Tra romanzo e disastro ambientale: Moby Dick romanza la terribile usanza della caccia alla balena

Quello che è stato un romanzo di avventura, lo viviamo oggi come incubo ambientale: la caccia alle balene sta ancora mettendo in crisi le popolazioni naturali 

Le spedizioni delle baleniere, per molto tempo altamente redditizie, erano pericolose e impegnative, tanto da ispirare Melville nel suo celebre romanzo. Adesso mettono a rischio l’ecosistema marino.

Chi è realmente Moby Dick?

Chi non conosce l’eterna lotta tra il Capitano Achab e la gigantesca balena bianca, raccontata dallo scrittore americano Herman Melville? Il romanzo iconico che apparentemente parla di una spedizione di una baleniera per catturare una balena particolarmente rara, è in realtà il viaggio compiuto da un uomo superbo alla ricerca continua dei suoi limiti, dell’impossibile, nei confronti della natura sublime, candida, immensa e irraggiungibile. Aldilà del capolavoro letterario come metafora della vita, Moby Dick ci dà spunti di riflessione anche dal punto di vista ambientale: che impatto ecologico ha la caccia alle balene?

Molto probabilmente Melville, che passò buona parte della sua vita sulle baleniere, non conosceva le curiosità biologiche delle magnifiche creature che venivano arpionate, ma ne conosceva sicuramente il valore e con il tempo e l’esperienza imparò a conoscere bene anche la loro etologia: Moby Dick è considerato non solo uno dei più importanti romanzi della storia della letteratura americana, ma anche uno sei saggi etologici più interessanti della biologia marina, poiché descrive accuratamente il comportamento dell’animale. Ci si può dunque rendere conto che la balena bianca più famosa di tutti i tempi, in realtà non è una balena e, come ben si sa, non è neanche bianca. E’ invece un bellissimo esemplare di Physeter macrocephalus, ovvero, un capodoglio.

I capodogli sono mammiferi marini, cetacei odontoceti; per intenderci, parenti dei delfini più che delle balene che invece sono cetacei misticeti, i quali al posto dei denti hanno dei grandi fanoni. Finora i capodogli sono considerati i più grandi animali viventi muniti di denti potendo arrivare a 18 metri di lunghezza e 50 tonnellate di peso, mentre le balenottere azzurre (Balaenoptera musculus) sono attualmente gli animali più grandi al mondo: l’esemplare più grande mai documentato raggiunge i 33 metri di lunghezza. Sia odontoceti sia misticeti, essendo mammiferi, presentano le caratteristiche principali di questa classe adattate però alla vita pelagica, con le dovute differenze di adattamento e sviluppo nelle varie specie. Alcune di queste sono legate al loro ciclo vitale molto lungo e alla riproduzione: le femmine adulte di tutti i cetacei partoriscono dopo mesi di gestazione (da 7 a 18 a seconda della specie), per poi prendersi cura dei piccoli che resteranno accanto alla madre per molto tempo. Dunque, come si collega la conoscenza sui cicli vitali dei cetacei alla necessità di bandire le pratiche di caccia?

Perché è diventato necessario bloccare le catture…

Animali con un ciclo vitale lungo impiegano diversi anni per raggiungere la maturità sessuale, che molto spesso dipende dalla longevità della specie: ad esempio, nei capodogli, che raggiungono anche l’età di 70 anni, le femmine maturano verso i 13 anni e i maschi 18-20 anni. Sono tempi lunghissimi se confrontati con i cicli vitali molto brevi di pesci pelagici che vengono pescati. Dal punto di vista ecologico, quindi, cambia quello che viene chiamato turnover, il tasso di rinnovo della risorsa stessa, o più semplicemente il momento in cui nella popolazione entrano nuovi individui. La situazione per molti stock ittici destinati alla pesca, in particolare quella intensiva, è allarmante, poiché tutte le evidenze scientifiche portano alla conclusione che la maggior parte degli stock di pesci di interesse commerciale è in overfishing, e sono urgenti dei piani di gestione della risorsa. La situazione dei cetacei, soprattutto balene e capodogli, è ancor peggiore: nonostante la caccia ai grandi mammiferi marini sia stata più evidente e importante nel passato rispetto al presente, questo è stato sufficiente a mettere in crisi anche le popolazioni attuali che ancora non riescono a riprendersi.

