Famiglie intere costrette ad una vita di prigionia, vita.it

La morte fa meno male della vita

In Grecia è in corso un’emergenza senza precedenti: sta aumentando a dismisura il numero di rifugiati a Lesbo, nel campo di profughi di Moria. Senza spazio, senza cibo sufficiente e con un alto rischio di malattie, queste persone vivono in delle tende, con un servizio igienico molto scarso. Il campo in cui sono ‘prigionieri’ può ospitare circa 3000 persone, in realtà adesso ne sta accogliendo 9000, di cui un terzo sono bambini. Medici Senza Frontiere ha già denunciato lo stato di abbandono degli abitanti di questo luogo.
Ancora più sconvolgente è il fenomeno che coinvolge i più piccoli, costretti a vivere in condizioni per loro terribili. A causa di ferite fisiche e psicologiche, tendono a sviluppare col tempo comportamenti violenti e aggressivi, fino a far del male a se stessi, arrivando addirittura al suicidio. Questa tragedia è causata dal passato che i bambini hanno vissuto. Un passato pieno di traumi provenendo da Paesi in guerra, da violenze – anche sessuali. In Grecia hanno ritrovato ciò da cui stavano scappando: vivono nella paura, nell’angoscia e continuano a subire episodi di violenza.

Secondo lo psichiatra Alessandro Barberio – esperto nella gestione di emergenza di salute mentale – i bambini che vivono in campi profughi, come quello di Moria, hanno tutti i sintomi di una psicosi. Sono quindi quasi una conseguenza i pensieri sulla morte o i suicidi avvenuti. Non riescono a dormire, a mangiare e neanche a parlare! Sta avvenendo un vero e proprio cedimento psicologico perché le famiglie, per proteggere i figli, impediscono loro di uscire dalle tende anche per mesi interi. Invece di giocare e vivere la spensieratezza di quell’età, quei bambini sono costretti ad una vita di continuo dolore.

Educare alla paura e alla violenza, lifegate.it

Il peso delle cicatrici

Tali comportamenti sono messi in atto a seguito di una condizione psicologica pesante. Vengono generate tensioni che il bambino non sa né può gestire da solo – non avendo gli strumenti per farlo. Il piccolo deve quindi scaricare questa frustrazione in qualche modo, indirizzando l’aggressività verso se stessi.
In psicologia, esistono patologie in cui sono presenti condotte stereotipate, come sbattere la testa contro qualcosa o colpirsi, graffiarsi e mordersi. Patologie come il ritardo mentale o il Disturbo Pervasivo dello Sviluppo, ma in questo caso si fa riferimento ad un quadro clinico e non solo ambientale. Infatti lo scopo dietro al male e al dolore che questi bambini si autoproducono si basa sulla volontà di fuggire da una realtà di reclusione e sofferenza. Ormai in quei posti l’autolesionismo è così comune che, se viene chiesto ad un bambino il motivo per cui si fa del male, potrebbe rispondere:“Perché lo fanno tutti”.
Un caso completamente diverso è stato quello riportato da un operatore del posto:”Un bambino afghano di 12 anni è venuto da me e mi ha mostrato le cicatrici sul collo e sulle mani. Mi ha detto che stava provando a suicidarsi, che la sua famiglia non era felice e che lui voleva morire.” Una testimonianza da brividi che informa quanto, anche i più piccoli, comprendano la sofferenza della loro situazione, ma allo stesso tempo non possono capire davvero la gravità delle azioni che mettono in atto.

La soluzione che Save The Children ha proposto è quella di velocizzare le pratiche di accoglienza dei rifugiati, altrimenti continuerebbe a crescere la volontà di quelle persone – anche minorenni – di affidarsi a trafficanti umani pur di fuggire dai campi.
La Grecia è solo una delle tante realtà in cui questo accade. Pensare che “lì dove è nata la cultura europea muore una parte di quell’umanità che ne ha fatto fondamento.

Martina Di Perna

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.