un Aldilà? O siamo solo atomi di materia corruttibile?

Manoscritto del De Rerum Natura  di Tito Lucrezio Caro.

Il De Rerum Natura, uno dei più celebri poemi didascalici che ci sono pervenuti dal mondo latino, mostra una visione della religione del tutto nuova e rivoluzionaria rispetto ai tempi in cui fu scritto. Il cantautore Fabrizio De André, nel suo album La buona novella del 1970, svincola la religione da ogni astrattezza e la fa diventare un qualcosa di totalmente umano.

 

Il “De Rerum Natura”: un antidoto contro l’ignoranza

Quando gli dei non c’erano più, e Cristo non ancora, si ebbe, tra Cicerone e Marco Aurelio, un momento unico in cui c’era solo l’uomo. E l’uomo, solo.

Sono queste le parole molto emblematiche di Gustave Flaubert, tramite le quali il naturalista francese descrive un periodo eccezionale della storia di Roma, quello in cui la grande potenza italica, da sempre avvezza alle ingenti battaglie e alla coltivazione dei campi, cominciò finalmente ad aprirsi al fascino della cultura orientale, in primis a quella dal vicino mondo greco. Proprio in questo periodo, schiere di intellettuali aperti ad ogni tipo si speculazione culturale cominciarono ad adunarsi in quelle ville private dove i Romani facoltosi trascorrevano le vacanze, per dar sfogo alle proprie ambizioni artistiche, dal canto alla letteratura, dalla filosofia alla pittura. È proprio in una di queste ville, che è passata alla storia con il nome di Villa dei papiri, sita nella piccola città di Ercolano, che si riuniva una ristretta cerchia di intellettuali guidata del greco Filodemo di Gadara : tra questi uomini di cultura figurava probabilmente anche lo scrittore del De Rerum Natura: Tito Lucrezio Caro.

Ben poco sappiamo di Lucrezio, la cui biografia è immersa per lo più nella leggenda, ma certa è la composizione da parte di quest’ultimo dei 7415 esametri che compongono il poema didascalico sulla natura delle cose. Esso è diviso in tre diadi per un totale di sei libri, ed ogni diade tratta di un argomento ben preciso, con una disposizione che si basa sulla grandezza dei fenomeni descritti: si parte dagli atomi, argomento della prima diade, si continua con l’uomo e la storia dell’umanità nella seconda, per finire poi con il cosmo e i fenomeni ad esso correlati nell’ultima. L’opera è una traduzione di un trattato greco, il Περί Φύσεως (“Sulla natura”) di Epicuro, filosofo greco nonché fondatore di una delle più celebri scuole filosofiche del mondo antico, l’epicureismo. Per Lucrezio, Epicuro era stato uno dei più grandi benefattori dell’umanità poiché, come lo stesso scrittore latino dice ai versi 62-67 del primo libro del De Rerum Natura, fu il primo ‘homo Graius’ riuscito nell’intento di liberare l’animo umano dalla paura della morte, del dolore e degli dei. Come è possibile tutto questo? Tramite l’arma più grande che ogni essere umano possiede: la conoscenza. L’uomo, infatti, non conoscendo le cause razionali che sono alla base di ogni singolo fenomeno terrestre, marino, celeste, ha affidato la sua spiegazione a esseri superiori a noi, gli dei appunto, senza capire, invece, che la Natura “non è sottomessa a padroni superbi: fa tutto da sé, e senza interventi divini”. Lucrezio non negava l’esistenza degli dei, il suo, in realtà, era un attacco alla religione tradizionale, considerata come una volgare e dannosa superstizione, poiché portava ad attribuire alle divinità prerogative che in realtà non avevano, come la possibilità di intervento in qualsiasi fenomeno terrestre: esse in realtà sono completamente distaccate dal mondo ed impermeabili all’umanità, tutto ciò che si dice di loro è solo una favola generata dall’ignoranza umana. E qual è allora la vera natura delle cose? Lucrezio ce la spiega tramite la perfezione stilistica degli esametri che compongono il suo poema, che può essere considerato un vero e proprio capolavoro non solo letterario, ma anche scientifico: il poeta giunge ad anticipare concetti della scienza moderna quali lo spazio infinito e i mondi innumerevoli di Giordano Bruno, il principio d’inerzia di Cartesio, l’esperimento sul vuoto di Torricelli, la legge di conservazione della massa di Lavoisier. Tanto grande è la portata scientifica del poema lucreziano che il grande Albert Einstein, ben venti secoli dopo la scrittura del poema lucreziano, giunse a dire:

Vediamo come imagina il mondo un uomo dotato di autonomia di giudizio, portato per l speculazione scientifica, provvisto di immaginazione e intelligenza fervida, ma che non ha la minima idea neppure delle nozioni di fisica che si insegnano ai bambini.

