Baby: perché abbiamo paura della noia? Ce lo spiega Blaise Pascal

Chiara e Ludovica, protagoniste della serie “Baby” , farebbero di tutto per sfuggire alla piatta e opprimente quotidianità. La ricerca dell’esperienza nuova diventa necessità: Blaise Pascal avrebbe parlato di divertissement.

Le due protagoniste in una scena della serie

Nell’ottobre del 2019, dopo il notevole successo della prima stagione, è stata rilasciato il sequel della serie netflix “Baby”, il racconto di due ragazze romane di buona famiglia che scelgono di intraprendere una doppia vita entrando nel giro della prostituzione. La loro decisione è dovuta all’insofferenza nei confronti della loro vita “normale”: una motivazione che potrebbe sembrare assurda, ma che in realtà rappresenta il timore che tutti abbiamo della noia.

Chiara e Ludovica: di tutto per sentirsi vive

“Baby” ci parla di due adolescenti dalla vita apparentemente perfetta: provengono entrambe della zona dei Parioli, quartiere benestante di Roma, frequentano un liceo privato, le rispettive famiglie permettono loro una certa libertà e si impegnano perché possano avere sempre il meglio. Eppure, le ragazze non sono serene, anzi, sono profondamente turbate dalle paure e dalle insicurezze tipiche della loro età, e inoltre, si sentono oppresse dalla vita di cui si trovano ad avere esperienza. Chiara si sente limitata dai suoi genitori, che sente distanti dal punto di vista affettivo e come un peso per la sua libera espressione; Ludovica ha un carattere apparentemente forte, dietro il quale però nasconde una certa fragilità che si è  generata in seguito alle sue esperienze passate. Già nel primo episodio della stagione di esordio, dove le ragazze  fanno conoscenza e stringono un’amicizia destinata a legarle sempre di più, le loro caratteristiche emergono chiaramente: le due sembrano riconoscere l’una nell’altra lo stesso urgente bisogno di fuga. Perciò, attratte dallo scintillante mondo fatto di capi firmati, soldi e lusso che viene loro promesso, accettano di diventare delle baby squillo, e di condurre durante la notte una seconda vita, in parallelo alla loro noiosa routine. Per riuscire a sentirsi davvero libere e per sfuggire ad un mondo che sta loro stretto arrivano ad accettare qualunque compromesso, concedendo il loro corpo a perfetti sconosciuti ed esponendosi a gravi rischi.

La noia, giogo dell’essere umano

La noia è ciò che per prima cosa porta le protagoniste della serie a provare un’esperienza del tutto inusuale, a spingersi al limite. Il giudizio dello spettatore rispetto ad un comportamento simile, in generale, non sarà di certo positivo, anzi, vorrà rimproverare le ragazze per questa scelta così pericolosa e sembrerà non comprenderla. Eppure, proprio la persona che sta dall’altro lato dello schermo avrà con molte probabilità sentito dentro di sé, qualche volta nella vita, ciò che hanno provato Chiara e Ludovica, la stessa voglia di scappare da quella sensazione così fastidiosa e quasi angosciante che è la noia. Questo stato d’animo, che compare ogni volta che ci si trova a dover svolgere un’azione ripetitiva o quando ci si trova in un momento di totale quiete e assenza di pensieri, è mal sopportato dall’uomo, al punto che, per evitarlo, si cercano occupazioni concrete da svolgere. Tutte queste azioni che compiamo come via di fuga altro non sono che la riproduzione “in piccolo” del gesto delle due ragazze, un tentativo per distrarci, per non affrontare quella terribile sensazione di vuoto che ci porta a stare soli con noi stessi. La storia di “Baby” ci parla molto più nel profondo di quanto possiamo immaginare.

Ritratto del filosofo Blaise Pascal

Pascal e la teoria del divertissement

Il filosofo francese Blaise Pascal sarebbe riuscito a spiegare perché non riusciamo a convivere con la noia, e soprattutto a definire il nostro comportamento di reazione ad essa. È convinto che la totale assenza di emozioni, compiti da svolgere o passatempi sia ciò che l’uomo tollera meno, poiché in questa situazione si trova a dover pensare non più alle mille cose da fare della sua vita quotidiana, ma a fare i conti con il lato più profondo e oscuro della psiche umana. “Noia: nulla è cosí insopportabile all’uomo come essere in un pieno riposo, senza passioni, senza faccende, senza svaghi, senza occupazione. Egli sente allora la sua nullità, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. E subito sorgeranno dal fondo della sua anima il tedio, l’umor nero, la tristezza, il cruccio, il dispetto, la disperazione” scrive nella sua opera, rimasta incompiuta, “Pensieri. Quando non abbiamo nulla di “esterno” a cui pensare, infatti, ci troviamo a riflettere sulla nostra stessa esistenza, a cui in quel momento non riusciamo ad attribuire nient’altro se non un senso di insignificanza. La fuga è sentita perciò come una necessità: “gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno risolto, per viver felici, di non pensarci”, afferma il filosofo. L’uomo ha un forte bisogno di distrarsi, di prestare la sua mente ad attività che le impediscano di intraprendere riflessioni che sente come troppo grandi e oscure, e che di conseguenza ci provocano paura. Pascal ha un termine specifico per denominare tale comportamento: “divertissement“. La sua traduzione letterale sarebbe “intrattenimento”, “divertimento”,  ma è chiaro che con questa parola egli vuole esprimere un concetto molto più ampio, vuole descrivere il modo in cui l’uomo fugge da se stesso decidendo di occuparsi d’altro. Ciò che ci muove per prima cosa ad agire così è il desiderio naturale, proprio dell’animo umano, di essere felice. Paradossalmente, però, il divertissement non riesce a realizzare questo nostro obiettivo: cercando di distrarci, infatti, “non viviamo mai, ma speriamo di vivere, e, preparandoci sempre ad essere felici, è inevitabile che non siamo mai tali”. Quella vertiginosa sensazione di vuoto non va quindi rifiutata, bensì deve essere presa in considerazione e sottoposta ad una riflessione razionale. L’insegnamento di Pascal è quello di non continuare a fuggire, ma di iniziare a far ciò che più ci si addice in quanto uomini: pensare.

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