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Crisi finanziaria e burocrazia: cosa sta succedendo in Turchia? Analizziamo i fatti principali

Il presidente Erdogan deve affrontare un crollo economico, che potrebbe avere ripercussioni gravissime nel paese. Ma com’è stato possibile?

 

La lira turca sta perdendo il suo valore. Il tasso di inflazione aumenta in maniera esponenziale. I debiti mettono con le spalle al muro la nazione. Come si può arrivare a così tanto? Andiamo a vedere i fatti salienti.

La difficile politica interna vissuta in Turchia

Prima di andare ad approfondire la situazione da un punto di vista economico, vediamo come Recep Tayyip Erdogan sta gestendo il flusso di capitali nella Turchia. Il presidente infatti, ha da poco licenziato il governatore della Banca Centrale Turca Murat Uysal, facendo scattare una reazione a catena nei vertici del governo. Il ministro del Tesoro Berat Albayrak (genero tra l’altro dello stesso Erdogan!) ha rassegnato le dimissioni. Non si sa ancora la motivazione reale, seppur si pensa inizialmente a dei problemi di salute che l’imprenditore ha dichiarato sul suo account Instagram. Fatto sta che con Albayrak fuori dai giochi, vi sarà un imprescindibile aumento dei tassi d’interesse, di cui Erdogan ne è uno stretto oppositore, che salverà la lira da una caduta rovinosa. Lo stesso aumento dei tassi però porterà ad un possibile aumento della disoccupazione, con conseguenze drastiche per il PIL del paese. In effetti, la svalutazione della moneta turca non ha portato altro che guai alle aziende esterne dalla Turchia, in quanto molte di esse sono indebitate in valuta estera. Lo stesso Albayrak si trova in disaccordo con le strategie economiche dell’attuale ed ennesimo governatore della Banca Centrale Naci Agbal; il quarto negli ultimi cinque anni! Una prova dell’assoluta sete di potere di Erdogan, già minacciata dagli organismi indipendenti presenti in Turchia. Tra cui la stessa Banca Centrale.

L’imprenditore, nonché genero di Erdogan, Berat Albayrak.

I rapporti di Erdogan con gli altri stati determina la crisi

Se da un lato il regime di Erdogan viene visto con un occhio di riguardo da alcuni paesi (soprattutto Francia e Russia), dall’altro gode di scambi economici di notevole prestigio. Non è raro infatti leggere sui notiziari dell’affiatamento degli Stati Uniti negli interessi finanziari della Turchia. Donald Trump ha ormai reso i rapporti con Erdogan tolleranti sotto ogni punto di vista. Cosa che con Joe Biden al comando verrà rivista sicuramente. Si penserebbe quindi ad una brusca frenata dei rapporti internazionali? Albayrak era amico di Jared Kushner, marito di Ivanka Trump, figlia dell’ormai presidente americano uscente. Di conseguenza, aveva il compito di gestire le relazioni tra Turchia e la Casa Bianca. Con Biden il sodalizio potrebbe ‘raffreddarsi’, disapprovando le tendenze autoritarie del governo turco e ponendo delle sanzioni economiche molto salate. Ma non cancellarsi del tutto, poiché l’America vede la nazione come una roccaforte necessaria per prevenire le dispute con i paesi arabi.
Un altro paese con cui i rapporti economici stanno assumendo una fisionomia più delineata è la Cina. Nel 2015, una cooperativa cinese ha acquistato ad Istanbul quello che sembrerebbe il più grande terminal per container della città. E quest’anno, un secondo consorzio ha rilevato il 51% del Ponte Sultan Selim che collega la parte europea della Turchia con quella asiatica. Insomma, per l’economia cinese Erdogan rappresenterebbe una via di accesso a quella che sarebbe definita una miniera d’oro! Stiamo parlando di una svendita dello Stato turco nelle mani della Cina? Probabilmente la risposta sarà solo affermativa. Pechino, nell’arco di tre anni, ha investito 3 miliardi di dollari nel paese, e nel 2020 le cifre raddoppieranno. In più il progetto di una nuova Via della Seta potrebbe trasformarsi in realtà nei prossimi anni.

La fine del regime di Erdogan? Vediamo i possibili scenari

Il presidente Erdogan non è di certo un garante della democrazia. Le sue esposizioni e politiche autoritarie hanno fatto sì che la Turchia non potesse più essere considerato come uno stato libero, bensì un regime. E con questa crisi economica, la sua postazione di dominio semi-dittatoriale potrebbe traballare. Sempre più parlamentari dell’AKP sfiduciano Erdogan, e la faida sta crescendo a tal punto di portare il partito allo sfaldamento. O meglio, questo sarebbe successo immediatamente, se non si fosse dimesso il ministro delle Finanze Berat Albayrak.
E’ quindi una fine dei giochi per il governo autoritario turco? Quasi. Perché se da un lato il presidente sta perdendo popolarità e consenso nella popolazione turca, dall’altra può contare su alcuni suoi fedelissimi, tra cui lo scostante ministro dell’Interno Suleyman Soylu. Quest’ultimo è un uomo piuttosto controverso (è stato uno dei principali fautori della spedizione militare in Kurdistan del 2019!), che aveva già presentato un istanza di licenziamento come ministro, rifiutata proprio dallo stesso presidente.
L’Europa invece non è più disposta a tollerare le tendenze semi-dittatoriali di Erdogan. I vertici della CE stanno provvedendo ad ammende ed avvertimenti per far sì che in Turchia si torni alla normalità, ma non si riesce ancora a trovare una maggioranza assoluta. Nel frattempo, il governo turco continua ad attaccare il presidente francese Emmanuel Macron, invitando addirittura al boicottaggio dei prodotti francesi. I motivi sono sia la delicata questione del quotidiano satirico Charlie Hebdo, sia per il discorso di Macron all’Eliseo dove si evidenzia una completa intolleranza ai separatisti islamici, alla luce dell’attentato di Nizza.

La crisi interna sarà la ‘tomba di Erdogan’

Ma se l’Unione Europea, capeggiata dalla Francia, dovesse intervenire concretamente, che ne sarà della Turchia? Una domanda che non dovrebbe presentarsi, in quanto la crisi economica turca sta portando il regime di Erdogan sempre più in basso. Solamente una minima parte dell’AKP mostra ancora fiducia al presidente, mentre gli altri partiti di coalizione ed opposizione stanno solamente contando i minuti che passano. Il mercato interno sta scendendo senza sosta, generando carenze in tutti i settori. Sarà solamente questione di tempo prima che assisteremo ad un’altra ‘guerra ottomana’.

 

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