Busto di Tito Lucrezio Caro

Il sacrificio di Ifigenia

Tantum religio potuit suadere malorum!

A tanto male potè condurre la religione!

È questa la riflessione che compie Lucrezio al verso 101 del primo libro del De Rerum Natura su uno degli avvenimenti più noti, ma anche  più lugubri, della storia leggendaria greca: il sacrificio di Ifigenia. La vicenda narra che la dea Artemide, offesa da Agamennone, il capo dell’esercito greco, per l’uccisone di una cerva a lei sacra, ostacolava la partenza dei Greci per la guerra di Troia. L’indovino Calcante rivelò che le navi non sarebbero salpate alla volta di Troia finché non si fosse provveduto a placare l’ira di Artemide offrendole in sacrificio Ifigenia, figlia primogenita di Agamennone e Clitennestra. Ifigenia venne chiamata con il falso pretesto di essere data in sposa ad Achille, ma, una volta giunta all’altare e dopo aver scorto il viso mesto del padre e i sacerdoti che nascondevano la lama, si rese conto del suo triste destino. La religione ha portato ad uccidere una ragazza innocente: è questo che vuole mostrare Lucrezio tramite l’esempio della povera Ifigenia. Non sarebbe forse meglio rimanere un po’ di più ancorati a terra, mantenendo saldi i valori che la vita concreta ci insegna, e non quelli nati in nome di un astratto Aldilà?

Il Sacrificio d’Ifigenia, affresco di Giambattista Tiepolo

L’umanizzazione della religione nelle canzoni di De André

È proprio l’importanza dei valori terreni un punto centrale nelle riflessioni religiose di Fabrizio De André, uno dei maggiori cantautori della storia della musica italiana e mondiale. Nel 1970, De André pubblicò il suo quarto album di inediti dal titolo La buona novella, concept album incentrato su alcune figure bibliche in cui ne sottolinea il loro aspetto più umano e meno spirituale. In particolar modo, mi vorrei qui soffermare sulla canzone “Il testamento di Tito”, la più celebre dell’album, in cui vengono singolarmente elencati e confutati i dieci comandamenti dall’inedito punto di vista di Tito, il ladrone pentito crocifisso accanto a Gesù secondo un Vangelo apocrifo.

Il quinto dice “non devi rubare”, e forse io l’ho rispettato
vuotando in silenzio le tasche già gonfie di quelli che avevan rubato: ma io senza legge rubai in nome mio, quegli altri nel nome di Dio.

Questo è solo un punto emblematico dell’operazione compiuta da Tito, un attacco a tutti i dogmi, a tutte le morali, a tutte le imposizioni in nome di un “Dio” lontano, astratto, inventato da uomini che se ne servono come strumento per il loro potere, quell’ “instrumentum regni” tanto caro già agli antichi Latini. Vengono demolite tutte le morali oppressive, gli insulsi riti religiosi, il rispetto dovuto a padri carnefici, la disumanità della pena di morte. Tuttavia, ad un certo punto Tito nota che c’è qualcuno lì vicino che soffre il suo stesso triste destino: si tratta di Gesù, visto non nelle vesti di Cristo, ma in quelle di un uomo in carne ed ossa che soffre le pene che ogni uomo è costretto a soffrire. La sua visione porta Tito a pronunciare le fatidiche parole finali che chiudono la canzone e che possono essere considerate  un monito per ogni essere umano:

Io nel vedere quest’uomo che muore, madre io provo dolore;
nella pietà che non cede al rancore, madre ho imparato l’amore.

Tito, in questi ultimi versi della canzone, ha di fronte a sé non il figlio di Dio, non un essere sovrumano in nome del quale imporre astratte leggi di comportamento, bensì un essere totalmente umano. È proprio dalla vita concreta di Gesù che, secondo il cantautore genovese, possiamo trarre i più svariati insegnamenti, tanto che De André arrivò a definirlo “il più grande rivoluzionario di tutti i tempi”, poiché è colui che, tramite la forza dei suoi gesti e delle sue parole, ci ha mostrato cosa sia veramente l’amore. De Andrè qui, a differenza di Lucrezio, utilizza l’argomento religioso in chiave maggiormente etica, il suo è un affronto a tutti i potenti che si servono della religione per il proprio tornaconto piuttosto che seguire i valori che il buon senso della vita reale ci impone. Tuttavia, è proprio questa idea di concretezza che accumuna i protagonisti di questo articolo perché quello di Lucrezio, così come quello di De Andrè, non è un invito a non credere in un essere superiore, bensì a restare con i piedi per terra, a guardarci intorno con la meraviglia di un bambino che scopre per la prima volta il mondo voglioso di scoprire tutto ciò che è gli è ignoto… perché le colonne d’Ercole, sia reali che etiche, sono sì un limite, ma come tutti i limiti sono fatte per essere superate.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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