fbpx
Che cosa si prova ad essere se stessi? Rispondono Nagel, Ant Bully e i Maneskin

Si prova qualcosa ad essere un individuo come me, come te o chiunque altro? E se si prova qualcosa, che cosa si prova?

 

 

La filosofia analitica nel secondo dopo guerra si è chiesta spesso se la scienza, con il suo progresso che pareva infinito e indomabile, riuscisse a descrivere l’individuo in modo completo oppure rimanesse uno spazio per la filosofia. Questo spazio venne trovato nella coscienza fenomenica: la scienza non riuscirà mai a spiegare che effetto fa essere soggettivamente un dato soggetto.

Cosa si prova ad essere un pipistrello?

Il saggio “Cosa si prova ad essere un pipistrello?” è un saggio scritto dal filosofo statunitense Thomas Nagel nel 1974,  considerato uno dei più importanti e influenti articoli di filosofia della mente.

In questo saggio Nagel si pone la questione inerente al carattere fenomenico della coscienza, ossia al che cosa si prova, a che effetto fa provare un dato stato mentale – esempi di stati mentali coscienti con una caratterizzazione fenomenica sono sensazioni corporee come provare dolore, stati percettivi come avere esperienze visive, emozioni e stati immaginativi -, si potrebbe chiamare il carattere soggettivo dell’esperienza. La questione è di estrema attualità, in quanto tutt’ora, il dibattito sull’esistenza o sull’assenza di questo tipo di coscienza è ancora acceso nel panorama filosofico analitico.

Nagel descrive il pipistrello. Il suo modo di percepire il mondo è completamente diverso dal nostro; gran parte dei pipistrelli infatti hanno un apparato sensoriale che permette loro di percepire il mondo esterno principalmente con un ecogoniometro, rilevando i riflessi, provenienti da oggetti a tiro di voce, delle loro strida emesse in rapida successione.

Nagel suggerisce che l’essere umano, dotato di un certo sistema percettivo, provando a immedesimarsi nell’esperienza fenomenica del pipistrello, possa solamente giungere a comprendere che cosa proverebbe lui a comportarsi come un pipistrello, non che cosa prova il pipistrello. Questo perché gli apparati sensoriali sono incommensurabili: l’esperienza fenomenica in questo caso è disponibile solamente al pipistrello.

Successivamente Nagel amplia la portata del suo saggio, sostenendo l’unico modo per giungere alla coscienza fenomenica sia attraverso l’esperienza introspettiva –l’esperienza soggettiva. Questo perché si ha accesso in modo diretto e inconfutabile solo alla propria coscienza. Che cosa significa questo in poche parole? Significa che anche il carattere fenomenico degli altri esseri umani rimane sconosciuto a tutti tranne che a se stesso, che che cosa prova Tizio a essere Tizio, che cosa prova nel momento in cui patisce una sofferenza o nel momento in cui gioisce è un’esperienza soggettiva e inafferrabile per gli altri.

Il carattere soggettivo dell’esperienza si può avere da un solo punto di vista.

Che cosa si prova ad essere una formica?

Il tema della coscienza fenomenica è un tema omnicomprensivo all’interno del panorama cinematografico e musicale. Un esempio che sembra riprendere pari pari il saggio di Nagel è il film d’animazione “Ant Bully – una vita da formica”.

Il film parla Lucas, un bambino di dieci anni che vive in un quartiere residenziale di Las Vegas insieme ai genitori poco presenti, la sorella egocentrica e negligente e l’eccentrica e goffa nonna. Lucas non ha amici, trascorre tutto il giorno giocando ai video giochi e sfoga le sue frustrazioni inondando il formicaio di casa e facendo continua strage nella comunità di insetti.

La questione nageliana sull’impossibilità di percepire che cosa si prova a essere un pipistrello, verrà ben presto provata da Lucas. Le formiche, infatti, stanche delle perpetue violenze decidono di vendicarsi, versando nell’orecchio del bambino una pozione creata dallo sciamano della comunità, che rimpicciolisce Lucas fino alle dimensioni di una formica.  Successivamente viene condotto nel sottosuolo e condannato a rimanere a vivere tra loro tra il duro lavoro, la ricerca di cibo e la continua difesa della colonia da predatori di ogni dimensione.

Nagel potrebbe approvare questo tentativo, ammettendo che vi sia la possibilità che Lucas impari che cosa si provi ad essere una formica – o meglio ad essere un bambino rimpicciolito fino alle dimensioni di una formica, il che è in parte diverso.

Un esempio musicale molto recente, invece,  si potrebbe riscontrare all’interno della canzone “Vent’anni” dei Maneskin:

Spiegare cos’è il colore a chi vede bianco e nero.

Interpretando la frase da un punto di vista nageliano, chiaramente questo sarebbe possibile solo in parte. La percezione visiva infatti rientra all’interno delle esperienze inerenti alla coscienza fenomenica e dunque la sua esperienza è del tutto soggettiva. Si potrebbe spiegare che cos’è il colore da un punto di vista scientifico, ma non si potrebbe spiegare che cosa si prova a vedere un colore ad una persona che ha un apparato sensoriale che gli permette di vedere solo il bianco e il nero.

Che cosa provo a essere me stesso?

Che cosa provo a essere me stesso? La domanda è ardua e porta a più di una remora. Perché si dovrebbe provare qualcosa a essere se stessi? L’intuizione soggettiva con cui Nagel suggerisce l’esistenza di questa coscienza fenomenica non convince più di tanto. Ma ancora di più, che cosa si intende per “me stesso”? In una concezione humeana – l’io è un ente illusorio, è solamente il termine con il quale ci si riferisce ad un fascio di percezione che non hanno alcuna unità – infatti non si porrebbe nemmeno la questione. Quindi la questione basilare è: esiste un ente definito come Io?

Questa è sicuramente una delle questioni più ardue della filosofia, questione sicuramente non affrontabile in questo articolo. Concentrandosi ancora una volta sul significato del saggio di Nagel, però, sembra che il filosofo statunitense renda il tutto troppo semplicistico. Non potrebbe essere che la coscienza fenomenica non sia nemmeno accessibile allo stesso soggetto? Si potrebbe benissimo non provare nulla ad essere un pipistrello, ma esserlo e basta – per ovvie determinazioni fisiche e biologiche. Si potrebbe benissimo provare dolore o gioia, ma non riuscire a identificare l’effetto che fa provarle. Cosa provo a provare dolore potrebbe essere un qualcosa di assolutamente inconoscibile al soggetto o, ancora più scetticamente, un qualcosa che non esiste affatto. Che cosa provo io ad essere innamorato? Che cosa provo ad essere felice? La coscienza fenomenica individuale potrebbe essere paritaria a quella altrui: ignota o assente.

Così riassume questo pensiero Paolo Giordano in “Divorare il cielo”.

La verità sulle persone. […] Arriva mai un punto in cui possiamo affermare di saperla? […] La verità sulle persone, su chiunque, semplicemente non esiste.

 

 

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: