Cattivi si nasce o si diventa? Joker analizzato con il Fattore D e l’Effetto Lucifero

Uno sguardo all’interno della psicologia nascosta dietro al male.

Si può dire che il balletto  di Joker, interpretato dal premio Oscar Joaquin Phoenix,  sulla scalinata di Highbridge sia ormai diventato virale. Sebbene la pellicola abbia riscontrato molti consensi, la critica accusa il regista di aver trattato il cattivo come una sorta di antieroe e che questa scelta vada in effetti a legittimare il suo crudele operato, proprio perchè risultante di una condizione di vita disagevole.

L'artista Shawn Cross rappresenta i disturbi mentali senza filtri; qui la sua versione di Joker
L’artista Shawn Coss mostra la sua interpretazione del volto di Joker

Prospettiva di analisi

Il punto è che nessuno, regista compreso, vuole giustificare un supercattivo. Come dichiara Todd Phillips stesso, Esistono molti modi per guardare il film. Se il vostro punto di vista si limita ad un giudizio a seguito dei fatti compiuti, non continuate a leggere. Se, al contrario, la vostra prospettiva di analisi ha a che fare con un metodo scientifico, ormai noto, basato su osservazione, ripetibilità, interpretazione e verifica, converrete che sia più opportuno considerare il soggetto in questione, Joker per l’appunto, come il risultato di una somma di eventi accaduti nel suo passato.

Piccolo inciso: poichè si sta parlando di una persona e non di un fenomeno senza vita, il focus sarà su cosa si può inferire a seguito di una osservazione analitica, nell’ottica della comprensione e non del buonismo.

Il fattore D; questione di predisposizione…

La psicologia moderna non ha dubbi sul fatto che la cattiveria umana esista. In particolare, secondo un recente studio avvenuto su 2500 persone grazie alla collaborazione di alcuni scienziati delle Università di Copenaghen, Ulm e Koblenz-Landau, sarebbe possibile enumerare 9 caratteristiche Dark ,determinanti ai fini della malvagità. In breve, esse sono : egoismo, machiavellismo, assenza di etica e morale, narcisismo, superiorità psicologica, psicopatia, sadismo, interessi sociali e materiali, malevolenza. Gli studiosi somministrano ai partecipanti 9 test ciascuno,cioè uno per misurare ogni caratteristica sopra elencata; dai dati emergerebbe  una correlazione positiva tra i comportamenti malvagi e la presenza intrinseca di suddette qualità. La tesi trova ulteriore supporto esemplificativo se si considera il vissuto di un considerevole numero di affermati ed efferati serial killer, che presentano profili patologici molto simili tra loro. Le diagnosi più frequenti comprendono isolamento sociale, comportamenti disorganizzati, ossessioni per temi macabri, sindrome di automutilazione e crisi di alienazione da sè.

  …o forse no: l’Effetto Lucifero

Un fotogramma dalla registrazione dell’Esperimento

La tendenza comune è quella di ritenere la cattiveria un insieme di attributi che bloccano l’individuo nella sua forma presente quasi fosse cristallizzato e rimasto immutato nel corso degli anni. Tuttavia è risaputo ormai da tempo immemore che l’uomo, in quanto essere vivente, è sottoposto ad una continua evoluzione non solo legata allo sviluppo fisico, ma anche  e soprattutto alla maturazione cognitiva. Sebbene, com’è noto, Freud e il pensiero siano stati ampiamente superato, egli di poco si sbagliava parlando della vita psichica come di una sorta di graduale sedimentazione che infine assume la forma manifesta del comportamento. In altre parole, la sfida più ardua sta nello scavare in profondità per arrivare a definire il ‘come’, non il ‘cosa’. Lo psicologo Phil Zimbardo si occupò proprio di dimostrare che un comportamento malvagio non corrisponda necessariamente ad una disfunzione della personalità e in questo senso parla di Effetto Lucifero, un processo graduale per cui si arriva a fare del male sotto forte influenza del contesto sociale in cui ci si trova. Egli è infatti in grado di ricostruire questo processo di degenerazione comportamentale grazie all’Esperimento Carcerario di Standford, uno studio avvenuto nel 1971, tanto interessante quanto inquietante, che coinvolge un gruppo di studenti, divisi tra Guardie e Carcerati. L’esperimento, programmato per durare 2 settimane, venne invece sospeso dopo 7 giorni poichè la situazione stava sfuggendo al controllo: le Guardie sottoponevano i Carcerati a trattamenti sempre più deumanizzanti, forti del principio di auctoritas e delle loro uniformi. Eppure si trattava degli stessi studenti che solo un mese prima ,durante  il profiling,risultavano così innocui, perfino dotati di una vena di timidezza.

Comprendere non significa legittimare

Il nostro Arthur Fleck ci viene presentato come un reietto, imprigionato in un contesto che diventa via via più disagevole e che lo sottopone ad un carico di stress sempre maggiore. Lavorava travestito da clown -amara ironia- subendo non di rado atti di violenza fisica e verbale, si occupava da solo di una madre, che,diciamocelo, era un pò suonata e soffriva di PseudoBulbar Affect, un raro disturbo neurologico caratterizzato da scoppi improvvisi di riso totalmente fuori controllo. Tutto ciò spiega le sue allucinazioni e il bisogno di evadere, creando una dimensione parallela in cui lui è un uomo di successo e le cose vanno come vorrebbe. E’ vero che l’aggressività può scatutire da una patologia mentale, ma non per forza chi soffre di disturbi psicologici deve necessariamente avere comportamenti maligni, come dimostra lo stesso Arthur nei momenti in cui si prende cura della madre. Arriva però un certo momento in cui la corda troppo tesa si spezza; quando capisce chi vuole essere è un’epifania improvvisa, ma il processo che lo ha portato a tanto è stato lento, degradante e sofferto.

Hannah Arendt sostenne che non sia il male ad essere banale, ma è banale chi compie il male. Parlare di banalità non significa sottovalutare la questione, anzi, è un modo per riconoscere che questi Cattivi sono in realtà persone così insicure che per essere forti hanno bisogno di rendere gli altri più fragili di quanto loro siano. Anche questo è un punto di vista che ci può portare a riflettere,senza dubbio. La verità però, è che a conti fatti si fa presto a sputare sentenze e non solo sui comportamenti negativi, ma più o meno su qualsiasi argomento. Fermandosi ad un livello superficiale ogni cosa appare semplice e lampante, ma quando si comincia a scavare in profondità e a rimuovere gli strati che si accumulano nel tempo, si porta alla luce un vissuto peculiare,tessuto intrecciando emozioni, ricordi,fatti. E a questo punto, la domanda umanamente più corretta da porsi è : se fossi stato al suo posto, cosa avrei fatto?

 

 

 

 

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