Cicerone, Cristina d’Avena e la cultura albanese ci raccontanto le superstizioni al giorno d’oggi

Ricercando la definizione del termine superstizione appare “Insieme di credenze o pratiche rituali proprie di società antiche, spec. legate a culti pagani, e, oggi, di ambienti culturalmente arretrati, fondate su presupposti magici e soprannaturali.”


Tuttavia, risulta in questa definizione che le superstizioni appartengano unicamente a culture antiche o arretrate. Questa affermazione si rivela parzialmente falsa in tante società che, pur vivendo nel progresso e nella consapevolezza giustificata di determinati fenomeni, continuano a riavvicinarsi in qualche modo al mondo delle superstizioni per completare e compensare la dimensione ineffabile e misteriosa della loro realtà. Scopriamo come le superstizioni e l’attitudine ad esse si siano evolute dall’antichità ad oggi attraverso Cicerone, Cristina d’Avena e un brano della cultura albanese.

Superstizioni nell’antichità

Nell’era che il positivista Comte avrebbe associato all’infanzia, in cui ogni fenomeno veniva spiegato e giustificato con cause soprannaturali, i riti e le superstizioni svolgevano una funzione quasi vitale.
Sono vari gli esempi esplicativi del rapporto degli antichi con la natura, le superstizioni e i riti associati, di cui un esempio efficace è reperibile nel capitolo XI dell’Odissea. La vicenda narra la discesa di Ulisse nell’Ade ed il suo incontro con l’indovino Tiresia. Tuttavia ciò che in particolar modo rivela l’intensa dimensione ritualistico-superstiziosa è precendente all’incontro tra Ulisse e l’indovino. Difatti, il figlio di Laerete per incitare e celebrare l’arrivo di Tiresia ripeterà una serie di rituali considerati fondamentali per il positivo proseguimento dell’incontro, quali la libazione.
Qualche secolo più tardi, presso i Romani, con pratiche per certi aspetti simili al consulto degli oracoli in antica grecia, gli auguri e gli aruspici tentano di predire e comprendere i piani futuri destinati agli uomini con pratiche quali l’interpretazione del volo degli uccelli o l’esame delle viscere di animali.
Tuttavia, per la prima volta queste pratiche vengono messe in discussione da Cicerone, che in De divinatione inizia a sospettare dell’efficacia di tali pratiche nella previsione o manipolazione del proprio avvenire.

«Assai spiritoso è il vecchio motto di Catone che affermava di meravigliarsi che un aruspice non si mettesse a ridere ogni volta che vedeva un altro aruspice. Quante sono le cose predette da essi che sono poi accadute? E se qualcuna si è verificata, quali prove ci sono contro l’eventualità che essa sia accaduta per caso? Il re Prusia I, allorché Annibale, esule presso di lui, lo esortava a far guerra a oltranza, diceva di non volersi arrischiare, perché l’esame delle viscere lo dissuadeva. “Dici sul serio?” esclamò Annibale, ”preferisci dar retta a un pezzetto di carne di vitella che a un vecchio condottiero?”. […] Dovrei mettermi a fare l’elenco (che sarebbe davvero infinito) dei responsi degli aruspici senza alcun effetto o addirittura opposto alle previsioni?»

Superstizioni oggi

Per quanto l’intuizione di Cicerone si sia rivelata nel tempo condivisa, sono ancora molti a cedere a gesti scaramantici generati da superstizioni infondate ma potenti nella cultura contemporanea.
Passare sotto una scala, rompere uno specchio, veder attraversare un gatto nero per strada sono tutti fatti sfortinati che la gente tenta di evitare, seppur apparentemente conscia della loro impotenza ed inefficacia. Si tende quindi a prevenire sventure e malasorte attraverso gesti scaramantici quali toccare legno, ferro, indossare oggetti simbolici come il famoso curnicello napoletano oppure agendo con un elegante toccata di testicoli.
Questo fenomeno socialmente presente è raccontati nella cultura popolare attraverso testi, racconti e canzoni che mettono in evidenza il legame irrazionale dell’uomo con azioni, gesti e simboli.
Con ironia e semplicità Cristina D’Avena racconta nel brano Volevo un gatto nero il dramma di un bambino desideroso di ricevere un gatto nero, che nessuno sembra volergli regalare forse proprio per la superstizione che associa il gatto nero alla sfortuna.

Volevo un gatto nero nero nero
Mi hai datto un gatto bianco
Ed io non ci sto più

Parallelismi culturali

Quella dell’Albania è una civiltà con una lunga tradizione legata alle credenze popolari e alle superstizioni, che ancora si conserva tra i più anziani.
Tuttavia, il contrasto generazionale emerge nella simpatica canzone per bambini Macja le te lahet che così come il brano di Cristina D’Avena riprende il concetto di superstizioni, seppur in maniera più approfondita.
Il brano inizia con la storia di un gattino che bagnandosi il muso sembra annunciare, a detta di una nonna, il cattivo tempo, rivelando così una prima credenza popolare secondo la quale questa azione sia presagio di maltempo.

Mjau,mjau ,mjau mjau ,nje maçok
Fytyren lau,gjyshja ime sa e
pa do te bjere shi me tha!

Entra però in scena il nipote, che con lucida razionalità contrasta la saggia nonna, affermando con empirismo pratico, che in assenza di nubi le probabilità di pioggia sono rare, nonostante il muso del gatto si sia bagnato.

Po Petriti vellai im qe di mire
cdo mesim i tha gjyshes po
s’pat re jo nuk bie shi mbi ne.

Inizia così il ritornello in cui allegramente in coro i bimbi cantano smentendo alcune delle credenze della nonna, tra le quali l’influenza appunto del gatto bagantosi o del canto dei galli.

Macja le te lahet prape do te thahet
Gjeli te kendoje sa here te doje
po nuk pati re
po nuk vetetiu
po nuk bubulliu
s’bie shi mbi ne

Si conclude con questo ritornello l’annuncio di quella che è l’attitudine alle superstizioni ai giorni nostri: credenze antiche gradualmente smentite dal progresso, la scienza e l’informazione.
Credenze popolari e superstizioni restano tuttavia parte di un patrimonio culturale da conservare e celebrare in ricordo del tentativo primordiale dell’uomo di conoscere e scoprire la dimensione più misteriosa e inafferrabile della propria esistenza.

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