Dopo i fatti del London Bridge: La risposta di Bauman alla chiusura delle frontiere

Bauman risponde alle contemporanee pretese sovraniste di rafforzare le barriere ed inasprire l’accesso entro i confini nazionali. Il progetto Europa consiste nella ricerca di valori etico-politici mondiali che siano all’altezza della risoluzione delle odierne problematiche globali.

Il dramma della chiusura delle frontiere 

L’Inghilterra chiede l’inasprimento e l’alzamento sempre più massiccio di frontiere in virtù della minaccia terroristica. Bauman risponde con il progetto di una riforma etico-politica globale a partire dai valori europei.

La paura dello straniero

In seguito all’attentato di venerdì scorso al London Bridge, messo in atto da un terrorista islamico di origini pakistane con precedenti per terrorismo e in libertà vigilata dal 2018, il governo inglese si dice pronto a rendere più sicure le frontiere attraverso misure di controllo rigorosissime nei confronti di chi ha intenzione di varcare i confini britannici. Priti Patel, ministro dell’interno del governo Johnson, afferma che, in caso di vittoria alle prossime elezioni, per entrare nel Regno Unito sarà necessario non solo nuovamente il passaporto (anche per i cittadini europei), ma anche la compilazione di un modulo online in cui i viaggiatori dovrebbero dichiarare i loro eventuali trascorsi criminali. Si pensa addirittura alla richiesta delle impronte digitali. A gran voce il popolo chiede maggiore sicurezza e maggior controllo dell’immigrazione: mancanza di sicurezza e aumento degli stranieri entro i confini nazionali, infatti, sembrano due elementi coincidenti non solo in Inghilterra ma in tutta Europa. Il ministro inglese afferma: “Dopo la Brexit, introdurremo un sistema di immigrazione a punti sul modello di quello australiano e prenderemo delle misure per rafforzare le nostre frontiere e migliorare la sicurezza del Regno Unito”. La paura dello straniero e la logica dell’arroccamento entro i confini nazionali sono elementi sempre più diffusi e perentoriamente affermati nell’Europa odierna. E’ necessario, però, capire le cause dell’immigrazione e dell’accostamento immigrato-criminale, che hanno origine da problemi a livello globale per la cui risoluzione si ricorre a soluzioni locali e, dunque, non all’altezza di tali questioni. L’epoca della cosiddetta globalizzazione è quella dei mercati globali, delle esigenze del libero mercato mondiale. In virtù di queste esigenze, i Paesi oppressi, ‘liberati dalle democrazie occidentali, sono sfruttati dai colossi dell’economia mondiale. Gli abitanti di questi territori non riescono a vedere nessun futuro per sé: sono in eccedenza, nel loro Paese non c’è posto per loro. L’ammodernamento portato dalle esigenze del libero mercato mondiale nelle quali anche il loro Paese è ora coinvolto, ha fatto sì che essi siano un surplus inutile che non può fare altro che emigrare, unirsi ai signori della guerra che seminano il terrore o divenire terroristi aderendo a folli fedi dogmatiche. In nome del libero mercato questi paesi non hanno diritto ad avere una loro economia, non hanno diritto a poter creare ricchezza per i propri abitanti. Bauman, sociologo polacco contemporaneo, scrive: “I territori che oggi finiscono nell’ingranaggio della modernizzazione non hanno l’opportunità di scaricare in aree distanti del pianeta l’eccesso di popolazione prodotto localmente, che rappresentò una valvola di sicurezza per una Europa in via di modernizzazione finché l’economia moderna rimase un privilegio squisitamente europeo. I paesi che un tempo esportavano i loro massicci surplus di manodopera non sono ora disposti ad aprire le frontiere alle importazioni da quei territori. Hanno ancora bisogno di un afflusso di forza-lavoro a buon mercato per eseguire i lavori sporchi, faticosi e mal pagati in determinati settori dell’economia come l’edilizia, l’industria alimentare, i trasporti pubblici o l’industria alberghiera, ed è solo per questo che le porte non vengono chiuse completamente; ma l’ingresso è comunque rigidamente controllato.”

