Alita, l’angelo della battaglia ai RAEE e del reimpiego di tecnologia obsoleta

Le nostre apparecchiature elettroniche sono un rifiuto complesso, ma di gran valore, anche in una futura apocalisse, come afferma il creatore del sistema operativo Collapse

Daisuke Ido recupera tra i rifiuti il busto di Alita, da cui ricreerà il cyborg

Il progresso tecnologico è la linfa della nostra società attuale, ma è anche un problema da affrontare, se si considera la quantità di rifiuti elettrici ed elettronici che produciamo nel nostro continuo evolverci. Allora, quale futuro si prospetta: rimedieremo e guadagneremo da ciò che ora è un errore, oppure rimarremo sommersi e incapaci di salvarci?

La città discarica, iperbole di un mondo sommerso dai RAEE

Immaginate un mondo dove una città idilliaca sospesa nel cielo scarica i propri incommensurabili rifiuti sulla terra sottostante ed immaginate che attorno a questa discarica immensa si sviluppi una città di randagi, di reietti, dove la lotta per la sopravvivenza è una ragione di vita. Ecco questa è la città discarica, il luogo principale dove vanno in scena le avventure di Alita, un cyborg ricostruito, personaggio nato nel 1990 dalla penna e dalla mente di Yukito Kishiro. Si tratta di un manga, accompagnato da sequel, serie tv e da un film uscito nelle sale il 14 febbraio 2019, ambientato nel futuro, circa 500 anni a partire da oggi, che vede protagonista un cyborg, Alita, ricostruito dalle mani sapienti di Daisuke Ido, cybermedico che ne ritrova il busto in una discarica e che le dona un nuovo corpo. Al di là della trama, intessuta di combattimenti, inseguimenti, ma anche di riflessioni filosofiche e momenti struggenti, ciò che ci dovrebbe far riflettere è proprio lo scenario: tutto nella città discarica ricorda perennemente che si è circondati da rifiuti, umanamente e fisicamente parlando, e tutto è legato a doppio filo all’influenza che la tecnologia ha sulla vita delle persone. Fortunatamente, ad oggi, non siamo ancora arrivati ad una situazione così drammatica, ma l’emergenza rifiuti è sotto gli occhi di tutti. Ciò che spesso sfugge, complice una scarsa conoscenza della materia nonché un disinteresse malsano nell’ottica del ‘ci penserà qualcun altro’, è l’impatto che hanno i RAEE: tale sigla significa Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche ed è l’equivalente italiano dell’inglese WEEE (Waste of electric and electronic equipment). In tal senso ci si riferisce a tutti quegli oggetti, elettrici od elettronici, che si vuole destinare alla discarica in quanto danneggiati oppure obsoleti. Essi sono una categoria particolare di rifiuti perché sono intrinsecamente dannosi per l’ambiente: sono costituiti in larga parte da materiali non bio-degradabili, contengono spesso sostanze altamente tossiche se disperse incontrollatamente nell’ambiente e sono anche difficili da smaltire perché progettati sulla base si sistemi complessi e su piccola scala, per i quali non è facile separare efficacemente le componenti primarie.

I rifiuti elettronici aumentano sempre più, ma lo smaltimento si fa anche più efficiente.

La classificazione dei RAEE

Lo smaltimento corretto dei RAEE è una buona azione necessaria per mantenere intatto il nostro mondo ed è regolato dalla Direttiva Europea 2012/19/UE, recepita in Italia con il decreto legislativo del 14 marzo 2014 n.49, accompagnato ed integrato dal Decreto RAEE del 25 luglio 2005 e da una normativa tecnica. Alla base di tutto c’è la divisione dei RAEE domestici in base alle specifiche di funzionamento in cinque categorie. Gli R1 sono le apparecchiature per lo scambio di temperatura con i fluidi e quindi tutto l’insieme di frigoriferi, condizionatori, asciugatrici con pompa di calore. Gli R2 sono le grandi apparecchiature, che per il loro aspetto tipico sono dette anche grandi bianchi; si tratta, infatti, di lavatrici, lavastoviglie, forni. Gli R3 sono le TV e i monitor, di qualsiasi tipo, dal tubo catodico al plasma. Gli R4 sono un gruppo molto ampio, che annovera IT & Consumer electronics, apparecchi di illuminazione, PED e tutti quegli oggetti che non rientrano nelle altre categorie. Infine gli R5, ovvero le sorgenti luminose, in cui rientrano le lampadine siano esse a incandescenza, a LED, a fluorescenza o altro.

