In Emilia Romagna verranno stanziati 1,3 milioni di euro per il “Reddito di Libertà”, la misura in grado di regalare l’autonomia economica alle vittime di violenza domestica.

La buona notizia, comunicata dall’assessore alle pari opportunità Barbara Lori, dimostrerebbe una tendenza positiva alla risoluzione del problema della violenza domestica. Il quotidiano Il Resto del Carlino scrive di 290 domande inoltrate già nei primi mesi dell’anno, dimostrando la particolare rilevanza del contributo (link all’articolo).
IL REDDITO DI LIBERTÀ: UNA NUOVA SPERANZA
Nella ricorrenza della giornata nazionale contro la violenza di genere, il 25 Novembre 2021, l’Inps comunicava l’istituzione del “Reddito di Libertà”. Il contributo economico statale, volto a sostenere tutte le donne vittime di violenza domestica, ha già colto l’attenzione di molte persone in cerca di una libertà economica tale da potersi ritenere autonome. Un argomento particolarmente difficile quello della libertà economica, che si aggiunge a tutte le premure delle vittime di violenza domestica.
Data la positiva attenzione ricevuta dalla misura di sostegno, la regione Emilia Romagna ha esteso i fondi destinati al Reddito di Libertà a più di un milione di euro. Seppur ancora una misura iniziale, ricordando che la violenza domestica può colpire qualsiasi genere, la centralità della manovra è tangibile: presentando la domanda all’INPS tramite il proprio Comune di residenza (link alla pagina Inps), migliaia di donne potranno avere accesso ad un concreto aiuto verso una vita da cittadine libere.

LE RADICI DELLA VIOLENZA DI GENERE
Uno dei lati più bui della quarantena Covid è stato proprio il problema dell’abuso domestico. Costrette in casa con i loro aguzzini, sono migliaia le vittime di violenza che hanno dovuto vivere a stretto contatto con il loro incubo. Seguendo la linea della “mascherina 1522” (link all’articolo dell’Huffington Post, in seguito ad un famoso evento di cronaca dello scorso settembre), questa ed altre misure statali mostrano una rinnovata attenzione al problema della violenza domestica e, di conseguenza, della violenza di genere.
Oggettificazione e sottomissione, queste le terribili parole chiave della questione. Il tema è largamente studiato, lo sbilanciamento percepito fra i due sessi è argomento di discussione da tempo immemore ed il fulcro della questione è intriso nelle pagine della Storia. I massimi dell’alto criticismo riportano la rigida dicotomia borghese nella sua crudeltà: polis agli uomini, oikos alle donne. Il mondo femminile viene ristretto a quello delle madri e delle mogli, della cura della casa e della prole. Così, i diritti della donna si perdono in una doppia morale, in un ruolo costretto al cospetto degli uomini. Un esempio, il vecchio Codice civile francese, figlio diretto della rivoluzione con motto “Liberté, Égalité, Fraternité“, si smentiva, rispondendo diversamente al reato dell’adulterio a seconda del sesso dell’imputato.
Il femminismo ci ha insegnato a guardare a questa “lotta fra sessi” come il risultato di una società patriarcale, ma la consapevolezza è solo l’inizio di un percorso molto lungo, che tende a scardinare antiche (ma ancora attuali) pratiche di oppressione. Anche nella contemporaneità, risulta difficile stupirsi di fenomeni come la violenza di genere, citando anche il femminicidio, quando si parla di violenza domestica.
HARRIET HARDY TAYLOR E LA FILOSOFIA FEMMINISTA OTTOCENTESCA
Sulla scia del discorso della Francia rivoluzionaria, degna di nota è la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina – sottolineando il termine, inaudito, di “cittadina” – di Olympe de Gouges, anche nota come Marie Gouze, del 1791. L’autrice, sul modello della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 26 agosto 1789, articola in 17 voci la completa uguaglianza – politica e sociale – delle donne, rivalutando il malvisto ruolo femminile.
Seguendo le sue orme e l’ispirazione wollstonecraftiana (da Mary Wollstonecraft, nota pensatrice femminista britannica), la famosa coppia del femminismo liberale ottocentesco formata dai filosofi Harriet Hardy Taylor e John Stuart Mill lottò duramente contro la percezione della donna come essere inferiore ed assoggettabile. In “The Subjection of Women” di Mill, opera datata 1869, l’autore scrive della “legal subordination of one sex to the other” come “wrong in itself, and now one of the chief hindrances to human improvement” – “sbagliata in sè, ed ora una dei principali ostacoli al miglioramento umano”. Degno di nota è che, per l’autore, il ruolo femminile è sempre legato al mondo privato, diverso da quanto scriverà Hardy Taylor in “The Enfranchisement of Women” (1851) incitando le donne ad una libertà completa, imprenditoriale ed economica. Non meno importante, della stessa autrice sono rinvenuti svariati pamphlet, dove ella protestò l’ineguaglianza giuridica subita dalle donne, intavolando anche il difficile discorso della violenze domestica impunita.