Il Superuovo

Cosa c’entra la Turchia con i 49 milioni della Lega?

Cosa c’entra la Turchia con i 49 milioni della Lega?

La Lega è sul piede di guerra dopo la sentenza della Cassazione che ha disposto il sequestro di qualsiasi somma di denaro riconducibile al partito fino a raggiungere 49 milioni di euro, ricavo della truffa allo Stato per cui è stato condannato in primo grado l’ex leader Umberto Bossi. Intanto, Salvini ha parlato di una sentenza politica. Oggi la Lega va oltre e fa sapere di voler chiedere un incontro al capo dello Stato Sergio Mattarella, appena ritornerà dalla visita in Lituania.

Salvini con l’ex leader Umberto Bossi, Lettera43

Il primo dei leghisti a contestare le motivazioni della sentenza della Cassazione è stato il parlamentare Giulio Centemero: «Forse l’efficacia dell’azione di governo della Lega dà fastidio a qualcuno, ma non ci fermeranno certo così». Fonti del Carroccio promettono inoltre querele verso chiunque parli di “soldi rubati dalla Lega”. Mentre Matteo Salvini ha successivamente dichiarato: «Questi 49 milioni di euro non ci sono, posso fare una colletta, ma è un processo politico che riguarda fatti di 10 anni fa su soldi che io non ho mai visto».

A destare scalpore, però, è stata una successiva dichiarazione del leader del carroccio, la quale è destinata a trascinare un’ulteriore scia di polemiche: «Solo in Turchia, nei tempi moderni, un partito democratico e votato da milioni di persone è stato messo fuorilegge attraverso la magistratura».

Ma in che modo la vicenda giudiziaria della Lega può essere vista in parallelo alla recente storia politica turca?

Con la sua clamorosa risposta, Matteo Salvini sembra mettere in parallelo l’azione della magistratura nei confronti del suo partito a quello che fu uno dei più controversi casi della storia politica della Turchia di fine secolo: lo scioglimento del Refah Partisi.

Esponenti del Refah Partisi (al centro possiamo notare un giovane Erdogan)

Il Refah Partisi (“Partito del Benessere”) è stato un partito politico conservatore e filo-islamico che, sin dalla fondazione, nel 1985, aveva riscosso crescente consenso tra le fila dell’elettorato turco. Tale successo, stando alle previsioni degli analisti, avrebbe dovuto condurre la formazione politica alla maggioranza assoluta in Parlamento nell’arco di pochi anni.

Nel 1998, il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione turca rilevò una violazione dell’articolo 68 della Costituzione e, di conseguenza, chiese alla Corte Costituzionale lo scioglimento secondo l’articolo 69 della Costituzione: il Refah Partisi, infatti, promuoveva energicamente l’introduzione della sharia in Turchia, minando i principi democratici della Costituzione stessa. La Corte Costituzionale accolse la richiesta di scioglimento del partito e i massimi esponenti di quest’ultimo ricorsero alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, per contestare una violazione delle libertà di pensiero, espressione e associazione sancite dagli articoli 9, 10 e 11 della CEDU.

Dunque l’arringa di Salvini sembrerebbe porre sullo stesso piano le vicende dei due partiti, entrambi, a suo avviso, ostacolati da un’azione politica della magistratura. La questione è tutta incentrata sull’integrità delle istituzioni democratiche, in un’invettiva che fa appello al principio della libertà politica contro un arbitrio dell’autorità giudiziaria. Possiamo enucleare così il concetto di fondo della dura risposta del leader del Carroccio.

La sede della Corte di Cassazione, Wikipedia

La conclusione della vicenda del Refah Partisi, però, contiene in sé un’esaustiva risposta al presunto parallelismo. In data occasione, infatti, la Corte EDU ribadì che i partiti politici ricoprono un ruolo fondamentale nella società democratica e che, per tale motivo, devono beneficiare dei diritti e delle libertà riconosciute dalla Convenzione; tuttavia, essa non mancò di sottolineare come le attività dei partiti non possano essere esenti da alcuna restrizione, soprattutto qualora violino i principi dello stato di diritto.

Il caso del Refah Partisi, preludio ai più recenti avvicendamenti della storia politica turca, era incentrato sulla violazione del principio di laicità, principio costituzionalmente garantito dall’ordinamento turco di allora. La posizione dichiaratamente islamica del “Partito del Benessere” risultava, secondo l’interpretazione della giurisprudenza turca, incompatibile con l’ordinamento costituzionale.

Differente è il caso che coinvolge la Lega. In gioco, infatti, non vi è il rispetto dei principi costituzionali dell’ordinamento, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura nell’esercizio delle sue funzioni. Tali funzioni, nel caso in questione, si rintracciano nel disporre la pena in corresponsione a un illecito commesso e precedentemente accertato. Salvini contesta un uso politico di tale autonomia, il quale violerebbe altresì il principio stesso di separazione dei poteri.

Su questa linea, Francesco Minisci, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati ha ribadito che «i magistrati non adottano provvedimenti che costituiscono attacco alla democrazia o alla Costituzione, né perseguono fini politici, ma emettono sentenze in nome del popolo italiano, seguendo regole e principi di diritto di cui danno conto nelle motivazioni».

Magristrati della Corte di Cassazione, Flp Difesa

Da Palazzo dei Marescialli emerge la preoccupazione della magistratura per i toni usati nelle dichiarazioni da parte degli esponenti della Lega, ritenuti inaccettabili. Ancora Francesco Minisci replica alle dure parole di Salvini: «Va ribadito con forza che i magistrati, con il loro provvedimenti, non attaccano la democrazia o la Costituzione, né perseguono fini politici, ma emettono sentenze in nome del popolo italiano, seguendo regole e principi di diritto»

Quella del capo del Carroccio sembra essere la classica strategia difensiva che con i tribunali ha ben poco a che fare. «Qualche giudice che fa politica, ma non esiste un disegno generale. Noi siamo tranquillissimi, nessuna preoccupazione contro questa sentenza bizzarra». Sembra che siamo di fronte alla più classica delle strategie: quando perdi terreno attacca, scredita e metti in dubbio la legittimità dell’azione dei tuoi avversari. In altre parole, da reo convertiti in vittima. Oppure, come suggerisce una fortunata serie spagnola, in un metaforico Brasile vs. Camerun, sii il Camerun perché la gente prende sempre le parti del più debole. Come in un copione: «stiamo dando fastidio ed è il modo per volerci fermare», dicono a una sola voce.

 

 

 

 

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