“Beata ignoranza” nell’era della massima informazione: il pensiero sociologico sui media

“Beata ignoranza” nell’era della massima informazione: il pensiero sociologico sui media

30 Marzo 2019 0 Di Francesco Rossi

Ernesto (Marco Giallini) e Filippo (Alessandro Gassman) ci mostrano due realtà che convergono: quella della persona del tutto fuori dalle nuove tecnologie e quella che, invece, né è fin troppo dipendente. Nel film “Beata Ignoranza”, i due devono infatti scambiarsi stili di vita, facendo i conti con quello che è il loro opposto.

“Oggi l’essenziale accade nell’astratto e l’irrilevante accade nella realtà” (Robert Musil in “L’uomo senza qualità”, 1930-1942)

Nelle società tradizionali, gli uomini trovavano nel loro ambiente di vita la maggior parte delle informazioni di cui avevano bisogno, ma a mano a mano che questi si sono disseminati nello spazio fisico, essi hanno avuto sempre più bisogno di informazioni e conoscenze provenienti da contesti remoti ed estranei alla propria esperienza diretta. La comunicazione mediata, pertanto, ha assunto sempre più importanza, fino a raggiungere lo status di sistema autonomo e specifico all’interno della vita sociale. Durante il corso delle due guerre mondiali, infatti, le tecniche di comunicazione hanno avuto uno spessore e una rilevanza sempre più grandi, tanto da poter influenzare l’opinione pubblica e mobilitare masse intere, ma è soprattutto durante la guerra fredda che ha iniziato ad essere considerata come decisiva per la vita sociale. In un periodo in cui persisteva un clima di conflittualità e di instabilità, aggravato anche dal rischio di un’apocalisse atomica, si sviluppò la speranza che una comunicazione a livello globale avrebbe cancellato l’ineliminabile distanza fisica fra gli individui e facilitato l’accesso agli altri.

Sociologia e comunicazione

Harold Lasswell (1902 – 1978) fu il primo a occuparsi di sociologia delle comunicazioni di massa, elaborando la formula chi dice (l’emittenza), che cosa (il contenuto), a chi (il pubblico) e con quali effetti (l’impatto). Il tema, tuttavia, fu ripreso da molti studiosi, in particolare emergono due diversi “punti di vista”: uno statunitense e l’altro europeo, portati a divergere dalle differenti tradizioni storiche e condizioni politico-culturali di quando furono affrontati questi temi (anni Venti del secolo scorso). Per quanto riguarda l’ambiente statunitense, si espressero a riguardo due esponenti della scuola di Chicago, Robert Park ed Ernest Burgess, i quali affermano che “la comunicazione determina un cambiamento graduale e inconscio delle opinioni e dei sentimenti di gruppo” affermando però che non si tratta di uniformità nel modo di pensiero, ma bensì di un’unità di esperienza e di orientamento. Ciò era dovuto al fatto che gli Stati Uniti erano oggetto di forti ondate migratorie dai Paesi del Sud e dell’Est europeo. La matrice europea, al contrario, è caratterizzata proprio dall’uniformità nel modo di pensare, in quanto negli anni Venti e Trenta del secolo scorso erano presenti forti ragioni per accaparrarsi la comunicazione di massa come fattore d’influenza sociale. Questo clima culturale ha portato all’elaborazione del concetto dell’impatto dei media e alla formulazione di 3 determinismi che vedono gli individui isolati e vulnerabili (determinismo posizionale); che vedono i messaggi trasmessi dai media dotati di una potente capacità persuasiva (determinismo testuale); che vedono la tecnologia adoperata (un tablet anziché un giornale) intesa come fonte condizionante a prescindere dal tipo di messaggio che porta (determinismo tecnologico). Tuttavia, grazie a una ricerca di Elihu Katz e Paul Lazarsfeld, è stato dimostrato che in realtà un messaggio è molto più persuasivo non se colpisce un individuo isolato, ma se è in grado di raggiungere una fitta rete di relazioni personali (contrariamente al determinismo posizionale), in quello che è stato chiamato doppio flusso di comunicazione (il primo dai media al pubblico e l’altro fra le persone singole stesse).

Cosa se ne fanno le persone dei media?

Se è vero che gli individui subiscono passivamente i media, è altrettanto vero però che possono interagire con questi attivamente. Il filosofo Jürgen Habermas (1962) parlò di opinione pubblica intesa come <<attività razionale di un pubblico capace di giudizio>>. Considerare gli individui capaci di interagire con le nuove tecnologie (di comunicazione e non solo) è importante per capire che ormai queste hanno assunto una rilevanza quantitativa e qualitativa sugli uomini tanto da influenzare il senso e la forma dei legami sociali. Questo è testimoniato anche dal fatto che l’esperienza online non rappresenta più una second life, ma viene considerata come parte integrante della struttura e delle pratiche della vita sociale. Per concludere è possibile affermare che ormai siamo immersi nella “civiltà informazionale” dove, grazie alle nuove tecnologie e applicazioni, un flusso uniforme e perpetuo di informazione circola fra individui costantemente online e reperibili, i quali trasportano la propria personalità in uno strumento di comunicazione per rimanere sempre in contatto e accessibili agli altri.

Pietro Salciarini