L’Antartide si sta sciogliendo. Questo è solo uno dei tanti segnali che il mondo della natura, base solida su cui le società umane si sono evolute e sviluppate nella storia, sta crollando. Il suo crollo ci sarà fatale.

Oswald Spengler spiega come la tecnica, arma fondamentale per la sopravvivenza e l’espansione dell’uomo sul pianeta, possa divenire dannosa e pericolosa per la civiltà.
20,75 C°
Uno degli avvenimenti che maggiormente ha colpito in questi giorni è stato la registrazione della mancanza di ghiaccio sulla più grande delle isole Shetland meridionali a 120 km dalla costa dell’Antartide. Il professor Erasmo Macaya, biologo marino dell’università di Concepción del Cile, ha così commentato: “E’ la prima volta che vediamo questa impressionante carenza di ghiaccio.” Marcello Leppe, direttore della base cilena Julio Escusero, aggiunge: “Un fenomeno che si è intensificato a causa delle ondate di calore che stanno investendo l’area dalla fine di Dicembre”. E’ la prima volta che nel circolo polare antartico si registra una temperatura di 20,75 C°. Questo è uno degli effetti che il riscaldamento globale (argomento abbondantemente banalizzato e ritenuto dalla maggioranza delle persone uno degli elementi della retorica radical-chic) sta producendo sul nostro pianeta. Le enormi emissioni dei giganteschi impianti industriali sparsi per il mondo civilizzato pian piano stanno sconvolgendo gli equilibri ambientali del pianeta. Il mondo degli uomini è sì un mondo sociale caratterizzato da contesti politici e valoriali, (dall’agire e dal linguaggio, come diceva Hannah Arendt) ma è anche vero che i contesti politici e valoriali divengono e si sviluppano in un habitat, l’equilibrio e la stabilità del quale sono fondamentali affinché ciò avvenga. L’ iperproduttività industriale finalizzata a soddisfare l’odierna fame iperconsumistica, le continue emissioni di smog, gas di scarico che ci permettono di coprire enormi distanze in tempi brevissimi, stanno portando, in maniera impercettibile (ma neanche troppo), l’habitat su cui costruiamo valori e società, a morire, o almeno ad essere per noi inabitabile. L’attuale caldo antartico è solo una delle tante anomalie climatiche che negli ultimi tempi si sono registrate, si vedano il costante innalzamento del livello dei mari dato dallo scioglimento dei ghiacciai, gli inverni brevi e poco freddi, i continui sbalzi climatici, ciò che banalmente viene chiamato ‘la fine delle mezze stagioni’. La tecnica può essere dunque un’arma a doppio taglio: è l’elemento fondamentale grazie a cui l’uomo, animale fragile e impotente nei confronti della minacciosità della natura, è riuscito a sopravvivere e addirittura quasi a dominare la sua storica nemica, ma anche ciò che potenzialmente può volgersi contro di lui e decretare la sua fine. Oswald Spengler, filosofo tedesco dei primi anni del Novecento, ha affrontato questa tematica in un celebre scritto del 1931 riguardante il rapporto tra l’uomo e la tecnica, in cui è spiegato come la tecnica sia l’essenza fondamentale dell’essere umano, grazie alla quale è stato capace di mettere su società e valori e come questa possa divenire un’arma letale per l’intera civiltà.

