Che cos’è un genocidio? In quali casi si può parlare di genocidio vero e proprio? Basta un documento ufficiale per poterlo definire univocamente? Proviamo a rispondere a queste domande.

A settantacinque anni dall’adozione della Convenzione sulla Prevenzione e Condanna del Crimine di Genocidio, nella Giornata Internazionale della Commemorazione e Dignità delle vittime del genocidio e della prevenzione di questo crimine (9 dicembre) riflettiamo sull’uso e sul significato del termine, sui criteri per i quali lo sterminio deliberato di un intero gruppo è considerato un crimine dalla comunità internazionale.
Una definizione problematica
Il termine “genocidio” (dal greco ghènos= “stirpe” e dal latino -cidio< occidere= uccidere) venne coniato nel 1944 da un giurista ebreo polacco, studioso del genocidio armeno, Raphael Lemkin (1900-1959).
Con questo termine si indica il sistematico e intenzionale annientamento di un intero popolo, ovvero di un gruppo linguistico, religioso o etnico; è fondamentale sottolinearne il carattere programmatico, una politica genocidaria -infatti- presuppone un progetto, coordinato e voluto che ha come obiettivo la distruzione -fisica e culturale- di un ghènos.
Il genocidio non è una semplice forma di violenza, devono esserci l’intenzionalità e una base programmatica.
(Da qui, il problema dell’utilizzo improprio del termine genocidio -specialmente negli ultimi decenni- per riferirsi a una serie di misure violente o oppressive esercitate con indiscriminata crudeltà contro minoranze etniche, religiose o politiche, ma senza alla base un piano e una vera e propria intenzionalità per distruggere quella determinata categorie di persone; cfr. UN Convention Genocide, art.2).
Lemkin parlò di genocidio –in primis– a proposito dello sterminio degli Armeni (il primo genocidio del XX secolo), ma il termine entrò a far parte del linguaggio giuridico internazionale soltanto durante il Processo di Norimberga (1945-1946).

Storia e contenuti della Convenzione sul genocidio
Il 9 dicembre 1948 l’Assemblea generale dell’ONU adottò la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio (la cosiddetta UN Genocide Convention).
L’articolo 1 stabilisce che il genocidio costituisce un crimine secondo il diritto internazionale. L’articolo 2 definisce e qualifica il genocidio come:
qualsiasi dei seguenti atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale:
(a) Uccidere membri del gruppo;
(b) Causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo;
(c) Infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita intese a provocarne la distruzione fisica totale o parziale;
d) Imporre misure intese a prevenire le nascite all’interno del gruppo;
(e) Trasferimento forzato di bambini del gruppo ad un altro gruppo.
Secondo la Convenzione, si può, dunque, parlare propriamente di genocidio solo se si tratta di un atto commesso con l’intenzione di distruggere – del tutto o in parte- uno specifico gruppo umano.
La Convenzione fu firmata nel dicembre del 1948 ed entrò in vigore il 12 gennaio 1951. Inoltre, con la risoluzione 69/323 del settembre 2015, l’ONU ha stabilito che il 9 dicembre -in quanto giorno dell’anniversario dell’adozione della Convenzione- ricorre la “Giornata Internazionale della Commemorazione e Dignità delle vittime del crimine di genocidio e della prevenzione di questo crimine“.

I genocidi della storia
La complessa (e per certi versi ambigua) definizione di cosa sia un genocidio porta con sé una serie di problemi legati all’identificazione dei genocidi nel corso della storia.
Già prima della coniazione del termine, vi erano stati ovviamente massacri indiscriminati compiuti ai danni di intere popolazioni, solo per citarne alcuni: le guerre di religione durante il Medioevo (es. la crociata contro gli Albigesi, 1209-1229), lo sterminio degli indiani d’America sia settentrionale sia meridionale, il genocidio degli Herero e dei Nama nell’attuale Namibia a partire dal 1904.
Ma è durante il XX secolo che i genocidi -nell’accezione più ristretta del termine- sono più ricorrenti, soprattutto quelli su base etnica.
Sono principalmente tre le grandi distruzioni intenzionali di massa del ‘900:
- Il genocidio degli Armeni (1915-1916): durante la prima guerra mondiale, all’interno dell’ormai fragile impero ottomano -che aveva carattere multinazionale e multietnico- si temeva che alcuni gruppi di Armeni cristiani potessero fraternizzare con il nemico russo oltre che minare -con le loro richieste di maggiore libertà- il già precario equilibrio interno e le idee sempre più radicali del nazionalismo estremo. Gli Armeni rappresentavano una minaccia per l’impero e andavano eliminati.
- Il genocidio in Ucraina (1932-1933): il cosiddetto Holodomor (=sterminio per fame) perpetrato dal regime staliniano a danno della popolazione ucraina; la carestia fu dovuta a ragioni naturali e non, a questioni climatiche e a intenzionali politiche brutali di riscossione del grano e di confisca del cibo, in seguito alla forzata collettivizzazione agraria e ai tentativi di ribellione dei kulaki.
- Il genocidio degli Ebrei: operato dai nazisti, che assume un carattere “particolare” per due principali ragioni: la prima riguarda la famigerata pianificazione senza precedenti di voler cancellare tutti gli Ebrei dalla faccia della terra; la seconda riguarda il luogo in cui venne metodicamente progettato e compiuto: il più grande genocidio della storia ha preso forma all’interno di una nazione già civilizzata, nel cuore di Europa. (Si rivela molto diverso, dunque, dalla maggior parte dei genocidi che avviene in un quadro di non compiuta transizione al moderno e interessa stati o regioni non completamente modernizzati o civilizzati).

Genocidi oppure no?
Vanno poi considerati: le stragi di musulmani e indù durante le guerre indo-pakistane; la decimazione cambogiana da parte dei Khmer rossi tra il 1975 e il 1979; la “pulizia etnica” nella ex Jugoslavia contro musulmani bosniaci e non solo, negli anni ’90; gli omicidi di massa durante la guerra civile in Ruanda nel 1994 contro la minoranza etnica Tutsi…
Le diverse situazioni sopracitate sono piuttosto complesse perché vedono partecipi una serie di attori e una serie di massacri generalizzati non necessariamente rivolti contro un gruppo etnico specifico; talvolta, si tratta di violenze rivolte soltanto contro determinati gruppi politici oppure sono casi di “genocidio culturale” e quindi non rientrano nella definizione di genocidio proposta dall’ONU.
Non è facile definire propriamente cosa sia un genocidio, né provare a livello legale, giuridico e “convenzionale” l’intenzionalità di un massacro; molti hanno considerato la definizione presente nella Convenzione (art. 2) troppo restrittiva e insufficiente rispetto al variegato quadro storico, sociale e geopolitico reale, proponendone di nuove che vadano ad ampliare il concetto di genocidio così come concepito nel 1948, a prescindere dalla presenza esplicita di intenzione genocidaria.