Black Mirror: la tortura criticata da Pietro Verri diventa intrattenimento

“L’umanità fremeva a tali oggetti, la natura reclamava i suoi sacri diritti; persone tanto vicine per i più augusti vincoli, distruggersi vicendevolmente!” (Osservazioni sulla tortura, 11)

(Il sonno della ragione genera mostri, Acquaforte di Francisco Goya)

Dalla peste che colpì Milano nel 1630 al dilagante sadismo egoistico che pervade la nostra epoca, molto è cambiato e tanto è rimasto uguale a se stesso. La tortura, metodo di estorsione di presunte verità apparentemente superato, scavalca i secoli ed approda nel nostro millennio con grande forza alienante e distruttiva. Eppure, col tempo, la società ha imparato a celare le sue più turpi aberrazioni, lasciando che siano gli stessi cittadini ad usare le armi della tortura. Da innocenti prede, diventiamo tutti inconsapevoli inquisitori.

“White bear”: una storia al confine della ragione

“Black Mirror” è una serie tv antologica britannica, prodotta da Charlie Brooker. Gli episodi, sganciati da una trama unificante, presentano la stessa struttura frammentaria del mondo contemporaneo e diventano l’allegoria di un individualismo incipiente che, seppur con sfumature diverse, separa innegabilmente gli uni dagli altri. Come tutte le altre, anche la seconda puntata della seconda stagione mette in scena, con iperbolica problematicità, una tematica perfettamente attuale: la tortura. Una giovane donna, Victoria, privata della sua memoria, si sveglia in una realtà dai macabri connotati onirici: in un’ossessiva ricerca di verità si imbatte in un pubblico di automi che, anziché porle aiuto, la riprendono con dei cellulari mentre cerca di sfuggire da alcuni cacciatori mascherati che vorrebbero ucciderla. Incontra un’altra ragazza che si trova nelle sue stesse condizioni. L’obbiettivo di quest’ultima è distruggere il ripetitore “Orso bianco” che sarebbe la causa di questo sonno della ragione che regna sugli altri individui. Victoria si scoprirà vittima di una dantesca caccia infernale, in cui ognuno recita la propria parte. Un sardonico applauso irrompe da dietro le quinte, mentre un giudice, nelle vesti di conduttore televisivo, mostra alla donna la verità che cerca: assassina di una bambina, deve subire ogni giorno la stessa pena. La memoria le viene cancellata ogni sera con un doloroso elettroshock e lo spettacolo continua, giorno dopo giorno.

(Black Mirror, “White bear”)

Le Osservazioni di Verri sull’inutilità della tortura 

Per quanto crudeli, gli atti della donna non appaino meno orribili di quelli compiuti dalla società nei suoi confronti. Spettatori, sia adulti che bambini, si affrettano per prendere parte allo show televisivo: la sofferenza altrui è soltanto fonte di svago e divertimento. Le lacrime e il dolore patito da Victoria non commuovono nessuno. Da carnefice diventa vittima, fino ad ergersi al di sopra delle masse anonime che la circondano, simbolo di un’umanità in declino. Eppure sembra strano che l’unica persona in grado di provare ancora sentimenti sia proprio un’omicida. L’assurdità dell’antifrasi che siamo chiamati a giudicare ci lascia senza parole, la bilancia dell’ingiustizia sembra pendere ugualmente da entrambi i lati, lasciando lo spettatore in un’aperta condizione di problematicità. Una riposta arriva dal lontano 1804, anno in cui l’intellettuale Pietro Verri scrive Osservazioni sulla tortura, affermando con ferma convinzione: “Se è certo il delitto, i tormenti sono inutili e la tortura è superfluamente data”. La società che la serie televisiva critica sembra, però, lontana da questa verità. L’unica legge che rimane è quella del taglione, di cui rimane testimonianza nella Bibbia del Vecchio Testamento. Una seconda osservazione dell’illuminista ottocentesco apre la strada ad una nuova questione; “è somma ingiustizia l’esporre a un sicuro scempio e ad un crudelissimo tormento un uomo, che forse è innocente”. E se consideriamo che Victoria non è più cosciente dei propri errori, è una persona alienata da se, privata della memoria dei suoi gesti passati, come possiamo non definirla innocente? La tortura diventa, insomma, non soltanto ingiusta, ma soprattutto inutile ai fini della rieducazione dei “colpevoli”.

“Homo homini lupus”: un mondo di giudici 

Le parole di Pietro Verri, dopo un’attenta e accurata riflessione, accusano una falla nel sistema giuridico del suo tempo: “il porre un uomo innocente fra que’ strazj e miserie tanto è più ingiusto quanto che fassi colla forza pubblica istessa confidata ai giudici per difendere l’innocente dagli oltraggi.” Questa critica rimane valida anche ai nostri giorni, ma si scontra con l’impossibilità di riconoscere giudici ed accusati. Il web ed i social network ci hanno reso tutti in grado di criticare, sentenziare e farci giustizia da soli. L’odio che si riversa nei commenti di alcuni post, mescolato alla consapevolezza di poter giudicare senza essere fisicamente coinvolti, ha generato un mondo fittizio in cui ognuno può agire senza badare alle conseguenze delle proprie azioni: l’etica della responsabilità, formulata dal pensatore Weber, perde di significato e lascia spazio a quella della convinzione. L’uomo, nei termini di Thomas Hobbes, diventa come un lupo per gli altri uomini, negando agli altri i diritti che, però, vuole riconosciuti. Quello di oggi è un uomo, un cittadino, che sconosce i limiti del proprio agire e che prevarica chiunque provi a interagire con lui. Ma se capissimo che anche noi potremmo divenire le prossime vittime del sadismo sociale, riconosceremmo la libertà altrui al pari della nostra. La paura è che le “leggi della Inquisizione, le quali permettevano che il padre potesse servire di accusatore contro il figlio, il marito contro la moglie”, come scrive Verri, possano tornare in auge.

(Black Mirror, “White bear”)

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