Cosa si nasconde dietro al nostro modo di parlare? Tre domande e risposte per scoprirlo

Spesso le cose più comuni e quotidiane non suscitano interesse. La lingua, però, per quanto di tutti i giorni, non dovrebbe mai smettere di stupire. 

I grandi punti di domanda generalmente appartengono alla fisica, alla matematica, alla geografia. Ma quando si parla di lingua, tutto tace. Ma siamo sicuri che dietro alle parole non si nasconda un segreto che merita attenzione tanto quanto i buchi neri?

Domande e risposte

È vero che Dante è il padre della lingua italiana e che le nostre parole sono le stesse della Commedia? È il pensiero che crea la lingua o è la lingua che dà forma al pensiero? I vocabolari sono considerati tomi vecchi e polverosi, ma è veramente così?

Queste sono le domande alle quali non avevo mai pensato ma che, una volta poste, generano un’espressione perplessa in volto e rimangono là, fluttuanti in attesa di risposta.

E se tentassimo di rispondere?

Dante era papà?

Se c’è una cosa in continua evoluzione quella è la lingua. Lapidaria sentenza corretta? Sì e no. La lingua è sì, sempre in evoluzione perché in contatto continuo coi tempi che cambiano, con le epoche storiche che vedono intrecciarsi popolazioni diverse tra loro e che, giocoforza, generano contatto e unione. Basti solo pensare a una parola grattacielo entrato nella nostra lingua come traduzione dall’inglese skyscraper: in Italia l’architettura non prevedeva questi palazzi che svettavano e facevano a gara con le nuvole. Quando si è avuto il bisogno di un termine, senza sforzo, qualcuno ha deciso che tradurre dalla lingua inglese facesse al caso nostro e, dunque, ecco i grattacieli di Milano.

Ma allora perché la contaminazione è solo tale e non un’unione totale, visti i facilissimi contatti che al giorno d’oggi si hanno con le nazioni vicine? Perché la lingua è più complessa di così, soprattutto l’italiano – che vince a mani basse il primato per la lingua con la storia meno lineare di tutte.

Ed è qui che interviene il no come risposta alla domanda posta precedentemente: la lingua è sempre in evoluzione ma… dietro a quel ma si cela l’italiano.

Qual è l’origine delle parole che usiamo tutti i giorni, con cui andiamo a fare la spesa, con le quali litighiamo, ci dichiariamo, ci arrabbiamo? Quelle che permettono a me di scrivere e a voi di leggere e di essere – questa è una speranza – capita? L’origine è da cercare molto indietro nel tempo, in testi che considereremmo decisamente obsoleti: no, non quelli del 1700, né quelli del 1400 bensì quelli del 1200 e del 1300. Ma se sentiamo distante il modo di parlare ottocentesco, com’è possibile che la lingua di oggi sia quella del 1300? Grazie al nostro Dante Alighieri che è veramente il padre della nostra lingua.

Mi spiego meglio. Se si guarda alla Divina Commedia si guarda a un testo di quasi 724 anni fa, a una sintassi non proprio facile, a costrutti che hanno bisogno di interpretazione e parole non proprio usuali. Ma, allora, perché il nostro Dante è papà? A rispondere ci ha pensato un signore di una certa fama – perlomeno tra gli addetti ai lavori – un tale Tullio De Mauro che con santa pazienza ha confrontato tutte le parole della Commedia con quelle che usiamo quotidianamente. Vi risparmio i dati soporiferi ma la scoperta è sensazionale: se guardiamo anche solo alla lettera A nel TLIO – non è una bestemmia è solo il Tesoro della Lingua Italiana delle Origini, dizionario dell’antico per intenderci, addirittura digitalizzato – l’82% del vocabolario comune di oggi appartengono al lessico della Commedia (e questo solo per la lettera A, figuriamoci le altre).

Non vi basta? Se guardiamo ancora alla A, senza distinguere lessico dantesco dal lessico delle Origini, possiamo vedere un tasso di sopravvivenza del 31,86%, solo 532 su 1670: siamo 80 a 30, direi vittoria netta. Sì, Dante merita la genitorialità.

I vocabolari raccolgono solo la polvere?

È pratica comune pensare a dizionari e vocabolari come oggetti di un certo peso – metaforico e non – molto poco utili al giorno d’oggi. Voglio dire, c’è internet.

Una precisazione doverosa ma forse superflua: quando si cerca il significato di una parola su internet, spoiler, la ricerca si basa sulla digitalizzazione di vocabolari, ma sempre mattoni polverosi online sono – sono solo meno pesanti. Ma, se abbiamo detto che la lingua si evolve sempre, chi fa il lavoro certosino di far sì che il tomo rimanga sempre aggiornato? I poveri lessicografi nell’ombra che sono le orecchie della società e colgono parole come petaloso – aveva fatto scandalo, vi ricordate? – o armocromia e decidono di promuoverli a parola dell’anno fino a far loro ottenere la grazia di entrare nel vocabolario.

È nato prima l’uovo o la gallina?

Il quesito più gettonato: è il pensiero che genera la parola o la parola che forma il pensiero? Si potrebbero scrivere 100 trattati ma non arriveremmo da nessuna parte: non c’è risposta univoca ma una possibile è vedere questo rapporto come un circolo vizioso. Non c’è parola che non sia influenzata dal pensiero e non ci sia idea che non sia inscatolata dalla lingua. Ora più che mai, in un contesto di politically correct, di sfide oratorie senza padroneggiarne l’arte, di dibattiti di genere su femminile/maschie, il campo di battaglia è proprio quello della lingua.

Spunto di riflessione: se abbiamo detto che l’asse parola-pensiero è un pacchetto unico e la nostra società sta pian piano traghettandosi verso un campo di battaglia sempre più sanguinario, a colpi di odioletto, quale sarà l’inevitabile conclusione?

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