Il Superuovo

Corea del Nord, Russia, Cina e Bielorussia sono democrazie? Scopriamo i regimi non democratici

Corea del Nord, Russia, Cina e Bielorussia sono democrazie? Scopriamo i regimi non democratici

Solo il 5,7% dei cittadini mondiali vive in paesi che possono essere considerati democrazie perfette. Quali sono i regimi non democratici?

 

L’Intelligence Unit del settimanale The Economist si propone ogni anno di stilare il democracy index, con il quale viene misurato il livello di democrazia in 167 paesi. Nel 2020 soltanto 22 stati sono riusciti a rientrare nella tanto agognata categoria della democrazia perfetta o completa: Norvegia, Islanda e Svezia si riconfermano ancora una volta leader della diffusione democratica sul territorio nazionale. Curioso è invece il caso dell’Italia, che anche nell’anno appena trascorso fatica a rientrare sotto lo spettro democratico completo e si accontenta di essere una democrazia imperfetta. Al termine della classifica troviamo poi i cosiddetti non democratici, ovvero i regimi ibridi e autoritari, tra i quali emergono Russia, Corea del Nord, Cina e Bielorussia.

 

I regimi autoritari

Il democracy Index, sulla base delle risposte fornite a 60 quesiti e tenendo conto di parametri quali il livello di partecipazione elettorale, ricava degli indici di cinque categorie che vengono poi utilizzati per collocare i paesi nei seguenti quattro tipi di regimi: democrazia piena, democrazia imperfetta, regime ibrido e regime autoritario. Gli ultimi due rientrano nella dicitura di regimi non democratici, e allora quali sono?

Rientrano nella cosiddetta politics non democratica i seguenti regimi: totalitario, autoritario, tradizionale e ibrido. Iniziamo con i regimi autoritari anche chiamati da Marx regimi di bonapartismo e da Gramsci di neo-bismarckismo. La definizione universalmente riconosciuta è quella di Juan Linz, secondo cui autoritario è un

sistema politico con pluralismo politico limitato e non responsabile, senza una elaborata ideologia-guida, ma con mentalità caratteristiche, senza mobilitazione politica estesa o intensa, tranne che in alcuni momenti del suo sviluppo, e con un leader o talora un piccolo gruppo che esercita il potere entro limiti formalmente mal definiti ma in realtà abbastanza prevedibili.

In altre parole, autoritari sono quei regimi il cui tratto peculiare è innanzitutto il pluralismo limitato, vale a dire gli attori rilevanti, divisi in istituzionali e sociali, sono limitati e non politicamente responsabili, ovvero non eletti attraverso elezioni corrette, libere e competitive. L’insieme degli attori rilevanti che sostengono il regime forma la coalizione dominante, dalla quale tutti gli altri attori sono esclusi o emarginati attraverso un astuto gioco di repressione poliziesca e uso dell’apparato ideologico. Un altro tratto da non sottovalutare è poi la personalizzazione del potere e l’uso strategico della mentalità come base di legittimazione del potere. Di fatti, diversamente dai regimi totalitari manca un’ideologia definita e articolata: i valori tradizionali (nazione, patria, gerarchia, ordine) sono impiegati nella formazione degli “atteggiamenti intellettuali” che giustificano il regime. Infine, si rileva un basso grado di mobilitazione della società civile: il fine della élite dominante è la sempre maggiore progressiva esclusione della popolazione dall’arena politica.

 

I regimi ibridi

Per regimi ibridi o di transizione si intendono quei regimi parzialmente liberi, che posseggono solo alcune delle istituzioni e delle procedure caratterizzanti le democrazie, incorporando al tempo stesso caratteristiche proprie dei regimi autoritari o tradizionali. Secondo la Freedom House il 30% della popolazione mondiale vive in paesi parzialmente liberi, nessun continente escluso e fatta eccezione per la Turchia, si tratta di paesi dalle dimensioni medio-piccole.