Zygmunt Bauman

Ciò che i sovranisti inglesi ed europei non comprendono è che il fenomeno dell’immigrazione di massa è un prodotto squisitamente nostro, è frutto delle esigenze di mercato consumistiche di noi occidentali per soddisfare le quali è necessario lo sfruttamento di una determinata parte del mondo. La risposta europea ad un fenomeno provocato dall’occidente è l’intolleranza e la paura nei confronti di persone che non sono viste come uomini bisognosi di aiuto, ma come minaccia o forza lavoro da sfruttare quando e se è possibile. La paura dell’immigrato è collegata a quella che nasce dalla condizione di precariato dell’attuale mondo consumistico dominato dai mercati globali: oggi nessuno più è indispensabile. E nemmeno alcuna merce è eterna e indispensabile, ma subito pronta ad essere sostituita con un’altra: lo stesso accade per il lavoratore. Lo stato sociale, che dagli anni Cinquanta agli anni Settanta garantiva la tutela dei lavoratori e si occupava del repentino reintegro nella società dei non più integrati, è ormai appartenente al passato, è cosa ampiamente superata da una mondiale spoliticizzazione del potere che ha messo ogni autorità nelle mani dell’economia. Ciò comporta che più nessuno si sente al sicuro, ognuno è costantemente tormentato dal timore di fare parte da un momento all’altro di quelle ‘sottoclassi’ che è impossibile integrare o reintegrare nella società perché perennemente ritenute non idonee e non capaci a ricoprire il ruolo di consumatore, unico ruolo fondamentale che ognuno è chiamato a ricoprire nella società odierna. Queste sottoclassi sono formate dai criminali e dai migranti oltre che dai disoccupati, che diventano una minaccia alla sopravvivenza in un mondo in cui ormai si vive alla giornata. Si vive con la costante paura dell’insidia dell’onda delle sottoclassi che incombe come minaccia concreta su di noi. Questo disagio è espresso con la paura dell’Altro, dell’Altro da noi, che da un momento all’altro può toglierci il posto di lavoro o la sicurezza. Scrive Eugen Weber: “L’insoddisfazione e la paura diffuse possono concentrarsi sugli Altri, che vengono accusati di togliere alla gente il posto di lavoro, il pane di bocca, la sicurezza delle strade e il denaro versato con le tasse. In periodi simili i vicini diventano nemici e il nazionalismo occasionale si trasforma nella xenofobia del noi contro loro. In tempi normali gli immigrati vengono denigrati e marginalizzati all’inizio, ma poi integrati e assimilati. In tempi duri come questi, invece, l’antipatia latente diventa risentimento e odio aperto.” La profonda paura data dall’instabilità della modernità liquida assume il volto dell’Altro che è visto come pericolosa minaccia. L’accostamento continuo del criminale con lo straniero è la prova di ciò. La minaccia del terrorismo islamico inevitabilmente conduce all’accoppiamento delle parole criminale e straniero portando a ricorrere a soluzioni politiche locali che non sono all’altezza dei problemi globali legati alla situazione odierna. Bisogna capire quali sono le radici del terrorismo, bisogna comprendere che esso, con la conseguente paura dello straniero, è frutto di problemi globali, e per questo le soluzioni devono essere all’altezza della portata di questi problemi.

Il London Bridge, teatro dell’ultimo attentato terroristico

“Europa” non è un territorio

All’impellente bisogno inglese ed europeo di ‘rafforzare i confini’ in nome della ‘sicurezza’, di definire e rendere l’accesso alle frontiere sempre più controllato e complicato, Bauman risponde che l’Europa non è mai stato un territorio con dei confini definiti. L’Europa è un qualcosa che continuamente si crea, che si fa di continuo: “Ogni volta che sentiamo pronunciare la parola ‘Europa’ non ci è subito chiaro se essa si riferisca alla realtà territoriale concreta e circoscritta che esiste entro i confini stabiliti e meticolosamente tracciati da documenti legali e trattati politici non ancora revocati, oppure all’essenza che fluttua liberamente qua e là senza confini e sfidando ogni limite e vincolo spaziale.” L’Europa, dunque, non è qualcosa di territorialmente e di geograficamente definito, ma una essenza fluttuante che è continuo crearsi. Essere europei è un fatto spirituale. Europa è integrazione dell’altro senza eliminare la sua alterità. L’Europa ha sempre conosciuto l’alterità, il confronto e l’incontro tra alterità. L’espansionismo europeo, l’assoggettamento degli altri Paesi del mondo è stato un assoggettamento di questi al confronto e alla tolleranza nei confronti dell’alterità che è l’essenza più profonda dell’Europa: “La vita europea è condotta nella presenza costante e in compagnia degli altri e dei diversi, e il modo di vita europeo è una negoziazione continua che prosegue a dispetto dell’alterità e della differenza che divide coloro i quali sono impegnati nella e dalla negoziazione stessa.” Essere europei vuol dire aderire ai valori europei, è un qualcosa di spirituale che non ha nulla a che fare con l’essere nati in un determinato territorio o con l’avere un determinato tipo di carnagione. L’individuo si determina per quello che fa e che sa, non per quello che è: questo è il dettame fondamentale della storia europea della conquista dei diritti dell’uomo e del cittadino. Bauman scrive: “L’Europa ha aperto la via alla tolleranza dell’alterità, e al tempo stesso ha dichiarato una guerra di logoramento contro qualsiasi alterità o identicità che non riuscisse ad elevarsi agli standard che essa proponeva, o rifiutasse persino di provarci. Per l’Europa il resto del pianeta non era una fonte di minacce, ma una sala del tesoro colma di sfide.” L’Europa è sempre stata in formazione, mai un qualcosa di definito territorialmente o localmente, è sempre stata un modo di vivere, un qualcosa di affatto spirituale e valoriale.

