Ciò che più ci fa paura: la normalità che si macchia di inquietudine passata come in Shining

Un hotel da incubo che neanche l’intervento di Gordon Ramsay può trasformare in un sogno. Soprattutto perché ha tutto l’aspetto di un paradiso dell’ospitalità: il vero incubo si materializza nella nostra testa.

La vita in famiglia può essere un vero e proprio manicomio. Chi non l’ha ammesso almeno venti volte durante la quarantena mente. Il manicomio della famiglia Torrance ha le sembianze di un lussuoso albergo sulle montagne del Colorado, costruito su un cimitero di indiani trucidati dai coloni bianchi (brillante intuizione architettonica). Una “vacanza” che riporta in vita una lunga serie di spettri del passato e una tragedia che forse si sarebbe potuta evitare se l’hotel avesse fornito un’opportuna consulenza psicologica.

Il perturbante dell’Overlook Hotel

Diciamocelo: Shining non è il classico film horror. E non perché il ragazzo nero non sia il primo a morire, o perché non ci sia la reginetta del ballo che apre sempre le porte che dovrebbero rimanere chiuse. Ciò che distingue la storia di Jack Torrance, vittima e carnefice di un delirio incontrollabile e criminale, è la quasi totale assenza di colpi di scena spaventosi, perché l’epilogo è sempre stato ben chiaro dall’inizio. Cosa ci disturba, quindi, di questo film terrificante?

Si tratta di quel che Freud chiama Unheimliche (salute!). Altri non è che la sensazione di perturbante, cioè qualcosa che presenta una doppia valenza, partendo da una familiarità rincuorante iniziale per poi trasformarsi in angoscia e inquietudine. Lo stesso albergo, che ad una prima visita sembrerebbe un normalissimo complesso turistico dotato di ogni confort che si possa sperare negli anni ’70, si mostra nella sua natura sempre più strana e ambigua con il passare delle settimane. Cadaveri che fanno la doccia, gemelle spettrali, uomini mascherati in posizioni insolite, palline che rotolano da sole. Perturbante.

Quella testolina te la faccio a pezzi

L’edificio è come dotato di un’anima che si fa strada, man mano, nella psiche di Jack, Wendy e Danny, proiettando in loro il suo trascorso devastante. Un’anima dal passato tragico che ha cementificato e rimosso tutto ciò che era rimasto di un ricordo doloroso e che torna a perseguitare gli ospiti dell’hotel. Ed è proprio la rimozione di qualcosa che ritorna nella sua forma più angosciosa a costituire il presupposto essenziale per il perturbamento.

In questo caso, gettare le fondamenta proprio sopra il cimitero indiano, in un certo senso è come cancellare le tracce della strage che uccise la popolazione di indiani su quelle montagne. Un passato che tormenta l’albergo anche molto tempo dopo e che compare in sogno ad un instabile Jack, segnandone la caduta libera verso la follia così come quella del custode Grady prima di lui. Ma l’accetta e l’irrefrenabile desiderio omicida di fare a pezzi la propria famiglia non sono gli unici fantasmi a tornare alla ribalta. Un demone molto più reale e temibile accomuna Jack e l’autore stesso del romanzo dal quale è stato tratto Shining: l’alcolismo.

Bourbon con ghiaccio? Offre la casa, mr. Torrance

Il Re dell’horror Stephen King ha confessato, infatti, di essersi ispirato per la stesura della storia ad una sua grande paura. Durante una vacanza con la moglie in un albergo sul procinto di chiudere per l’inverno (quindi quasi del tutto vuoto come nel film), sogna il figlio che corre terrorizzato lungo i corridoi dell’hotel, inseguito da quella che secondo l’autore era una sorta di allegoria paterna. In passato lo scrittore avrebbe, infatti, sofferto di alcolismo e temeva che la sua dipendenza lo trasformasse da padre amorevole e colonna portante della famiglia a uomo violento e pericoloso per i propri cari. Anche qui, il familiare che si tramuta in angoscia e inquietudine.

Aveva il terrore di diventare come Jack che, a suo tempo, in seguito a una delle sue bevute aveva rotto il braccio al piccolo Danny e che nella sua permanenza in albergo aveva avuto una ricaduta. La dipendenza da alcol, tra gli effetti che presenta, porta a un aumento delle tendenza negative e delle inclinazioni aggressive e a una riduzione dell’autocontrollo e dell’autocoscienza. Spesso da chi ha sofferto o soffre di alcolismo, la dipendenza viene vista come una malattia incontrollabile e in grado di prendere il sopravvento sulle proprie intenzioni. E si tratta di una paura ragionevolmente reale.

 

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