Il Superuovo

Catone e i Jedi ci insegnano a combattere per i nostri ideali

Catone e i Jedi ci insegnano a combattere per i nostri ideali

Catone l’Uticense è descritto da alcune fonti come un difensore strenuo della Res Publica, esattamente come lo sono i Jedi durante tutta la trilogia prequel di Star Wars. 

Il suicidio di Catone l’Uticense, operato per non finire nelle mani di Cesare

I Jedi e Catone sono stati difensori della sistema politico repubblicano (fortemente connesso alla libertas, la libertà, tanto cara a Catone). Sia i primi che il secondo si sono battuti strenuamente, ma invano: entrambi hanno dovuto vedere la fine della repubblica, sebbene il loro fallimento sia stato dettato da ragioni diverse.

Ritratto del Maestro Yoda, il più potente dei Jedi

Le descrizioni delle due Repubbliche

La Vecchia Repubblica era la Repubblica leggendaria, grande più dello spazio e del tempo. Non occorre dire dove si trovasse né da dove provenisse, basti sapere che era la Repubblica. Sotto il saggio governo del Senato e la salvaguardia dei cavalieri Jedi, la Repubblica prosperava. Ma spesso, quando il benessere e la potenza da encomiabili diventano straordinari, si fanno avanti le forze del male, e con esse la cupidigia. Così avvenne quando la Repubblica era al culmine della sua magnificenza. Come certi alberi in apparenza forti che hanno resistito a tutte le intemperie, la Repubblica si stava sgretolando dall’interno senza alcun segno esteriore di decadimento. Il prologo del primo libro mai prodotto da George Lucas (Star Wars: a New Hope) riecheggia due citazioni fondamentali tratte dal mondo classico. La prima deriva dalla descrizione della res publica romana dopo la fine del Bellum Iugurthinum che Sallustio propone nel De Catilinae coniuratione (capitolo 10): Ma quando lo stato crebbe con fatica e giustizia, quando i grandi sovrani furono dominati in guerra, quando genti e importanti popoli furono sottomessi con la forza, quando Cartagine, emula dell’impero romano, fu distrutta dalle fondamenta, quando tutti i mari e le terre erano aperti, la fortuna iniziò ad incrudelire e sconvolgere tutti. Coloro che avevano facilmente sopportato le fatiche, i pericoli, i dubbi e le asperità, per questi furono di peso e di sventura l’ozio e la ricchezza. Dunque per primo crebbe il desiderio di denaro, poi quello di comando. Tali passioni furono quasi l’origine di tutti i mali. Infatti l’avarizia sovvertì la fede, l’onestà e tutte le altre virtù; al posto di queste insegnò la superbia, la crudeltà, l’ateismo, il considerare tutto in vendita. L’ambizione spinse a diventare menzogneri molti uomini, ad avere una cosa nel cuore, un’altra palese sulla lingua, a stimare l’amicizia non secondo i meriti reali ma in base al vantaggio personale, e ad avere più un bell’aspetto che un buon animo. Questi mali all’inizio crebbero a poco a poco, talora venivano puniti; poi, quando il contatto dilagò quasi in pestilenza, la città si trasformò, il governo da giustissimo e ottimo divenne crudele ed insopportabile. In questo primo caso, è lampante il paragone tra la Repubblica e la res publica: come nella Repubblica al culmine della sua magnificenza cominciarono ad insinuarsi le forze del male, logorandola dall’interno, così nella res publica la sconfitta dei Cartaginesi, unita alla conquista del Mediterraneo e la conseguente fine del metus hostilis (la paura del nemico), non portarono solo benessere, ma generano anche una spirale di vizi che si rivelerà irreversibile. La seconda citazione, invece, richiama alla mente la descrizione di Pompeo che Lucano propone nella sua Pharsalia (Libro I, vv. 135-143): Si erge, ombra d’un grande nome, / come un’altissima quercia in un fertile campo,/ che porta le spoglie di un popolo antico e i sacri/ doni dei condottieri e, non più ferma su salde radici,/ si sostiene con il suo peso, ed effondendo nell’aria/ i rami nudi, fa ombra con il tronco, non con le fronde;/ benché vacilli, destinata a cadere ai primi venti,/ e benché s’innalzino intorno tanti alberi solidi e forti,/ essa sola tuttavia è venerata. Questa volta la comunanza dei due testi non si fonda su un vizio comune, ma su una metafora: sia la Repubblica che Pompeo sono descritti come un albero, apparentemente forte, ma che a causa della sua duratura longevità è ora abbattuto dai più lievi colpi della sorte. Questo richiamo ai classici autorizza a presentare l’argomento di oggi: la somiglianza tra il mondo che George Lucas rappresentò nella sua saga e il periodo storico che vide i Romani divenire spietati raptores orbis (conquistatori di città). Tale paragone si incentra sulle figure dei Cavalieri Jedi da un lato e di Catone d’Utica dall’altro.