Verso una politica mondiale

Il progetto politico “Europa”

I valori europei sono detti così perché nati con la storia europea. Ma ciò non vuol dire che debbano rimanere entro i suoi confini. Con l’esportazione di questi valori è possibile riunificare il mondo alla luce dell’etica europea, grazie alla quale sarebbe possibile una riunificazione di potere e politica che in questo momento sono estremamente separati: “La caratteristica distintiva dei valori europei è infatti la convinzione che essi abbiamo senso solo se concepiti come onnicomprensivi e siano sostenibili solo se applicati a tutta l’umanità”. E’ necessaria una riforma politica a livello mondiale alla luce dei valori etico-politici europei. Bisogna creare una società umana unita eticamente e politicamente alla luce di questi valori. Da individui soli, schiavi delle esigenze globali di mercato, bisogna divenire una società di uomini unita da un progetto politico che sia all’altezza delle esigenze del nuovo mondo globalizzato. I valori europei sono essenzialmente tre: Ragione, Giustizia e Democrazia. Il primo consiste nel vagliare sempre ogni azione facendola passare per il tribunale della ragione. Ogni decisione deve essere accuratamente analizzata e scandagliata razionalmente. La riflessione come prerogativa dell’azione è da sempre nella cultura europea un presupposto fondamentale per poter agire bene. La giustizia è valore assoluto non in virtù del fatto che le opposizioni valoriali rimangono sempre statiche ma affinché in nome di questo valore ci sia sempre una solidarietà e unità tra gli uomini, è il valore per cui è sempre possibile una società di uomini in qualche modo uniti e che si relazionano tra loro, cosa fondamentale e di cui si avrebbe un estremo bisogno in un mondo di individui soli e senza legami per via della spoliticizzazione causata dalle globali esigenze di mercato. Il valore più importante è quello della democrazia: essa fa della società che l’adotta una Società Autonoma. Le decisioni, in democrazia, vengono prese in seguito al dibattito, considerando quali siano la soluzioni ritenute più giuste. Gli elementi del discutere e del ritenere sono fondamentali: il primo garantisce che la decisione sia stata ben ponderata e vagliata dall’assemblea,  coincida con ciò che i membri dell’assemblea eletta dai cittadini veramente vogliono, e che esprima la volontà dei cittadini. Il ritenere, invece, è quel qualcosa che tiene sempre aperto il dibattito, che tiene aperta continuamente la possibilità di prendere decisioni sempre migliori e nuove qualora ciò sia necessario. Alla luce di questi valori europei, è possibile unificare il mondo in nome dell’accettazione e del confronto con l’alterità. I valori europei sono valori che prevedono e hanno nel proprio nucleo la prospettiva di confronto e convivenza pacifica tra le alterità. Questi hanno la possibilità di riunificare il genere umano: “Vista sullo sfondo di un pianeta dilaniato dai conflitti, l’Europa appare come un laboratorio in cui si continuano a progettare gli strumenti per edificare la perfetta unificazione del genere umano. Gli strumenti attualmente forgiati e collaudati in Europa servono in primo luogo alla delicata operazione di separare i fondamenti della legittimità politica, la procedura democratica e la possibilità a condividere le risorse in una comunità dal principio della sovranità nazionale-territoriale cui essi sono stati inestricabilmente collegati per gran parte della storia moderna.” Bisogna, dunque, fondare un nuovo tipo di politica, una politica che sia all’altezza delle esigenze date dagli attuali problemi di portata globale, e la mondializzazione dei valori europei sembra la soluzione. Fondare una politica mondiale sulla base dei valori europei sembra l’espediente più auspicabile per la risoluzione delle questioni globali causate dalle esigenze di un’economia selvaggiamente depoliticizzata che impera su tutto il globo. Se si pensa ad una unificazione politica del globo in nome dei valori europei è assolutamente assurdo credere che si possa tornare ad un tipo di politica nazionalista basata sul conflitto e sulla sacralità dei confini, che è stata causa di tutti gli orrori del secolo scorso. L’unificazione politica europea è tappa fondamentale per l’unificazione del genere umano in nome dei suoi valori, è un progetto politico che inevitabilmente diverrà effettività, così come divennero effettività le unità nazionali alla fine dell’Ottocento che erano, in precedenza, solo un vago progetto utopico.

Francesco Cristarella Orestano

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