Il Superuovo

Coronavirus: Platone e Beccaria discutono se sia giusto trasferire i criminali dal carcere agli arresti domiciliari

Coronavirus: Platone e Beccaria discutono se sia giusto trasferire i criminali dal carcere agli arresti domiciliari

Trasferire criminali di pericolo pubblico dal carcere agli arresti domiciliari? Sì, sembra essere una soluzione approvata in questi giorni al fine di tutelare alcuni detenuti in nome dell’ articolo 32 della Costituzione della Repubblica italiana. 

Foto presa dall’articolo “Giustizia più moderna”, di C.A., pubblicato venerdì 30 Agosto 2019. Fonte: La Discussione.

 

 

C. Beccaria scrisse “Dei delitti e delle Pene“, pietra miliare della cultura dei lumi e, uno dei fini più importanti, è stato quello di sottolineare gli errori del sistema giudiziario in cui era inserito, sistema secondo lui non al servizio della giustizia. Il dialogo de “La Repubblica” di Platone, invece, costituisce nei suoi molteplici aspetti e significati, un tentativo di costruire una struttura argomentativa contro l’affermazione proposta da Trasimaco che vede la giustizia come “l’utile del più forte“. In questo luogo desidero soffermarmi su due questioni che devono risuonare a prescindere da eventi straordinari come la pandemia che stiamo vivendo. In primo luogo, la questione platonica della giustizia che è fondamentale in quanto una pòlis non “dikaia” (giusta) non può prosperare nei canoni democratici. In secondo luogo, la certezza della pena rimarcata da C. Beccaria: senza di essa il popolo non può riporre fiducia nell’ordine statale e come biasimarlo, oserei dire.

 

 

 

 

Foto presa da “Frasi di Platone per comprendere il mondo”, La mente è meravigliosa.

La giustizia è la linfa vitale di uno Stato

“Che cos’è la giustizia?” è la domanda che attraversa il più importante dialogo platonico e costituisce la forma entro cui sembrano essere inserite le altre tre qualità di una pòlis: sapienza, coraggio e temperanza. La filosofia mira alla totalità quindi sarebbe difficile, e forse fuorviante, data la distanza temporale e legislativa, chiedere a Platone di esprimersi riguardo alla scelta di attenersi per forza all’articolo 32. Scelta approvata in alcuni casi anche per uomini di inverosimile influenza e potere che, una volta agli arresti domiciliari, potrebbero serenamente ritornare a prendere le redini del comando criminale. A volte si parla (indebitamente a mio modo di vedere ) di “comunismo platonico”, in quanto si esaltano, soprattutto nel dialogo de “Le Leggi“, i valori della comunanza di donne, figli e proprietà e dello sradicamento dalla vita dell’uomo di ogni aspetto privato. Tuttavia, un punto trattato dal filosofo greco è inequivocabile e importantissimo: “le leggi migliori sono quelle che puntano all’unione della città”*. Su questo non ci piove e non ci dovrà mai piovere. Che siano leggi, emendamenti, articoli ecc… mai ci si deve dimenticare il fine rispetto all’azione. In questo caso specifico il fine è un diritto inalienabile:  la salute del cittadino. Come ben si sa, le carceri sono sovraffollate e sono presenti più diecimila detenuti oltre il dovuto e il Covid-19 può creare potenziali focolai, però è anche vero che, in nome dell’unità, si sarebbero dovute tenere in considerazione altre ipotesi di soluzione al problema.

Foto presa da “Cesare Beccaria, il Garantista: “Non è la pena di morte un diritto…”, Reti di Giustizia.

