Il Superuovo

Facilis descensus Auerno: la catabasi di Odisseo, Orfeo e di uno Shadowhunter

Facilis descensus Auerno: la catabasi di Odisseo, Orfeo e di uno Shadowhunter

È davvero così facile scendere negli Inferi e tornare? Dicono che qualcuno ci sia riuscito, ma a che prezzo? Ecco le esperienze di Odisseo, Orfeo e degli Shadowhunters di Cassandra Clare.

Tanti sono i regni della Terra, le sue popolazioni, le storie, le tradizioni e le credenze. Altrettanto numerosi sono gli avventurosi esploratori che hanno cercato di raggiungere ogni angolo di mondo, alla ricerca di nuove regioni da scoprire, vivere o, semplicemente ammirare. Ma non tutti i Regni sono sulla superficie, visibili, facilmente accessibili, non tutti sono aperti ai visitatori; alcuni sono ben nascosti, celati, sono regni occulti ed oscuri, sottratti allo sguardo dei curiosi per un motivo ben preciso: il prezzo per entrarvi è altissimo.

Il regno di Ade

Come ogni regno che si rispetti, anche gli Inferi hanno bisogno di un re: la complicazione insorge nel momento in cui a reggere suddetta terra, troviamo niente meno che un dio. A livello tecnico, Ade non è il dio della morte, non esisteva una cosa del genere: a decidere del destino degli uomini, era il Fato, o la Moira, un qualcosa al di sopra della stessa volontà olimpica. A questo proposito, il fratello di Zeus, non è altri che il custode e il padrone di questo regno terribile, e di tutte le ombre che vagano nella desolazione più assoluta. Accedervi è tutt’altro che semplice: superata la fase uno, vale a dire Cerbero, il mostruoso cane a tre teste posto all’ingresso dell’Orco, c’è da attraversare il fiume Acheronte, traghettati da Caronte, per arrivare davanti ai tre giudici infernali, ossia Minosse, Radamanto ed Eaco (il tutto sempre che, dopo la morte, ci sia stata degna sepoltura, altrimenti l’anima è costretta a restare nel libo per l’eternità). Tecnicamente, ci sono anche dei modi per raggiungere gli Inferi con una temperatura corporea che potremmo dire propria di un essere vivente: se ci si chiama Ermes, per esempio, e se si è in possesso di un bastone magico appartenuto ad Apollo, si può fare. Costui, infatti, è il messaggero degli dèi, il cui compito è per l’appunto quello di riferire notizie e volontà: non è sempre detto, però, che i destinatari camminino sulla terra; abbiamo allora una figura in grado di viaggiare tra il regno dei vivi e quello dei morti, senza alcun rischio. Un’altra possibilità, sarebbe quella di essere Persefone, consorte di Ade e regina degli Inferi, incatenata da un accordo che le permette di trascorrere sei mesi dell’anno sulla superficie, ma che la costringe per gli altri sei nell’Oltretomba. Tolte queste due opzioni, come diavolo si va all’Inferno? E soprattutto, come si torna? Odisseo ed Orfeo ci sono riusciti, come lo stesso Enea.

La catabasi

Tra le più famose discese agli Inferi, non possiamo non ricordare quelle di Odisseo e di Enea, narrate rispettivamente da Omero nell’XI libro dell’Odissea, e da Virgilio nel VI dell’Eneide. Questi due eroi scendono tra le anime dei morti per avere notizie circa la propria missione, nel primo caso il ritorno ad Itaca, nel secondo la “fondazione di Roma”( storicamente non è Enea a fondare l’Urbe, ma è il capostipite della gens Iulia, la stessa da cui proviene Romolo). In realtà, la motivazione di Enea, ci appare più umana, più mortale: ha nostalgia del padre Anchise, appena deceduto. Se Odisseo si fa indicare la via da Circe, l’eroe del poema virgiliano si fa accompagnare dalla Sibilla di Cuma, luogo in cui era appena sbarcato: entrambi però devono fare dei sacrifici per poter scendere, sia che si tratti di immolare un montone nero, cosicché le anime possano nutrirsi del suo sangue nero, sia che si debba strappare un ramoscello d’oro da offrire a Proserpina. Il primo, oltre all’indovino Tiresia, incontra le anime di personaggi conosciuti nel passato, tra cui quella di Achille, che si aggira vuota, immateriale, come uno spettro, dichiarando che non c’è nessuna gloria nell’aldilà, nessun premio, alcun riconoscimento: preferirebbe essere un semplice bovaro, vivo! piuttosto che il re delle ombre. Ad Enea, invece, nei Campi Elisi, luogo decisamente più ospitale della selva dei suicidi in cui aveva incontrato Didone, vengono presentate le anime destinate a reincarnarsi e a tornare sulla Terra, varrebbe a dire, i suoi futuri discendenti. Oltre a queste due storie, abbiamo uno dei viaggi all’inferno più romantici ed amati dalla letteratura: quello di Orfeo che tenta di recuperare la sua amata Euridice, morta a causa del morso di un serpente, mentre fuggiva da Aristeo. Solo un amore forte e sincero può spingere qualcuno a scendere letteralmente nel profondo degli Inferi, per recuperare la propria adorata. Diversi scrittori, però, si sono cimentati nell’interpretazione di questo mito, da Cesare Pavese ad Alda Merini, per citarne solo alcuni; nei suoi ‘Dialoghi con Leucò’, Pavese ci dà una versione diversa della storia: Orfeo scende per sé, quello è il SUO inferno, scende per liberarsi del ricordo di lei, non per riportarla a casa. Va a seppellirla una volta per tutte.

