Arkangel: il controllo tecnologico che fa male a genitori e figli

In ‘Arkangel’, puntata della nuova stagione di Black Mirror, una madre decide di controllare a vista sua figlia grazie ad una tecnologia che la protegge da ogni pericolo: le conseguenze sono disastrose. Anche oggi i genitori dispongono di nuovi strumenti per  tenere sotto controllo la vita dei propri figli, ma questa è veramente un’evoluzione positiva?

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Arkangel, Black Mirror 4×02

Una madre single come tante, amorevole e premurosa, porta sua figlia al parco giochi. Poco dopo sopraggiunge una sua amica, e le due iniziano a parlare. La madre si distrae un solo secondo, ma la piccola Sarah sparisce e ci vogliono molte ore per ritrovarla. E’ uno di quegli scenari terribili che potrebbero capitare a chiunque, ma il senso di colpa della madre la spinge a prendere una decisione: farà tutto ciò che è in suo potere affinché un episodio del genere non si ripeta. Fortunatamente il progresso tecnologico le viene in aiuto: esiste un sistema che permette di monitorare i propri figli grazie ad un microchip impiantato nel loro cervello.

Tutto questo è fantascienza? Quasi. E’ Arkangel, il secondo episodio della quarta stagione di Black Mirror, disponibile dal 29 dicembre scorso su Netflix. La serie firmata dal visionario sceneggiatore Charlie Brooker indaga gli effetti di una tecnologia sempre più onnipresente nella vita quotidiana degli uomini. Ciò che maggiormente contraddistingue Black Mirror, e che è anche causa del suo meritato successo, è la tendenza a creare universi distopici dalle dinamiche inquietanti, che però non riusciamo a concepire come molto distanti dal nostro presente: quello della serie è un futuro prossimo, in cui gli effetti perversi non sono altro che l’esasperazione di processi che già appartengono alla nostra epoca. La quarta stagione ha suscitato reazioni contrastanti, ma noi concordiamo nel dire che, come sempre, ciascun episodio offre ottimi spunti di riflessione.

Arkangel è un sistema che punta a rafforzare il senso di sicurezza dei genitori permettendo loro di controllare i propri figli ventiquattr’ore su ventiquattro: grazie al chip impiantato nel loro cervello e ad un tablet ad esso collegato, si può vedere con gli occhi del bambino, geolocalizzarlo ovunque si trovi e addirittura applicare un filtro alla sua vista in corrispondenza di cose che possono spaventarlo o impressionarlo. La piccola Sarah cresce senza che nulla possa farle del male, è protetta persino dalla vista di un cane che abbaia o di qualche goccia di sangue e sua madre, memore dell’episodio del parco, si convince di aver fatto la cosa giusta. Ben presto però è la bambina stessa che manifesta, attraverso episodi di autolesionismo, la necessità di provare anche sensazioni sgradevoli, un fenomeno insito nello stesso processo di crescita. Sotto consiglio di uno psicologo la madre decide, seppure con timore, di smettere di utilizzare Arkangel.

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La piccola Sarah in un episodio di autolesionismo

Da quel momento la vita di Sarah procede come quella di ogni altra ragazzina, tra scuola, amicizie e voglia di conoscere e sperimentare. La fiducia della madre si infrange però al primo ‘sgarro’ di una Sarah ormai adolescente: quando scopre che la figlia non è a casa di un’amica come le aveva detto, non si fa problemi a riavviare Arkangel per localizzarla e scoprire cosa sta facendo.

Come ogni episodio di Black Mirror, il caso di Sarah e del sistema Arkangel è estremo: ci è ancora difficile pensare che saremo in grado, grazie alla tecnologia, di vedere attraverso gli occhi degli altri, e anche se ne avessimo la possibilità non è detto che verrebbe implementata ad un simile scopo. Questo però non significa che la tecnologia non stia già fornendo ai genitori sistemi sempre più sofisticati per tenere sotto controllo la vita dei propri figli: tutti gli smartphone hanno ormai un sistema di geolocalizzazione, televisori e pc permettono di attivare il parental control e in quasi tutte le scuole è ormai in vigore il registro elettronico, un portale che permette ai genitori di accertarsi che i figli siano a scuola e di controllarne voti e compiti a casa.

