La perfezione è un concetto sfuggente e lontano, una vetta distante, quasi irraggiungibile. Noi uomini siamo per definizione perfettibili, ma non saremo mai perfetti, nella misura in cui siamo tesi sempre al miglioramento, ma si parla di una tensione continuamente in divenire, dinamica, che non si arresta e non giunge mai ad una statica completezza. Ma cosa intendiamo esattamente con “perfetto”? C’è un criterio che stabilisca i canoni della perfezione? Una compagine di caratteristiche che danno accesso a questa sfera? Beh stando a sentire i greci sì: perfetto è equilibrato, armonioso, composto. Robert Mapplethorpe, fotografo statunitense morto nel marzo del 1989, cercava proprio questo tipo di perfezione, in ogni soggetto che fotografava, in ogni scatto che faceva.
Mapplethorpe e la ricerca della perfezione
In occasione del trentesimo anniversario della morte del fotografo, la galleria Corsini di Roma, in collaborazione con la fondazione Robert Mapplethorpe di New York, mette in esposizione quarantacinque foto dell’artista. Mapplethorpe diceva di cercare la perfezione nelle forme di ogni soggetto che ritraeva, una perfezione che otteneva basando i suoi scatti su armonia ed equilibrio. “Se fossi nato uno o duecento anni fa, avrei potuto essere uno scultore, ma la fotografia è un modo molto veloce per vedere, per fare scultura” affermava, palesando il suo intento di fondere scultura e fotografia, rendendo nei suoi scatti quell’armoniosa composizione delle forme tipica delle sculture ellenistiche.
I tre significati aristotelici di perfezione
La definizione di perfezione comunemente utilizzata è il risultato dalla condensazione dei tre significati del termine esposti nel quinto libro della Metafisica di Aristotele. Egli definisce perfetto:
- Ciò che è completo (ovvero ciò che contiene tutte le parti necessarie).
- Ciò che è così buono che niente di simile potrebbe essere migliore.
- Ciò che ha raggiunto il suo scopo.
Sebbene la nostra concezione di perfezione racchiuda in sé un po’ tutte queste definizioni, tra la seconda e la terza, come ci fa notare Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae, c’è una differenza che ci permette di scindere il termine e coglierlo nelle sue sfumature. Nella prima e nella seconda delle definizioni aristoteliche c’è un rimando alla sfera essenziale, l’oggetto è perfetto in sé, ontologicamente. Nella terza, il richiamo allo scopo fa pensare ad una intonazione diversa, ad una tensione verso, ad una perfezione vista come conciliazione tra l’oggetto e il suo fine, nella misura in cui l’oggetto stesso non è perfetto se non in relazione a quello scopo preciso. In antichità il concetto di perfezione veniva associato all’eccellenza, tuttavia tra i due termini c’è un’importante differenza: con excellentia si rimanda ad una distinzione fra molti individui, che implica un paragone. Se qualcosa è considerato perfetto, invece, lo è in sé, senza confronti con altre cose. Stando a questa differenza terminologica, quella che Tommaso definisce perfezione, possiamo dire, pratica, è più che altro eccellenza, in quanto tra una compagine di oggetti utilizzati per uno scopo comune, presupponendo che per ogni scopo le vie e i mezzi siano molteplici, uno in particolare risulta migliore, eccellente quindi, e non perfetto. 
Perfezione e Perfettibilità
Il termine perfettibilità indica la capacità di tensione verso uno stato di perfezione, di miglioramento totale. In quest’ottica è davvero possibile raggiungere la perfezione? Dove si collocherebbe l’apice di perfezionamento? Se la perfettibilità è un movimento di continuo autosuperamento, a mio parere si può giungere ad un termine solo parziale, ad un miglioramento che sfiora la perfezione ma che non la tocca mai. Forse allora la perfezione non esiste, è solo una chimera, uno scopo evanescente posto in divenire, che ci attrae verso di sé senza farsi cogliere, che si fa movente di questa tensione al miglioramento e che scompare ogni volta che la si sfiora per riapparire un passo più avanti, e così via finché non scegliamo di fermarci, ed accettare di aver raggiunto la nostra perfezione. Allora mi viene da pensare che la perfezione non esiste in sé, ma esiste per noi, è quello stadio in cui fermiamo il nostro progredire e respiriamo la quiete, riconoscendo e finalmente accettando il nostro limite.
Samuele Beconcini