I Jedi e la Repubblica  

Obi Wan Kenobi, durante il suo primo incontro con Luke Skywalker dice: Per più di mille generazioni i Cavalieri Jedi sono stati i guardiani della pace e della giustizia nella Vecchia Repubblica, prima dell’Oscurantismo, prima dell’Impero. Questa affermazione racchiude in modo assai efficace il riassunto della storia dei Cavalieri Jedi: nella trilogia prequel l’Ordine dei Jedi ci viene presentato florido in un primo momento (Star Wars I: La minaccia fantasma), sempre più vacillante (Star Wars II: L’attacco dei Cloni e parte di Star Wars III: La vendetta dei Sith) e poi durante la sua fine (Star Wars III: La vendetta dei Sith). La frase di Obi Wan riassume tutto ciò: i Jedi muoiono per e con la Repubblica. Vengono traditi e sterminati dalle truppe dei Cloni, apparentemente alleati dei Jedi, ma in realtà al servizio di Darth Sidious.
Nella loro missione di preservazione della Repubblica i Jedi sono aiutati dalla Forza. Essa, in tutta la saga di Star Wars, non è mai chiaramente descritta nella sua essenza vera. D’altronde lo stesso George Lucas nel 1968, durante le riprese del suo primo lungometraggio, THX 1138 4EB, fa dire al protagonista: Deve esserci qualcosa di indipendente… una Forza, quasi a voler sintetizzare ciò che in Star Wars renderà chiaro: la Forza trascende la realtà umana e come tale non si può mai conoscere a fondo.

Catone e la Res Publica

Spostiamoci ora sulle testimonianze su Catone nella storia, partendo da un celeberrimo passo di Seneca. Il filosofo, che aveva in comune con Catone l’appartenenza alla scuola stoica (sebbene Catone sia vissuto, ovviamente, molto prima di Seneca) tesse così l’elogio alle virtù di Catone il Giovane (in lettere a Lucillio, 104): mentre da una parte c’era Cesare sostenuto da dieci agguerrite legioni e da tutte le milizie straniere di presidio, e dall’altra parte c’era Pompeo; mentre alcuni seguivano il partito di Cesare, altri quello di Pompeo, il solo Catone, isolato contro tutti, sostenne le parti della Res Publica. A ben considerare la situazione di quel tempo, si scorgerà da un lato tutta la plebe, bramosa di novità; dall’altro gli ottimati, i cavalieri e la parte migliore della cittadinanza; e si vedranno, soli in mezzo a tutti, Catone e la Res Publica. Come i Jedi erano aiutati dalla Forza nella difesa della Repubblica, così Catone era aiutato dal λόγος (lògos), di cui ci dà una descrizione: Zenone [il fondatore della dottrina stoica], sosteneva che il fuoco è la natura stessa. Zenone equipara la natura al fuoco. La natura è fuoco-artefice che procede ordinatamente alla generazione.

I Jedi e Catone in difesa della Repubblica

Abbiamo già citato la descrizione di Catone presentata da Seneca in Lettere a Lucillio, 104. Poco più avanti, lo stesso Seneca dirà: Vedi che si può non tremare di fronte ai potenti; egli sfidò a un tempo Cesare e Pompeo, quando nessuno osava schierarsi contro l’uno se non per ottenere il favore dell’altro. Questa continua e incondizionata difesa della Repubblica è chiaramente visibile anche nelle azioni dei Jedi: nel terzo episodio, appena il Cavaliere Jedi Anakin Skywalker fa rapporto dal Maestro Jedi Windu rivelandogli la terribile verità che il Cancelliere Palpatine è, in realtà, il tanto temuto e ricercato Signore dei Sith, Mace Windu non consulta nemmeno il Consiglio, ma con i tre Jedi con cui si accompagnava in quel momento (escludendo Anakin perché troppo unito al Cancelliere), prende un’astronave e si dirige subito alla sede del Senato, per arrestare Palpatine, prima che prenda eccessivo potere. I quattro Jedi moriranno per la Repubblica, incontrando il loro destino fieramente.
Un’altra esaltazione di Catone come difensore della Res Publica è pronunciata ancora da Lucano nella sua Pharsalia (II, v. 238): dopo che Bruto si recò al modesto atrio del suo congiunto Catone, per domandargli se fosse giusto prendere parte alla guerra civile in corso tra Cesare e Pompeo, egli fa rispondere così Catone (v. 297-303): Come il dolore/ induce un padre robusto dei figli a prolungare le esequie/ davanti alle tombe, e gli è di conforto protendere/ le mani tra il fumo dei fuochi, ed eretta la catasta/ tenere lui stesso le funebri fiaccole, non mi lascerò strappare,/ prima di aver abbracciato il tuo corpo esanime, o Roma,/ il tuo nome, o Libertà, e di aver seguito un’ombra vana. Dunque Catone, come i Jedi, lottò per la Repubblica e per il Bene soccombendo per motivi diversi. Nella difesa dell’istituzione politica, i Jedi caddero, un po’ per la rapidissima velocità del colpo di stato, un po’ per la loro incapacità di prevedere tempestivamente la situazione, già ampiamente prevedibile e addirittura nota ad Obi Wan Kenobi, che, incredulo, decise di non prendere in considerazione la temuta ipotesi del colpo di stato.
Diversamente, come un albero centenario, dalle fronde ormai troppo afflitte da molti tentativi di resistenza contro gli spietati fenomeni naturali, cade infine sotto le più deboli raffiche di vento mai fronteggiate, così Catone, superati molti mali e schivati molti dardi scagliati dall’oltraggiosa fortuna (per dirla come Shakespeare in Amleto-atto III, scena I), non accettò il peso di un cambiamento politico intollerabile e si diede la morte, pur essendo stato in grado, a differenza dai Jedi, di prevedere il ribaltamento della Repubblica in un regime coercitivo: che senso avrebbe avuto la sua vita, senza la Repubblica da difendere?

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