Il VII libro della Repubblica di Platone contiene la celeberrima descrizione del “governo dei filosofi” e fornisce un’inappuntabile visione ideale di Stato governato dai sapienti. Nonostante la fortuna letteraria del brano, è plausibile immaginarne una proiezione al giorno d’oggi?

Sin dai tempi più antichi, per greci e romani l’autoritaria figura dell’amministratore dello Stato si è sempre rivelata densa di significato. In Grecia come a Roma, infatti, lo stretto legame fra potere, coscienza civica e sapienza è alla base dell’educazione dei ragazzi, fin da subito predisposti a diventare dei buoni cittadini.
La sapienza come virtù educativa: il “governo dei filosofi”
A tal proposito, non mancano esempi significativi nella lunga storia letteraria che dalle vette del Parnaso raggiunge le rive del Tevere. Da Isocrate a Quintiliano, infatti, l’ars dicendi, unita a una salda conoscenza dei precetti filosofici, costituisce il corredo culturale che ogni cittadino porta con sé nel proprio percorso individuale e sociale. La sapienza, dunque, mezzo e scopo dei filosofi, si colloca fra le prime qualità che devono suggestionare i pensieri e le azioni di chi è chiamato dal popolo a condurre la nave della città fra le onde tumultuose dei pericoli. Coerente con la tradizione, il libro VII della Repubblica di Platone contiene un passo dalla smisurata fortuna letteraria, in cui si tracciano le linee ideali di un “governo dei filosofi”. Socrate, infatti, maschera onnipresente dei dialoghi platonici, descrive le connotazioni fondamentali di un governo giusto, composto da uomini che “amano la sapienza” e che agiscono per il bene collettivo, senza mai cedere alla tentazione di favorire gli interessi personali a discapito della comunità. Il filosofo, infatti, appare come una mediatore, una sorta di ponte che connette il popolo alla vera conoscenza. Nessuno, in questi termini, risulterebbe più idoneo alla guida di uno Stato.

La degenerazione sociale del mondo contemporaneo
Tuttavia, sebbene la corruzione e la decadenza dei costumi sia una delle costanti che ricorrono ogni due paragrafi dei libri di storia antica, questo grande classico continua a mantenere una certa costanza anche nelle più brillanti dissertazioni sui giorni nostri. Si parla spesso, infatti, di degenerazione dei valori, di retrocessione culturale, di corruzione e malcostume, soprattutto nelle stanze del potere. In qualche modo, infatti, l’idea secondo cui sarebbe auspicabile scegliere un filosofo al timone della nave, perché in grado di far da tramite fra popolo e sapienza, sembra completamente sovvertita. Chi detiene i poteri oggi, infatti, non è colui che si fa testimone e divulgatore di sapienza ai cittadini, permettendo loro di accedere a una consapevolezza non raggiungibile altrimenti, piuttosto si pone nella condizione di ascoltarne le voci tristi e disilluse, per fingersi al loro fianco, dimostrando di parlare la loro stessa lingua, ma con il solo scopo di ottenere favore politico, incentivando il degrado sociale e culturale, servendosi della più becera forma di demagogia.
Diego Fusaro e la comunicazione enigmatica
Fra le personalità più ambigue in questo senso spicca quella del giovane dottor Fusaro, ex ricercatore in Germania, nonché autore di molteplici pubblicazioni accademiche e docente di storia della filosofia. Sin dalle prime comparse nel panorama divulgativo della filosofia, le sue riflessioni si sono rivelate argute e sottili, anche e soprattutto in relazione alla giovane età. Nonostante ciò, nel giro di poco tempo, quello che sembrava un potenziale intermediario fra la speculazione filosofica di levatura accademica e i non addetti ai lavori si è rivelato un crogiolo di inutili virtuosismi concettuali, veicolati da imbarazzanti neologismi che hanno rivelato, nel tempo, un impareggiabile talento di incomunicabilità. Inoltre, lo schieramento politico sempre più evidente del saggista torinese ha deluso le aspettative di chi aveva intravisto in lui l’intellettuale portavoce di quella categoria di cittadini dotati di una certa coscienza critica, trasformandolo ben presto in un personaggio pubblico come tanti, che nei talk show televisivi di punta imbastisce discorsi farciti di turbobazzecole, raggiungendo gli stessi picchi di spocchia del ben più apprezzabile Carmelo Bene, ai tempi del Costanzo Show, ma con molto meno carisma e pathos scenico. In quest’ottica, quindi, la figura di un intellettuale titolato come Fusaro si pone in netta contraddizione con la prospettiva platonica del filosofo che trasmette la più alta forma di conoscenza a chi non può comprenderla appieno. Da presumibile intellettuale illuminato, quindi, il nostro turboprofessore si è tramutato in un fenomeno mediatico, lasciando spazio all’ennesima deludente epifania di una società marcata da populismi e da intellettualoidi quanto vacue superficialità.