It’s only Edom

Una delle coppie più amate della saga ‘The mortal instruments’, adattata poi a serie t.v. con il nome di ‘Shadowhunters’, scritta da Cassandra Clare, è quella che vede coinvolti Magnus Bane, sommo stregone di Brooklyn, e Alexander Gideon Lightwood, cacciatore di demoni e capo dell’istituto di New York. La storia, a grandi linee, è una rielaborazione della classica lotta tra bene e male, tra angeli e demoni: gli shadowhunters non sono altro che lontani discendenti dell’angelo Raziel, il quale avrebbe ‘creato’ questa schiera di combattenti nelle cui vene scorre il proprio sangue, per ricacciare tutte le entità demoniache nel luogo cui appartengono, l’Edom. Si tratta di una landa desolata, arida, spoglia e squallida, abitata dalle peggiore creature infernali, e governata dai demoni maggiori, tra cui Asmodeo e Lilith. Nelle ultime puntate della terza stagione, si crea uno squarcio tra il mondo dei vivi e l’Inferno, il quale impedisce ai cacciatori di rispedire il male nelle viscere della terra cui appartiene: è come se la porta fosse sempre aperta. Entra qui in gioco Magnus, che, per definizione, essendo un mago, ha per metà sangue di demone, così come vampiri, licantropi e ‘fate’; il sommo stregone, però, ha il sangue di un demone particolare nelle vene: egli non è altri che il figlio di Asmodeo, uno dei principi dell’Inferno. Vediamo allora Bane sacrificarsi e scendere nell’Edom per chiudere lo squarcio, restando nella dimora del padre, per vegliare sulla ‘cucitura’, in modo che nessuno possa più uscire, o entrare. Il tutto avviene dopo la proposta di matrimonio fatta dallo stregone al proprio fidanzato Alec, che di certo non si arrende a questo terribile destino e, come Orfeo, cerca un modo per salvare il suo promesso sposo, evitando di far cadere nuovamente il mondo nel caos più assoluto. Ma qui sta il problema: se uno shadowhunter scendesse all’Inferno, a causa della percentuale di sangue angelico che scorre in lui, morirebbe polverizzato seduta stante. Pessima idea. Vediamo allora Clary, la protagonista, escogitare uno stratagemma: con un simbolo particolare (runa parabatai-temporanea), lega se stessa e i propri compagni, ad amici con sangue demoniaco, riuscendo in questo modo non solo a raggiungere l’Edom, ma anche a salvare Magnus, senza particolari danni collaterali.

Facilis descensus Auerno

Questo dice Virgilio nel suo libro VI, “La discesa agli Inferi è facile”, ed è anche il motto degli shadowhunters di Cassandra Clare. Ma a quanto pare, non è esattamente così semplice, specialmente se l’intenzione è quella di tornare in superficie sani e salvi. Aforismi, proverbi, frasi, citazioni: la letteratura è piena di tentativi di descrivere, di capire cosa sia questo dannato Inferno. C’è chi dice che non esista affatto, chi sostiene che il solo pensarci sia Inferno, chi lo descrive come mancanza di qualcosa o di qualcuno, altri ancora ne parlano come di una prigione della mente dell’anima, come l’assenza della completezza, il non soddisfacimento della felicità, la mancata realizzazione della serenità. Non importa poi così tanto che si tratti di un luogo fisico, di una gabbia, di una terra in fiamme o di una morsa che la notte non fa dormire, di un fiume nero come la pece che inquina i pensieri e i sentimenti: vero è, che ciascuno ha il proprio di Inferno, e forse ha ragione Pavese, una volta tocca scenderci e seppellire quello che non ci fa andare avanti, fingere di riportarlo in superficie, ingannarlo e poi guardarlo in faccia, dritto negli occhi. Una cosa, però è estremamente chiara: per quanto scendere sia faticoso ed ostico, risalire lo sarà ancora di più. Si corre il rischio, infatti, che quel calore piaccia, avvolgente e sensuale, poiché non siamo tutti Achille, non tutti preferiamo essere dei bovari vivi, alcuni sono esattamente con il Lucifero di Jhon Milton: preferirebbero regnare nelle profondità della Terra, nei suoi meandri più spaventosi, piuttosto che servire in un Paradiso che non riconoscono come casa propria.

 

 

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