Quello che è interessante rilevare è come tali paesi presentino dei tratti comuni: nella maggior parte dei casi provengono da un passato autoritario o da un regime tradizionale, monarchia o sultanismo o da una crisi di una democrazia ormai superata. A queste si aggiunga anche che spesso si tratta di paesi con un’esperienza coloniale alle spalle che ha impedito una stabilizzazione in direzione democratica o autoritaria. In questo contesto caratteristica peculiare è la presenza di elezioni semi-competitive e la presenza di un partito egemonico-dominante nel contesto di più partiti scarsamente strutturati. Manca l’elemento della repressione come nel caso dei regimi autoritari: si tratta per lo più di uno stato poco organizzato con scarsa istituzionalizzazione o de-istituzionalizzazione. Di fatti, la principale differenza con i paesi autoritari sta nella rottura del pluralismo limitato e della coalizione dominante, vale a dire nella presenza di un pluralismo aperto e competitivo con qualche limitazione se il regime proviene da un passato democratico, gettatosi in un clima di incertezza derivante dall’incapacità di creare nuove istituzioni o dall’inabilità di riaffidarsi alle vecchie istituzioni. Come detto in precedenza, si tratta di paesi che non riescono a svilupparsi né in senso democratico né autoritario.

 

Il caso concreto

Tornando al democracy index del settimanale The Economist rientrano nella categoria di regimi autoritari la Russia, la Corea del Nord, la Cina e la tanto discussa Bielorussia.

Nella fattispecie della Corea del Nord ci troviamo di fronte ad un paese governato sin dalla sua fondazione dalla medesima famiglia, oggi capitanata da Kim Jong-un. Lo stato risulta allo stato attuale privo di un qualsiasi meccanismo di competizione elettorale e per il versante dei diritti della libertà di stampa tanto che appare arduo avere notizie chiare e precise relative allo svolgimento della politica interna del regime.

Quanto alla Cina, la deriva autoritaria del paese si è rivelata con la gestione della pandemia da Covid-19. La censura delle notizie e la manipolazione dei dati sono questioni più che mai attuali, nonché le continue violazioni dei diritti perpetuate a danno dei cittadini cinesi. Il governo è nelle mani del partito comunista cinese, che adopera la censura come mezzo di mantenimento dello status quo: si pensi all’idea di rimuovere i termini “libertà e democrazia” dalla piattaforma Google e alla chiusura di Youtube a seguito degli scontri in Tibet.

Il caso della Russia è forse il più famoso data anche la vicinanza geopolitica del paese all’Italia. La quarta vittoria di Putin del 2018 si impone nel panorama internazionale a conferma dell’andamento autoritario del paese e del tentativo di accentramento politico del potere presidenziale, di cui vittima ancora una volta risultano essere i diritti base dell’individuo. Si pensi alle restrizioni alla libertà di stampa, di espressione, di informazione o anche alla recente questione del blocco di Telegram dopo il rifiuto da parte del servizio di messaggistica di fornire codici di crittografia ai servizi di sicurezza. Per non parlare della posizione adottata da parte del governo nei confronti della comunità LGBQT.

Dello stesso avviso della Russia è poi la Bielorussia, oggi più che mai al centro dell’informazione internazionale. Dopo la vittoria di Lukashenko, al potere nel paese da ormai 25 anni, si è reso evidente agli occhi di tutto il mondo il clima di brogli e intimidazioni che ha accompagnato le elezioni dell’agosto scorso. Lukashenko, grazie ad un astuto gioco di accentramento del potere esecutivo, gode oggi della possibilità di emanare decreti e ordinanze aventi efficacia di netto superiore rispetto alla legge del Parlamento. Non solo, la nomina dei giudici e il potere di riorganizzare i tribunali permettono al presidente bielorusso di esercitare una ingente forma di controllo sulla magistratura nazionale.

 

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