In passato, quando le baleniere catturavano esemplari per scopi commerciali, estrarre il grasso per fare oli delle lampade, fanoni per oggettistica varia e carne come alimento, nessuno si preoccupava se questi animali, a causa dei continui prelievi, potessero sparire. Questi giganti del mare hanno una fragilità ecologica difficile da gestire, ma semplice da capire: il prelievo e l’abbattimento di esemplari durante tutti questi anni è stato più veloce dei loro cicli riproduttivi, che comprendono sia il raggiungimento della maturità sessuale, sia i lunghi mesi di gestazione.

Inoltre, alle problematiche inerenti al prelievo sono da aggiungere le ulteriori pressioni alle quali le popolazioni dei mammiferi marini sono sottoposte: fenomeni di spiaggiamento sempre più frequenti, inquinamento acustico sottomarino, cambiamenti climatici, inquinamento da plastiche e microplastiche.

Per fortuna, già dal secolo scorso sono nate le prime iniziative impegnate nella tutela di questi animali, per frenare quanto possibile l’impatto devastante che hanno subito o stanno subendo. Ad esempio, nell’area mediterranea un importante traguardo è stato raggiunto quando nel 1998 è stato istituito il Santuario dei Cetacei, o Santuario Pelagos, la prima area marina protetta del Mediterraneo che interessa l’Italia dalle coste toscane alle liguri, la Francia e il Principato di Monaco.

Il passo più importante a livello internazionale è però stato fatto nel 1986 quando la IWC (International Whaling Commission) con un accordo internazionale ha bandito la caccia alle balene per fini commerciali (whaling) ed ha avuto grande appoggio da molti paesi, che hanno aderito con impegno alla tutela dei mammiferi marini dalla cattura da parte dell’uomo. Purtroppo, non tutti i Paesi hanno agito così: non essendo provvedimenti obbligatori, non sono stati adottati da alcuni poiché contrari ai loro interessi.

Una balenottera e suo figlio appena catturati

…anche se a volte il divieto non basta

In alcune aree del mondo il whaling è ancora una pratica attiva e intensa, che neanche il sentimento internazionale di voler fermare questo massacro è riuscito a bloccare. La Norvegia e l’Islanda non hanno mai aderito alla IWC e hanno ripreso da tempo il whaling nelle loro acque territoriali, mentre il Giappone che inizialmente faceva parte della IWC, nonostante fu coinvolto in diverse spedizioni dubbie in Antartide dove avvenivano dei veri massacri, ha poi deciso di abbandonare la Commissione e l’accordo per continuare le catture nelle acque territoriali e il commercio di carne di balena.

L’unica pesca tollerata, oltre a quella scientifica, è quella di sussistenza, ovvero quella svolta da popoli che abitano in aree estreme, in Alaska o in Siberia ad esempio, che hanno da sempre fondato la loro cultura e la loro economia per gran parte sulla cattura delle balene. Questo tipo di prelievo è gestito in maniera controllata, e questi popoli possono, entro i limiti, continuare a perseguire e tramandare la loro tradizione.

D’altronde anche Norvegia, Islanda, Giappone hanno una storia culturale ed economica che è sempre stata legata alla pesca delle balene, e vedersi vietata totalmente la possibilità di proseguire con le loro tradizioni ha generato indignazione e voglia di imporsi ancora di più sul mercato internazionale. Ed è forse qui da ricercarsi il motivo per cui, a distanza di anni, ancora non si riesce ad abbandonare questa pratica antica, che ha caratterizzato per anni l’economia principale di questi Paesi e ancora in parte attira un macabro turismo.

Non si potrebbe pensare anche qui, invece di stabilire divieti assoluti, di proporre controlli sostenibili della gestione dei prelievi e dei massacri? Difficile da dire, gli interessi sono ben maggiori di una semplice pesca di sussistenza, l’economia barcolla e la Terra continua a cambiare, mentre a pagare le conseguenze sono sempre popolazioni di animali ignari della loro situazione di declino.

Forse il capitano Achab non è solo colui che disperatamente voleva la balena bianca (o il capodoglio grigio), ma è quello spirito che alberga dentro di noi, e ci fa pensare che in qualche modo siamo i padroni della natura e che fino al limite dell’impossibile, o del collasso, siamo disposti a distruggere noi stessi per poterla raggiungere.

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