L’uomo e la tecnica: Mano e sguardo, intrapresa, direttori ed esecutori
Nel 1931 viene pubblicato lo scritto del filosofo tedesco Oswald Spengler intitolato ‘L’uomo e la tecnica’. La tematica di fondo di quest’opera riguarda la considerazione della tecnica come intima essenza dell’uomo e come ciò che lo contraddistingue rispetto a tutti gli altri esseri viventi. Questi hanno una maniera, una tecnica, per affrontare la vita, la pericolosità e la minacciosità della natura ( tattica della vita), ma vi è una sostanziale differenza tra la tecnica degli animali che è ‘tecnica di razza’ e quella degli uomini: “La tecnica di questi animali è tecnica di razza: è priva di inventiva, non può essere appresa ed è priva di sviluppo. Il tipo ‘ape’, da quando esiste ha sempre fabbricato i suoi favi esattamente come oggi, e così li fabbricherà finché si spegnerà.” Negli animali, dunque: “La tattica della vita e la conformazione del corpo diventano una sola e medesima cosa, entrambe sono espressione di una sola realtà organica”. Tutti gli altri esseri viventi, a differenza dell’uomo, hanno, dunque, in sé tutti gli strumenti per affrontare la vita, la loro tecnica è tecnica della specie è invariabile e definita ‘istinto’. Invece l’uomo non ha nella propria struttura corporea i mezzi per affrontare la vita e la minacciosità della natura, non ha una tecnica della specie, ma ha la capacità di fabbricare strumenti, di diminuire sempre più, grazie alla sua capacità di costruire, il gap che c’è tra lui e la natura. L’uomo è capace di fabbricare strumenti grazie alla mano: è a partire da questa importante parte del nostro corpo che siamo riusciti a conquistare gran parte del mondo e a renderlo un posto per noi abitabile. La mano è stata imprescindibile e fondamentale per l’uso di cose come la pietra focaia, per la guida degli aerei nel cielo e delle automobili e per la digitatura sullo smartphone. Senza di essa nulla ci sarebbe possibile: “Da quando vi sono gli uomini? Che è l’uomo? Per quali vie è diventato uomo? La risposta suona: in grazia della nascita della mano. E’ questa un’arma senza pari nel mondo della vita dotata di libero movimento. La si confronti con la zampa, col becco, con le corna, con le zampe e con le pinne caudali di altre creature. Essa distingue non solo il caldo e il freddo, il solido e il liquido, il duro e il molle, ma anche il peso, la forma e il luogo delle resistenze, insomma le cose nello spazio. Inoltre si aduna in lei l’attività della vita così completamente, che tutto l’atteggiamento e l’andatura del corpo si sono, nello stesso tempo, foggiati su di essa. Non c’è cosa al mondo che possa essere paragonata a questo membro tastante e operante.” C’è nell’essere umano una strettissima collaborazione tra occhio e mano: con l’occhio, egli coglie la relazione tra causa ed effetto, e con la mano il rapporto tra mezzo e fine: con lo sguardo attua la formazione di un mondo ordinato e categorizzato e con la mano agisce su di esso per conquistarlo in maniera definitiva. L’uomo è, infatti, il più pericoloso e feroce animale da preda, attraverso la mano e la capacità di produrre e costruire strumenti affiancata dallo sguardo categorizzante egli conquista, assoggetta e divora quel mondo naturale che inizialmente gli era ostile: “L’uomo è un animale da preda, un animale feroce. […] L’animale da preda è la più alta forma della vita dotata di libero movimento. In essa riscontriamo la massima indipendenza dagli altri, la massima libertà per uso proprio; essa risponde di sé, è sola, rappresenta in modo estremo la necessità di conservarsi lottando, vincendo, distruggendo. Il tipo uomo acquista un alto rango per il fatto di essere un animale da preda.” Lo strumento nasce assieme alla mano, non c’è mano senza strumento e strumento senza mano, sono due elementi coesistenti nell’uomo atti alla sua conquista del mondo, atti a rendere possibile la messa in pratica della sua tattica per la vita. Dalla formazione delle prime società, i gruppi all’interno di esse iniziano a dividersi in esecutori e direttori: il linguaggio, infatti, secondo Spengler inizialmente aveva un’unica funzione: quella di indicare e di ordinare. Tutte le società umane nella storia, in forme sempre diverse, si sono organizzate secondo la struttura fondamentale della divisione direttori-esecutori, vi sono infatti uomini portati al comando, alla progettazione, alla direzione della strutturazione e dell’espansione della società e uomini che con le loro braccia e la loro forza-lavoro rendono possibili i progetti dei direttori: “Vi sono pure due generi di uomini, che si differenziano per il