Uno schema semplice che illustra le principali categorie di RAEE.

Come smaltirli e cosa ricavarne

Alita ci insegna che anche ciò che finisce tra i rifiuti può celare un enorme potenziale ed è per questo che è fondamentale per noi recuperare correttamente i RAEE. Il sistema creato fa proprio questo: i centri di raccolta fungono da deposito e si occupano di ritirare i rifiuti e accumularli in unico luogo dove sia più semplice gestirli; i centri di riutilizzo sono aree destinate alla raccolta preliminare di quella parte di rifiuti che può essere preparata per avere una nuova vita, come gli elettrodomestici che saranno rigenerati; gli impianti di trattamento sono l’effettiva fine del prodotto, smaltito secondo le norme vigenti. Ma perché è tanto importante? Essenzialmente perché le componenti elettriche ed elettroniche (in particolare i chip) sono un concentrato di sostanze e composti chimici diversi, compresi metalli rari: si va dal rame, ferro, acciaio e vetro, all’argento, oro, mercurio fino ai poco sentiti neodimio, praseodimio, tungsteno. Il discorso, oltre che palesemente ecologico, è oggi anche economico: si stima che se una tonnellata di roccia grezza contiene all’incirca 50 grammi d’oro, una tonnellata di rifiuti elettronici ne contiene il doppio. Addirittura, essa conterrebbe 300 chili di rame e 100 chili guardando ad altri metalli come stagno e piombo. Il processo di smaltimento consiste nello smontare il rifiuto per separare innanzitutto gli involucri e tutte le componenti macroscopiche, per poi passare effettivamente alle schede. Queste sono tritate finemente e sottoposte a bagni in soluzioni che corrodono selettivamente un metallo alla volta; la soluzione risultante è poi presa separatamente per far depositare tramite una cella elettrochimica il metallo puro. Citando il Professore Maurizio Masi, docente di Chimica fisica applicata al Politecnico di Milano, da un video realizzato dall’ANSA, “è come prendere una bustina con tanti tipi di tè e immergerla nell’acqua ottenendo il gusto di un particolare tè alla volta”.

Uno schema semplificato dei metalli poco comuni che ci consentono di utilizzare al meglio un iphone (o smartphone in generale). Fonte: unpodichimica.wordpress.com

Collapse OS: l’elettronica dopo la catastrofe

E’ chiaro che la scienza dietro alla nostra elettronica sia altamente evoluta e fatta di tecniche di precisione, sia nel calcolo che nella realizzazione, impensabili se non a livello industriale. Se in Alita vediamo gente comune armeggiare con organi cibernetici, schede e chi più ne ha più ne metta, estraendo tesori e congegni potentissimi sostanzialmente dalla spazzatura, così non sarebbe nel nostro mondo se dovessimo affrontare una catastrofe. O almeno, così la pensa Virgil Dupras, sviluppatore del Québec, che afferma laconicamente sul proprio sito hardcoded.net “Modern technology is broken”. Quest’uomo si aspetta un crollo della filiera produttiva entro il 2030 o comunque una catastrofe su scala globale, per la quale l’elettronica diventerà irriproducibile a lungo. In parte per assicurare una più semplice ripartenza ed in parte per prevenire una crisi di potere (chi fosse in grado di produrre e controllare la tecnologia sarebbe, infatti, avanti a tutti e godrebbe di grande influenza e potere), ha iniziato un ambizioso progetto dal nome evocativo di Collapse OS. Il progetto, disponibile sul sito GitHub per chiunque voglia crederci e abbia le specifiche competenze per prendervi parte, è quello di sviluppare un sistema operativo essenziale. La sua idea di partenza è che non sarebbe semplice reperire componenti elettroniche avanzate funzionanti e che in ogni caso queste avrebbero bisogno di supporti esterni come computer per essere programmate: in grado di funzionare anche su un microprocessore Zilog Z80 a 8 bit, risalente al 1976, dovrà essere usufruibile su interfacce raccattate qua e là e permettere a qualcuno che già possiede una copia del progetto (da qui la sua pubblica reperibilità) e una buona dose di inventiva di installarlo su hardware homemade costruito con parti di recupero. Ascolteremo l’appello di Dupras o abbandoneremo Collapse OS al proprio destino di idea visionaria?

Lo stile essenziale del sito che presenta Collapse OS, in linea con la filosofia del suo sviluppatore.

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