É possibile che una persona abbia difficoltà fisiche o mentali che condizionino totalmente o in parte la sua capacità di essere autosufficiente e di interagire con la società. In altre parole, può capitare che una persona abbia delle disabilità.

Solitamente, queste persone vengono supportate con terapie specifiche al fine di limitare al minimo l’effetto della patologia, che si tratti di strumenti per muoversi (carrozzine, protesi), farmaci o trattamenti riabilitativi.

Tali mezzi permettono alla persona di ritornare a essere il più funzionante possibile, o meglio, il più normale possibile.Tuttavia, é raro che si chieda ai diretti interessati come vivono tutto questo.

Il diritto di essere se stessi

Da qualche anno, in America si è attivato un movimento chiamato “Critical Disabilityes”, il quale sostiene la legittimità di qualsiasi persona con disabilità a essere diversa. Questo movimento non vede quelli che noi chiamiamo deficit come disturbi, ma come differenze di funzionamento fisiche o mentali, come una delle possibili variazioni dello spettro delle caratteristiche umane. Sostengono inoltre la legittimità di una persona di essere accettata per quello che è.

Un grande esponente di questa idea è Norman Kunc, il quale in ”The Right to be Disabled” spiega come le terapie che fin da piccolo gli venivano fatte fare per rinforzare I suoi muscoli (cronicamente troppo deboli per via di una paralisi cerebrale) lo portassero a pensare che avrebbe potuto essere felice solo se avesse sconfitto la sua disabilità. Per molti anni si è ritrovato a lottare contro il proprio corpo, ad odiarlo, finchè non si è reso conto che non sarebbe mai riuscito a muoversi e a parlare come tutti gli altri. Il punto è che i vari dottori e fisioterapisti, involontariamente e con le migliori intenzioni, l’avevano portato a pensare che in lui ci fosse un errore e che solo correggendolo, solo diventando come gli altri, avrebbe potuto essere felice nella vita.

Kunc intende ricordare, con la sua esperienza, che le terapie fatte con lo scopo di migliorare la qualità di vita dell’individuo devono stare attente ad evitare che il lavoro sul sintomo si trasformi in un tentativo di correggere la persona nella sua interezza. Non si cerca di aggiustare qualcuno, ma di permettergli di eseguire alcuni compiti in maniera piú agevole.

Spesso, nelle terapie riabilitative, si tende a identificare una persona con la sua disabilità, a vederla come sofferente, ma ci si dimentica che quella è solo una piccola parte. Le persone disabili quando pensano a se stesse vedono la propria disabilità solo come una delle innumerevoli caratteristiche che li compongono e vorrebbero che anche gli altri le vedessero allo stesso modo.

Scuola e Società

Con l’intento di trattare i sintomi di una certa malattia, la persona disabile può essere messa in classi speciali, può essere obbligata a fare lunghi e dolorosi esercizi tutti i giorni e può essere ricoverata più volte per periodo più o meno lunghi . Ovviamente, tali trattamenti hanno lo scopo di migliorare determinate abilità fisiche o mentali, ma gli precludono la possibilità di socializzare con altre persone della propria età, di contribuire alla società e perfino di divertirsi. Le terapie puntano a rendere la vita più facile con lo scopo di migliorare la qualità della vita, ma spesso non ci si rende conto che fare meno fatica a fare determinate cose non implica che la qualità della propria vita migliori. Essa non è legata solo alla comodità o alla facilità di compiere determinati compiti, ma dipende dalle relazioni con gli altri, dal sentirsi accettati, dalla possibilità di contribuire alla società e di mettersi alla prova (M. F. Giangreco, “The stairs didn’t go anywere”, 2004).

Effettivamente gli studenti con disabilità che vengono inclusi in classi con studenti normodotati hanno migliori risultati sia accademici sia nello sviluppo emotivo. Inoltre, tutta la classe ne beneficia, poiché i bambini tendono a essere piú tolleranti, imparano ad aiutare e sono meno propensi a gudicare.

https://www.youtube.com/watch?v=izkN5vLbnw8Prospettiva

Questione di prospettiva

Un altro punto chiave della critical disability, forse il piú importante, é che, essendo i disabili parte della società, non dovrebbero essere loro a doversi adattare all’utilizzo di strutture per normodotati, ma è la società a doversi evolvere in modo da tenere in considerazione le esigenze di  tutti. Il fatto che tante struttre o lavori non siano adatti a loro non deriva dal loro essere sbagliati, ma dal fatto che non vengono considerati.

Il problema deve essere ricollocato: “una rampa per carrozzine non è un accomodamento per una persona con la sedia a rotelle, ma è la correzione di un errore strutturale” (Kunc, 2016).