possesso delle doti necessarie all’una o all’altra di quelle due tecniche. In ogni processo c’è una tecnica del dirigere e una tecnica dell’eseguire, e così pure, vi sono per natura, uomini che comandano e uomini che obbediscono, soggetti e oggetti del processo politico ed economico.” In questo modo, attraverso la costruzione di case, città, monumenti, strutture funzionali come strade e acquedotti l’uomo rende ospitale quella natura che prima gli era nemica. Con lo sviluppo e il progresso sempre maggiore della tecnica ecco che però la natura da che era stata resa semplicemente ospitale diviene un qualcosa di completamente assoggettato e sfruttato: i prodotti della natura sono lavorati industralmente, commercializzati e distribuiti in larga scala, nascono le industrie i cui macchinari devono essere alimentati di continuo (da qui il consumo di risorse naturali come carbone, legno, petrolio (la cui estrazione comporta pesanti e violenti atti di forza nei confronti di varie parti del pianeta) e nuove modalità di circolazione delle merci: ci vogliono sempre più strade, vie di comunicazione via mare, via aria, e costruzione di mezzi affinché questa circolazione avvenga. Il mondo, insomma, d’improvviso è divenuto un luogo di sfruttamento libero di risorse da cui l’uomo può liberamente attingere, un luogo completamente denaturalizzato e iper-umanizzato in cui l’uomo non vede altro che se stesso: “La meccanizzazione del mondo è entrata in una fase di pericolosa supertensione. L’immagine della terra con le sue piante, i suoi animali, i suoi uomini, si è mutata. In pochi decenni la maggior parte delle grandi foreste è scomparsa, fu trasformata in carta da giornali; così sopravvennero mutazioni di clima che minacciarono l’agricoltura di intere popolazioni. Numerose razze di animali furono, come il bufalo, quasi interamente distrutte; intere razze umane, come gli indiani dell’America del nord e gli Australiani, sono pressoché scomparse.”

Tramonto dell’occidente e fine del mondo
Spengler ipotizza che la fine della civiltà occidentale avverrà proprio per il fatto che la tecnica si volgerà contro di noi. Da elemento essenziale grazie a cui l’uomo è riuscito a sopravvivere e ad espandersi diventerà elemento mortifero e distruttivo. Si è visto come Spengler fosse molto acuto per avere intuito già nel 1931 i danni ambientali che l’iperproduttività e l’ipertecnicizzazione possono arrecare e che già arrecavano allora. Inoltre, uno sviluppo tecnico eccessivo porta l’uomo ad avere una vita invivibile a causa di ritmi serrati e incessanti a causa della pratica vita lavorativa in cui è stato inevitabilmente immerso dal progresso: la vita del singolo è unicamente divisa e gestita tra lavoro e tempo libero, egli è una macchina come il grande mondo-macchina in cui è implicato: ci sono dei momenti in cui stare in funzione e dei momenti in cui stare spenti per poi funzionare meglio di prima. Per non parlare di come la tecnica, invece che essere utile e migliorare la vita, possa invece complicarla: si vedano ad esempio i grandi ingorghi delle grandi città che rendono impossibile la circolazione tanto da dover decidere di camminare invece che affidarsi all’automobile. Inoltre, secondo il pensiero non troppo politicamente corretto del filosofo tedesco, la tolleranza e la concessione di diritti nei confronti degli esecutori (della forza lavoro) da parte dei direttori porterà altri popoli, che adotteranno i metodi dell’ipertecnicizzazione occidentale, senza però essere tolleranti nei confronti degli esecutori, sfruttandoli come schiavi, a divenire tecnicamente superiori a noi occidentali e ad annientarci. La tecnica, dunque, ci può essere letale e già lo sta diventando, il superamento delle difficoltà del mondo inospitale della natura che è avvenuto grazie ad essa sta rischiando di annientare il mondo naturale che è la base su cui abbiamo costruito il nostro mondo umano. Senza la base del mondo naturale non è possibile costruire nessun mondo umano, quando e se scomparirà il mondo naturale, cosa che già si sta verificando sotto i nostri occhi, scomparirà anche il mondo umano. L’iperconsumo di risorse per far andare avanti incessante la macchina consumistica nella quale attualmente siamo implicati non può che portare all’esaurimento di risorse e a disequilibri ambientali, come lo scioglimento dell’Antartide, che ci costeranno la vita. Tutto ciò che di grande l’uomo ha fatto nella storia lo ha fatto sulla base del mondo naturale, tutti i suoi palcoscenici contestuali, sociali e politici hanno retto sulle solide basi della natura, basi che oggi sono diventate fragilissime.