La tendenza dei genitori ad essere iperprotettivi e le conseguenze che questo comportamento ha sull’educazione dei figli sono un oggetto di studio importante nella storia della psicologia. Recentemente, uno studio pubblicato sul Journal of Positive Psychology ha stabilito attraverso un’indagine su 5000 individui nati nel 1946 che i genitori iperprotettivi possono causare danni psicologici permanenti nei figli una volta diventati adulti. Il tutto senza alcun bisogno di smartphone o portali scolastici.

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La tecnologia ha però incentivato questa tendenza a marcare stretto i propri figli, e questo si deve soprattutto facilità con cui i nuovi mezzi permettono di tenerli sotto controllo. Fino a pochi anni fa non si poteva sapere se un ragazzo avesse ‘bigiato’ con gli amici invece di andare a scuola, o comunque per scoprirlo era necessaria una piccola indagine: qualche segnale rivelatore nello zaino o nelle tasche, domande a trabocchetto o addirittura un pedinamento, tutte cose estremamente ‘invasive’ che un genitore non sempre si sentiva di fare. Adesso è la scuola stessa ad inviare un messaggio se l’alunno non si presenta a scuola, e basta un’applicazione del cellulare per capire dove si trova. Agli studenti non è nemmeno più concesso nascondere un votaccio o dire che non hanno compiti da fare: i genitori possono consultare il registro elettronico direttamente a casa o in ufficio. Ma tutto questo è davvero un bene?

Eliminare alla base il rischio che un ragazzo si assume nel trasgredire una regola o nel nascondere qualcosa ai propri genitori toglie a quello stesso ragazzo l’opportunità di capire che sta sbagliando e lo sta facendo per una scelta presa con la sua testa. Sbagliare, sentire il peso delle proprie azioni, fallire, provare frustrazione perché le cose non sono andate come volevamo: sono tutte cose estremamente sgradevoli che però è necessario imparare ad affrontare già durante il proprio percorso di crescita, dove le conseguenze non sono troppo distruttive, in modo da essere in grado di gestirle in età adulta.

Non dimentichiamo nemmeno  che la tecnologia non è altro che uno strumento: le sue conseguenze sono unicamente da imputarsi all’utilizzo che si decide più o meno consapevolmente di farne. La geolocalizzazione sullo smartphone può essere estremamente utile in caso di emergenza, il parental control è in grado di proteggere dai rischi di una rete che le generazioni precedenti non conoscevano, il registro elettronico si può rivelare un utile strumento di trasparenza tra la scuola e le famiglie.

Riguardo al caso dei genitori iperprotettivi, sono due in particolare le conseguenze che occorre sottolineare. In primo luogo, il fatto che la tecnologia permetta di controllare più facilmente la vita dei propri figli non sancisce automaticamente il diritto di farlo e non lo rende necessariamente giusto. Inoltre, l’uso sistematico di queste tecnologie non ha conseguenze solo nell’educazione dei figli, ma anche sul modo di ragionare dei genitori: non ha più senso inimicarsi i figli frugando nelle loro cose o sottoponendoli a ramanzine e sistemi di punizioni se si può intervenire affinché si eviti ogni possibilità di doverli sgridare. Emblematico è il caso della madre di Sarah: quando scopre che la figlia frequenta un ragazzo che la spinge a sperimentare l’uso di droghe fa finta di non sapere nulla e si rivolge direttamente al ragazzo, intimandogli di sparire dalla vita di Sarah.

Se la tecnologia può offrire alcuni strumenti anche validi, questo non giustifica nessuno a rinunciare alle proprie responsabilità nel processo di educazione di bambini e ragazzi, anche se questo significa apparire momentaneamente come odiosi ai loro occhi.

In altre parole, nemmeno un sistema sofisticato come Arkangel potrà mai fare da genitore a qualcuno.

Perania