C’è pace per i malvagi? I Cage the Elephant possono aiutarci a capirlo

Perché il male è un elemento innato in ognuno di noi? È controllabile o l’uomo malvagio nasce come essere necessario? Con l’aiuto dei Cage the Elephant spingiamoci all’origine del male

Un passo indietro: siamo a giugno 2008 e sulla scena del rock alternativo si affacciano per la prima volta i Cage the Elephant. Un singolo, in particolare, prepara la loro ascesa a livello planetario: “Ain’t No Rest For The Wicked” (“Non c’è pace per i malvagi”). È un successo assicurato: il riff di chitarra pungente e la voce particolare del cantante Matthew Shultz, fanno schizzare le vendite del primo album dei Cage the Elephant alle stelle. Ci si accorge presto che il loro successo non è dovuto solamente alla musica di ottima fattura che producono, ma anche alle tematiche che affrontano ed “Ain’t No Rest For The Wicked” è l’esempio più lampante.

Il male necessario

Jacques Lacan, psicanalista e filosofo francese, tra i più in vista del ventesimo secolo, diceva in uno dei suoi molteplici seminari che “Non c’è legge del bene se non nel male e attraverso il male”. È sicuramente un pensiero che ci fa riflettere, perché la nostra conoscenza del bene è mediata sempre dallo scoprire il male, che, nella teoria del filosofo, è anteposto al bene stesso. Noi esseri umani arriviamo a discernere le “cose buone” solamente dopo che abbiamo sperimentato quelle che ci causano un danno. Serve, perciò, una perlustrazione interna del proprio io per comprendere il male in sé e questo concetto è ulteriormente specificato da Freud. Nel 1920, il padre della psicanalisi, mediante studi sulla pulsione vita-morte, arriva a definire che noi esseri umani tendiamo a scambiare il nostro bene con il male, ossia siamo noi stessi a ricercare le cose che ci fanno del male poiché l’attrazione per il godimento (al limite del perverso) è un atteggiamento naturale insito nell’uomo, da sempre.

Nella foto Jacques Lacan: definito dai “più” come “lo psicanalista più controverso dai tempi di Freud”, di cui ne raccoglie, in parte, l’eredità

I soldi non crescono sugli alberi

“Ain’t No Rest For The Wicked” un singolo innovativo, un inno al cambiamento e un canto al rischio di rimanere intrappolati nei propri limiti e non superarli mai. Il brano è articolato in tre strofe, intervallate dal ritornello, che narrano una storia, un percorso. O meglio, tre storie che sembrano idealmente intrecciarsi: quella di una prostituta, di un uomo alla ricerca quasi ossessiva del denaro e di un altro uomo (probabilmente lo stesso della strofa centrale, ma non ne abbiamo la certezza, ndr.) che è intento a rubare soldi da una chiesa. Ma perché i Cage the Elephant ci vogliono raccontare queste storie? Perché sono d’impatto, storie di vita vera, vissuta, che potrebbero capitare ad ognuno di noi, in una parola: realistiche. Tre esseri umani che quasi sicuramente, non per loro scelta, sono costretti ad andare contro la legge pur di sopravvivere. Ad esempio, la donna, oggetto della prima strofa, dice chiaramente: “Money don’t grow on trees/I got bills to pay/I got mouths to feed/There ain’t nothing in this world for free” (“I soldi non crescono sugli alberi/Ho delle fatture da pagare/Ho delle bocche da sfamare/Non c’è niente di gratis a questo mondo”). È molto chiaro, non c’è bisogno di spiegare ulteriormente. In tutto ciò, il narratore della vicenda, ossia l’uomo che guarda dapprima con distacco e poi sempre più con attenzione le storie degli altri tre esseri umani, chiede direttamente alla donna il perché faccia questo, ma in realtà non viene mai fornita una spiegazione di tali atti: gli esseri umani delineati e descritti con cura nella canzone non sembrano avere né arte né parte e si lasciano andare, perché la libertà di commettere atti non legali e malvagi è l’unica cosa che è rimasta loro nella vita, una sorta di libertà del male.

La copertina dell’album da cui è estratto “Ain’t No Rest For The Wicked”. Il disco, eponimo, si chiama “Cage the Elephant” e ha venduto oltre mezzo milione di copie nei soli USA

È questa la vita che vogliamo veramente condurre?

“What made you want to live this kind of life?” (“Cosa ti ha fatto desiderare di vivere questo tipo di vita?”) chiede il narratore al secondo uomo, quello che gli punta direttamente una pistola alla tempia. Non erano nemmeno passati quindici minuti dall’incontro precedente con la donna, quando quest’uomo afferra il narratore alle spalle, intimidendolo di consegnargli tutti gli oggetti di valore che possiede. A dire “Ain’t No Rest For The Wicked”, questa volta, è proprio il ladro: “I know I can’t slow down/I can’t hold back/Though you know, I wish I could” (“So che non posso rallentare/Non posso tirarmi indietro/Anche se sai, vorrei poterlo fare”). Un piccolo bagliore di speranza, in un atto che di per sé resta terribile: l’uomo vorrebbe poter sganciarsi, tirarsi indietro dal condurre questa vita, perché sa che non lo porterà da nessuna parte, ma in qualche modo è bloccato e i soldi facili, quelli magari estorti con una rapina, sono troppo importanti e fondamentali per poter farne a meno. Tutti i nostri personaggi, ce lo dicono, hanno una famiglia, hanno quelle “mouths to feed” (“bocche da sfamare”) che non possono minimamente passare inosservate.

I Cage the Elephant saranno in tournée da fine settembre e l’anno prossimo toccheranno anche l’Italia: il 4 marzo, infatti, suoneranno al Fabrique di Milano

La chiave biblica

Ritroviamo la frase “Non c’è pace per i malvagi” in Isaia 48:22 e 57:20, dove si dice anche: “Ma gli empi sono come il mare agitato quando non si può calmare e le sue acque cacciano fuori fango e pantano.” Nella Bibbia il male equivale al non essere. È un termine nullo e assorbente al tempo stesso, poiché l’essere umano è specchio del creatore e non potrebbe concepire un’esistenza malvagia, essendo Dio il non-male per eccellenza.

L’ultima, conclusiva, frase della canzone dei Cage the Elephant l’ho volutamente lasciata per ultima, così che si possa riflettere su tale argomento abbracciando non solo il campo musicale, ma tirando in ballo anche argomenti più “alti”. “Oh no there ain’t no rest for the wicked, until we close our eyes for good” (“Oh, non c’è riposo per i malvagi, finché non chiudiamo gli occhi per sempre”). È il religioso riposo eterno, la laica morte, quella che permette di redimere e di far riposare una volta per tutte il malvagio. Non ha vie d’uscita, la sua vita resterà macchiata finché, per l’appunto, non abbasserà le palpebre per sempre.

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