Da Dante a De André, passando per Borges: l’universalismo cristiano come sistema di vita

Dalla nascita di Gesù, la religione Cristiana si è dimostrata come perno fondamentale dei valori dell’Occidente: siamo prima di tutto cristiani, poi italiani ed europei. Ce lo spiegano Dante e De André…

Dante nella selva (Scioltissima.com)

Parlare di Cristianesimo non significa parlare di Chiesa, religione, Dio, Trinità e quant’altro. O almeno, non solo. 
Il Cristianesimo è prima di tutto una mentalità: essere cristiano è un’espressione che indica un modo d’essere e Gesù, prima che il figlio di Dio – per chi ci crede – era un grande uomo. Probabilmente, e per l’Occidente, il più grande di tutti i tempi. È una di quelle verità incontrovertibili, talvolta indiscutibili, di sicuro fondanti di una morale, quella europea e quindi Americana (per quanto stiano dimostrando il contrario), che affonda le radici in valori quali libertà, apertura verso il prossimo, tolleranza, amore, altruismo e via dicendo. 
Che tu ti dichiari fedele o meno, poco importa. Che tu sia battezzato o che tu ti sia sposato non in chiesa, ma in Comune, non è determinante. Perché saremo sempre e comunque – quasi tutti – prima cristiani, poi italiani ed europei. Che ci piaccia o no, siamo costantemente influenzati dalla filosofia di Gesù e di santi come Francesco d’Assisi, Benedetto da Norcia, Domenico di Guzman. 
A dimostrazione di questo, riporterò alcuni esempi tratti dalla musica e dalla letteratura. Da Fabrizio De André e da Dante

Dante e De André (La voce di Maruggio)

Dante e Borges: i richiami al Cristianesimo delle origini

Poco sappiamo delle fonti di Dante. Di certo, sappiamo quanto, prima dell’invenzione della stampa, fosse difficoltoso confrontarsi con gli autori del passato su qualche volume. La tradizione orale era considerata la più autorevole, si credeva a ciò che gli altri raccontavano e i Vangeli erano, prima di tutto, tramandati a voce. Ciò non toglie, che il più grande poeta della nostra letteratura fosse entrato (quasi sicuramente) in contatto diretto con le Sacre scritture e con gli autori che hanno determinato quell’immensa opera che è la Commedia. 
La struttura terrestre e quella celeste che Dante ha riportato, non se l’è inventata di sana pianta. Senza nulla togliere all’originalità del poeta, Borges (raccontato a sua volta da un grande narratore qualche settimana fa: Luca Sommi), in Nove saggi danteschi, ricorda la visione del Dante agens nel decimo canto del Paradiso: “un ardente corona di dodici spiriti, più luminosi della luce contro la quale si stagliavano”. Il settimo di questi spiriti è “Beda il Venerabile, diacono del monastero di Jarrow e autore della Historia ecclesiastica gentis Anglorum”. Beda era, in spiccioli, un tuttologo del VII secolo d.C. che ha scritto la suddetta opera, ritenuta pia da Dante e dai commentatori, con il proposito di divulgare la storia della diffusione del Cristianesimo tra i pagani anglosassoni. Nel farlo registra “visioni ultraterrene che prefigurano l’opera di Dante”, visioni come quella dell’asceta irlandese Fursa, che, durante una malattia – si racconta – venne rapito in spirito da alcuni angeli e venne portato in cielo; oppure come quella di Drycthelm, che morì per alcuni giorni, salvo poi ritornare in vita. Durante la morte – si dice – venne portato da un angelo guida, che assomiglia molto al modo d’essere del Virgilio dantesco, in un’Aldilà, anch’esso molto simile a quell’Aldilà raccontato da Dante. 
Ebbene, tutta questa pantomima per dire che, anche se Dante non aveva di certo letto le storie di Beda, ne aveva sicuramente sentito parlare, seppure il gap culturale, epocale e storico che divide i due fosse alquanto significativo. Ma questo è un fatto che ha poca importanza, dato che il comune denominatore che collega lo storico e il poeta è, per l’appunto il Cristianesimo. 
Dunque, ai fini della nostra analisi, assumiamo come vero il seguente dato: nella struttura stessa della Commedia riecheggia un’antica tradizione fondata sul Cristianesimo stesso (a sua volta fondato, probabilmente, sull’aristotelismo, ma questa è un’altra storia…).

