Canova e Thorvaldsen alle Gallerie d’Italia: scultura, bellezza e antichità nella teoria estetica

La mostra attualmente in esposizione alle Gallerie d’Italia sulla nascita della scultura moderna come spunto per una riflessione sul rapporto tra scultura, bellezza e antichità.

La mostra di Canova e Thorvaldsen alle Gallerie d’Italia di Milano.

Canova e Thorvaldsen approdano alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano e ci restano fino al 15 marzo. ”La nascita della scultura moderna” è il titolo riservato per la mostra, un percorso di confronto tra due artisti che dialogano ugualmente con l’antichità classica ma che allo stesso tempo interpretano in modo molto diverso soggetti simili. Nel paragone tra le loro opere non sono poche le divergenze di fondo, specialmente nella rappresentazione di figure mitologiche portatrici di grandi temi universali, come amore, bellezza e giovinezza. Fulcro dell’esibizione è non a caso il confronto tra i due gruppi marmorei de Le tre grazie, emblema della complementare concezione di bellezza dei due scultori: se da un lato Canova punta sul sentimento e su una sensualità aggraziata nei gesti e nelle forme, dall’altro Thorvaldsen, con il suo classicismo atemporale, rimanda a una dimensione aulica del divino. O ancora in Ebe, la coppiera degli dèi, che Canova rappresenta avanzare seminuda con grazia e sensualità e con un corpo per metà fasciato da vesti semitrasparenti, e che Thorvaldsen rappresenta invece come divinità casta smarrita tra malinconia e meditazione. E via dicendo con Venere, Amore e psiche e altri ancora. Ma guardiamo allora al presupposto della scultura e al ruolo che giocano la bellezza e l’antico non solo nell’arte neoclassica, ma nell’arte in generale.

L’istante fecondo

L’illuminista tedesco Lessing (1729-1781) riteneva che le arti belle dovessero essere distinte in figurative e poetiche, vale a dire tra quelle che hanno a che fare con lo spazio e quelle che hanno a che fare con il tempo. Le arti figurative e in modo particolare la scultura, la prima di suo interesse, costringono a fissare in un’istantanea, costringendo quindi l’artista a eliminare lo scorrere del tempo. Cogliere, cioè, il cosiddetto istante fecondo, il momento che precede di poco il culmine dell’azione. Per questo le arti visive possono limitarsi solo a determinati oggetti, mentre una maggiore disponibilità è data a quelle poetiche: ma che significato ha per la scultura? O meglio, cosa vuol dire cogliere l’attimo dove la bellezza è massima? E come è possibile farlo? Quando analizza il complesso statuario del Laocoonte Lessing dichiara che la figura rappresentata ha una bocca socchiusa perché se l’artista l’avesse ritratta spalancata di dolore avrebbe generato una sensazione solo sgradevole e l’opera sarebbe parsa solamente brutta. Nel Filottete invece, la tragedia di Sofocle, il protagonista urla e si lascia andare all’esibizione del dolore: eppure non risulta brutto, perché l’arte poetica essendo in grado di narrare nel tempo si può confrontare direttamente con la bruttezza. Se nella scultura i corpi vanno rappresentati nell’istantanea del loro momento più fecondo, la bellezza fulminea di Lessing sembra ancora più difficile da ricercare. Ma Canova e Thorvaldsen, con i loro presupposti classicheggianti, ci riescono ampiamente.

Gotthold Ephraim Lessing (1729-1781)

L’antico come sistema di valori

Imitare l’antico, diceva Winkelmann, non vuol dire riprodurre la statuaria antica, ma restituire uno spirito moralmente alto quanto quello antico. La bellezza ha cioè e prima di tutto una connotazione morale: si esprime nell’opera d’arte, ma è lo strumento per cogliere l’idea più alta dei bellezza. Tanto Canova quando Thorvaldsen avevano avuto modo, nella Roma cosmopolita a cavallo tra Sette e Ottocento, di dialogare con l’antichità classica. E l’idea di un antico come scrigno di valori universali è presupposto essenziale per la scultura di entrambi, che cristallizza l’istante fecondo dei suoi soggetti in tutta la loro grazia e purezza.

Un primo piano di Amore e psiche, tra le opere più note di Canova ed emblema della bellezza neoclassica

L’idea di bellezza

L’ideale di bellezza è naturalmente quello classico di armonia e proporzione. Nell’arte classica o comunque nell’arte che si rifà a quella classica, il concetto di bello è strettamente connesso a quello di ordine e simmetria e ha le sue più profonde radici nel pensiero greco. La bellezza qui viene vista come armonia delle forme, come simmetria e proporzione fra le varie parti di un oggetto, quindi fra aspetti ed elementi diversi di una stessa realtà. Si tratta di un modello che, affermando la necessità di rispettare determinati princìpi aritmetici e geometrici, assume tuttavia forme e significati diversi nelle varie epoche: così, ad esempio, “affermare che ci debba essere un giusto rapporto tra la lunghezza delle dita e la mano, e tra questa e il resto del corpo, è una cosa; stabilire quale fosse il rapporto giusto era materia di gusto che poteva mutare nei secoli”, come disse Umberto Eco. Ed è questo l’ideale assoluto di bellezza che accompagna, come sarà ormai chiaro, tutta l’opera di Canova e Thorvaldsen.

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