Il Superuovo

Da Lost al Trono di Spade, siamo tutti malati di seriefilia: è tanto grave?

Da Lost al Trono di Spade, siamo tutti malati di seriefilia: è tanto grave?

Nella tendenza tutta umana a dare un nome a ogni cosa (lo stesso Dio chiede ad Adamo, appena sollevato dalla polvere, di nominare il creato ancora incensurato), è comparsa di recente la parola seriefilia, ovvero l’attaccamento, l’attesa, che sconfina nel parossismo e l’ossessione, per le serie Tv. Piaga Sociale o nuovo paradigma culturale?

Ampia e composita è l’offerta per gli amanti delle serie Tv, oggi

Il mondo contemporaneo da almeno 15 anni deve fare i conti con un nuovo modo di portare la narrazione sul piccolo schermo (e su tablet, pc e smartphone): la serie Tv. Di provenienza americana e di format tipicamente sperimentale, queste serie sono ben presto diventate oggetto di culto e di passione sfrenata, in grado di smuovere notevoli picchi di ascolto e forzare i palinsesti a una programmazione che ne possa valorizzare al meglio la trasmissione. 

Un nuovo modo per vedere e un nuovo modo per raccontare storie

Il termine rimanda al testo del sociologo francese Hervé Glevarec che con il suo “Sériephilie. Sociologie d’un attachement culturale” analizzava nel 2017 i contorni di un fenomeno crescente e di notevole interesse, accademico e commerciale. Se esiste (ed esiste, con tanto di positivi riscontri sociali) la cinefilia, può tranquillamente esistere nei campi delle forme più o meno sane di attaccamento anche la seriefilia, che porta un numero crescente di persone a trascorrere interi pomeriggi o intere nottate per divorare una serie e arrivare al finale, il prima possibile. La tesi più interessante portata avanti dall’autore risiede però nella diversità che sussiste tra queste due forme, all’apparenza molto simili, di passione legata alla visione di un prodotto audio-video. Parla infatti di un’inedita pratica culturale, con l’articolazione di un nuovo genere narrativo (“televisione di qualità”, come riportano i testi aggiornati anglosassoni) con una sua gerarchia interna (pensiamo alle serie più amate e discusse). Intanto, reclama un nuovo spazio, quello domestico, e spesso una nuova dimensione: la visione è solitaria o quantomeno ristretta. L’orario è personalizzato al massimo, non deve sottostare a spostamenti o proiezioni a ore precise. Ma è la percezione della visione il vero punto eversivo: guardare le serie ha un valore più situazionistico che ascetico\artistico: conta il qui e l’ora (anche Sky ha deciso di dare in contemporanea con HBO le ultime stagioni di Trono di Spade, per dire), conta la scelta (variegatissima) e non l’imposizione. Agli occhi degli altri appassionati, questo attaccamento diventa positivo. L’ambiente digitale poi ha certamente contribuito a cambiare i criteri narrativi interni a questo genere che si può permettere, più di ogni altro linguaggio visivo, un’elevata percentuale di sperimentazione e sfrontatezza. 

I superuomini -così poco super e così imperfettamente umani -della fortunata serie “The Boys”

La vita è aspettare che inizi il prossimo episodio della tua serie preferita

L’avvento di piattaforme come Netflix o Prime Tv di Amazon ha di fatto accelerato (aggravato?) il fenomeno, permettendo di saltare l’attesa settimanale per le tradizionale cadenza della narrazione seriale. Così, incuranti dei cliffhanger che gli sceneggiatori allestiscono verso la fine di ogni episodio, l’avere a disposizione l’intera stagione crea ingordigia che porta a soddisfare il bisogno divorante della visione massiccia. Si rinnova in questo modo una pratica di consumo della cultura che trova altri ritmi e altri tempi. In più, questa forma narrativa arriva a incidere nel tessuto sociale e nei significati contemporanei delle opere culturali. Nasce così quella forma di bulimia di visione che viene definita “binge-watching”: si usa il termine binge che indica la tendenza parossistica all’esagerazione. In italiano, potremmo utilizzare il termine “abbuffata di visione”, allorquando nella sterminata disposizione delle serie (che possono anche essere sperimentali ed estreme) si passa alla visione consecutiva di molti episodi o addirittura di intere stagioni. Il termine ha assunto i connotati di un vero e proprio problema sociale solo negli ultimi anni con la corsa, delle Major, alla produzione di prodotti serali sempre più intriganti e di qualità. Fin qui tutto bene, ma occorre ricorda come il binge watching possa divenire una pratica pericolosa per il nostro corpo e la nostra salute: stare troppe ore davanti al televisore o allo schermo del PC può portare a disturbi del sonno, dell’attenzione e dell’alimentazione, scompaginare il ciclo veglia-sonno, con pesanti ricadute sul piano lavorativo (troppe ore davanti a uno schermo, poi, portano a uno stress agli occhi) e su quello sociale (irritazione per il poco sonno, perdita della cognizione del tempo, apatia).

La lunga e prolungata visione delle serie che amiamo potrebbe portare a conseguenze negative

Così fan tutti, prima si abbuffano poi sono tristi

Eppure, a seguito di un recente sondaggio di Netflix, 6 utenti su 10 hanno affermato di praticarlo almeno una volta alla settimana. Ed è recentissimo il termine “saddisfyng” felice crasi della soddisfazione legata alla conclusione della pantagruelica visione e la tristezza nell’aver perso una compagnia così intensa, anche nel breve\brevissimo termine. I malati di seriefilia si riconoscono facilmente: sono ingordi, sono onnivori (anche se amano un certo settore narrativo) e devono vedere per primi, tutto e subito, un po’ per evitare spoiler e un po’ per il malcelato gusto della primogenitura e del primariato.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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