Il Pescatore e la Commedia

Arriviamo al punto. “All’ombra dell’ultimo sole/S’era assopito un pescatore/E aveva un solco lungo il viso/Come una specie di sorriso”: questo è l’inizio del Pescatore, canzone di De André uscita nel 1968, che racconta, superficialmente, di un pescatore e di un assassino. 
Questo è l’inizio della Commedia: “Nel mezzo del cammin di nostra vita/mi ritrovai per una selva oscura/ché la diritta via era smarrita”. 
Spesso le parole oltrepassano i confini del puro senso logico. A volte capita che una combinazione di fonemi, ricordi, senza un apparente motivo, qualcosa di già di già sentito, di già letto. Ebbene, è innegabile quanto sia facile che questo avvenga con l’incipit della Commedia e del Pescatore.
L’atmosfera inventata dal cantautore, pare appoggiarsi pienamente a quella costruita da Dante. Pensiamo alla luce: la selva in cui si ritrova Dante è “oscura” e gli alberi non lasciano nessuno spiraglio per qualsivoglia barbaglio luminoso. Il pescatore è all’ombra, non di un albero, ma “dell’ultimo sole”, richiamando in una certa qual maniera, i limiti geografici del mondo conosciuto, la base del Colle della Grazia, sotto il quale si apre la porta dell’Inferno. Si intuisce quanto le due trame si intreccino? A me pare di sì. 
Ma non si faccia l’errore di pensare che Dante sia il pescatore. Il pescatore, al contrario di Dante, è tranquillo, è in pace con il mondo e soprattutto non è uomo. Il suo non è un sorriso, bensì un “solco lungo il viso/come una specie di sorriso”. 
La parola “specie” ha subito miriadi di interpretazioni e, non volendo sceglierne una, ho deciso di portare la mia di interpretazione (che qualcuno avrà già proposto in passato): il pescatore non è un uomo, sebbene appaia come tale. Il pescatore è Gesù o meglio, il Cristianesimo stesso, che si è fatto uomo. Dante, invece, è l’assassino: è rincorso da gendarmi armati (le tre fiere dantesche?), è aggrappato alla memoria di un passato ormai perduto (“E la memoria è già dolore/È già il rimpianto d’un aprile/Giocato all’ombra di un cortile”), ha bisogno di essere salvato e, per farlo, necessita degli altri. La salvezza non la può scovare dentro di sé. 

L’universale via della salvezza: un po’ di vino e un briciolo di pane

Verosimilmente, De André neanche ce l’aveva in mente Dante e di obiezioni se ne potrebbero apportare all’infinito. Si potrebbe riflettere sul periodo storico in cui è stata composta quella canzone: il Sessantotto e i moti di ribellione dell’epoca.
C’è chi addirittura pensa che l’assassino sia l’Italia travolta dal Fascismo e che il pescatore sia la Costituzione (ipotesi tanto affascinante, quanto assurda).
Eppure, nel marasma delle interpretazioni e delle obiezioni, una sola potrebbe collegarsi a quanto ho tentato fino ad ora di spiegare: c’è chi dice che l’assassino abbia un significato universale, che non sia un solo peccatore, bensì tutti i peccatori.
E difatti, il Dante, raccontato da Dante, non è forse l’unitaria rappresentazione della collettività degli uomini, riuniti dietro ad un destino comune? 
Il cammino raccontato dal poeta non è personale. Il cammino  di Dante è il cammino di tutti: è il “cammin di nostra vita”. È totalizzante. Si erge a univoco portatore di quella salvifica verità cristiana, oscurata dai barlumi fatiscenti del peccato, insidiato nell’esistenza dell’uomo. 
Il peccato non è invincibile. Basta poco. I valori del Cristianesimo: la tolleranza, la fede, la generosità. Insomma, riassumendo, un po’ di vino e un briciolo di pane.

“…Ma versò il vino e spezzò il pane/ Per chi diceva “ho sete, ho fame”…”

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