La certezza della pena e le classi del delitto

Sono temi essenziali da prendere in analisi quelli riportati nel titolo del paragrafo perché corrispondono sia ad una coerenza da parte degli organi statali sia ad una sensibilità rispetto al reo che lo Stato deve avere per non cadere nella corruzione più abietta. Come più volte afferma Beccaria, le pene andrebbero mitigate (al suo tempo mitigazione rispetto alle politiche di tortura e alla pena di morte, ahimè ancora vigenti in molti Paesi), comunque proporzionate ai delitti. Entrando nello specifico, sono presenti in Italia circa 60.000 detenuti per circa 50.000 posti di capienza effettiva. Sono presenti ospedali convenzionati al carcere e, secondo l’art. 17 (Assistenza sanitaria) del D.P.R. 30 giugno 2000, n. 230 […] si afferma che “I detenuti e gli internati usufruiscono dell’assistenza sanitaria secondo le disposizioni della vigente normativa” e che “L’ assistenza sanitaria viene prestata all’ interno degli istituti penitenziari, salvo quanto previsto dal secondo comma dell’articolo 11 della legge“, e “prevede l’organizzazione di reparti clinici e chirurgici, sulla base delle indicazioni desunte dalla rilevazione e dall’ analisi delle esigenze sanitarie della popolazione penitenziaria.”**.  Solo da questo articolo si percepisce quanto sia inammissibile la scelta di spedire a casa, perché di questo si tratta, criminali pericolosi per la società. Inoltre, la ritengo una pugnalata alla schiena a tutte le vittime della criminalità organizzata e a tutti coloro che versano sangue per combattere una guerra che non avrà mai fine. Tuttavia, sono cittadini e come tali vanno tutelati: in nome della civiltà democratica non ci si deve mai abbassare a faide, vendette o altro ancora. Come fare? Non entro in merito perché le questioni sono molto più grandi di me, lo riconosco. Ma qui entrano in gioco le classi del delitto. Cesare Beccaria distingueva  i delitti più atroci dagli altri. Perché non farlo in questo periodo? Si potrebbero mandare agli arresti domiciliari le persone condannate ad una pena lieve o moderata che non abbiano commesso crimini violenti. È vero, ma chi determina il limite che separa il delitto/crimine in termini di gravità? È difficile stabilirlo. Forse, però, sarebbe più conveniente porre agli arresti domiciliari (temporaneamente) altri detenuti che non risultino essere un pericolo assolutamente allarmante per i cittadini al fine di liberare spazio nelle carceri e garantire le norme di distanziamento sociale previste dal decreto emanato. Tutto ciò per tutelare la salute dei detenuti ritenuti “più pericolosi”, rispettando dunque la Costituzione.

È difficile essere sempre democratici, ma è il meglio di cui disponiamo

Si può davvero riservare sensibilità in egual misura rispetto a esseri umani che hanno commesso le peggiori atrocità in nome del potere, dell’onore e dell’autoaffermazione? Brucia, posso comprenderlo, ma la risposta è affermativa. Praticando la filosofia dell’insensibilità, del terrore e della durezza senza freni non potremmo mai definirci un Paese civile. Vogliamo considerarci barbari? È questo l’abito che abbiamo ricamato in duemila anni e non possiamo permetterci di lacerarlo con l’odio. Vogliamo un vestito rattoppato o cucito con la grazia dell’armonia? Io scelgo l’armonia. Tuttavia, uno Stato che permette certe scelte è uno Stato che non si interessa del cittadino. È uno Stato corrotto fino al midollo che è inginocchiato di fronte al dio denaro, che è inginocchiato di fronte il potere della corruzione, che non s’interessa in modo disinteressato al Bene comune, che non rispetta i suoi cittadini e che non si rispetta affatto. Certi delitti atroci perdurano nella memoria e non possiamo permettere che criminali con il fardello di svariati ergastoli possano farsi beffe della nostra Costituzione. Ciononostante riservo sempre speranza nella nostro Paese e sono sicuro che rivaluteranno questa scelta in nome della civiltà. Io sogno un’ Italia che riparta dai valori espressi da Platone: coraggio, sapienza temperanza e giustizia.

*: citazione di Mario Vegetti nell’introduzione al dialogo “La Repubblica“, 2007, Bur, Milano.

**: articolo ripreso dal “Sistema Penale e Tutela della Salute“.

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