Anche agli Asgardiani piace il caffè. Un tuffo nella caffeina tra cinema e sistema nervoso.

Espresso, lungo, macchiato, schiumato, in qualsiasi forma esso sia, il caffè è un rito quotidiano, nemico del sonno, o solo un pretesto per una chiacchierata che, con l’aroma di caffè, acquista tutto un altro sapore. Ma perché piace così tanto?

(fonte: giphy.com)

Ci ha visti appena svegli, spettinati, struccate, con le occhiaie da far invidia a un panda. Era con noi al primo appuntamento, mentre cercavamo di conquistarla/o, improvvisandoci simpatici e cercando di nascondere la goffaggine e l’imbarazzo dietro il fumo della tazza. Il caffè ci accompagna quotidianamente, e se anche non ne avessimo abbastanza nella vita reale, ci pensa il cinema a prepararlo per noi, facendoci sognare il suo aroma attraverso gli schermi.

Il caffè nella cultura cinematografica

Una conversazione fatta davanti a una fumante tazza di caffè è senza dubbio una combinazione vincente nei film, perché ci fa entrare subito più in confidenza con la scena e i personaggi, portandoci in una dimensione che sentiamo più quotidiana, più “nostra”.

Lo sa bene Quentin Tarantino che in Pulp Fiction (1994) fa bere del caffè a Vincent e Jules, e lo stesso Tarantino apparso in un cameo, con tanto di commento sulla qualità della bevanda, mentre i tre discutono di un cadavere nascosto nel garage, rendendo una conversazione tutt’altro che leggera, quasi paradossale.

(Clip del caffè di Pulp Fiction: https://www.youtube.com/watch?v=NZ0hmNVyiBc)

E come non ricordare del celebre Café des 2 Moulins de Il favoloso mondo di Amelie (2001), dove la protagonista lavora come cameriera, e la caffetteria diventa così il teatro di molte delle scene della pellicola, come quella iconica in cui Amelie spia attraverso il vetro del caffè il ragazzo di cui si è infatuata, Nino Quincampoix, proprio mentre lui beve il suo caffè.

(Clip del caffè di Amelie: https://www.youtube.com/watch?v=G16ZepRSxws)

Spostandoci dalla Francia all’Italia, dove il caffè rappresenta una cultura a sé, un culto, se vogliamo, la lista dei film in cui appare sarebbe infinita, dai classici con Totò a Eduardo De Filippo, fino a quelli più moderni e contemporanei. Rimanendo sul classico, possiamo citare in particolare un film in cui il caffè fa capolino nel titolo e diventa il pretesto attraverso cui si sviluppa la trama: Cafè Express, film del 1980 interpretato da Nino Manfredi, il quale vende abusivamente caffè nei treni, e in questo modo viene a contatto con le diverse vicissitudini e realtà dei passeggeri.

Clip tratta da Cafè Express: https://www.youtube.com/watch?v=tzKUoicuNTU)

Altro titolo in cui compare il caffè, che si fa carico di rappresentare il filo conduttore delle storie di cui è composto il film, è Coffee and Cigarettes, (2003)  costituito da 11 cortometraggi, in cui il caffè diventa appunto l’elemento intorno a cui si sbrogliano dialoghi quotidiani e surreali.

(Primo cortometraggio con Roberto Benigni e Steven Wright: https://www.youtube.com/watch?v=o9eKZVkguYk)

Spostandoci in contesti più metafisici, è proprio davanti a una tazza di caffè che Leonardo di Caprio e Ellen Page in Inception (2010) discutono della realtà onirica, salvo poi accorgersi di trovarsi effettivamente in un sogno condiviso.

(Clip del caffè di Inception: https://www.youtube.com/watch?v=_bsGUOVTA84)

Continuando sulla scia fantasy, 1997. Chi non vorrebbe provare un caffè “spaziale”, come succede in Men in Black, dove dei vermi alieni servono il caffè a Tommy Lee Jones, davanti a uno stupefatto Will Smith. Anche agli alieni piace il caffè, alla cannella, in questo caso.

Clip del caffè di Men in Black: https://www.youtube.com/watch?v=tyGxZrhcgKg)

E se vogliamo considerare Thor un alieno, per i più informati un Asgardiano, precisamente, allora sì, agli alieni piace il caffè, e aggiungerei anche agli dei. E lui ne è la prova: in una scena del primo film “Thor” del 2011, Jane Foster, il professor Erik e la stagista Darcy, portano Thor in un caffè, dove il dio, estasiato dalla bontà della bevanda, che prova per la prima volta in quell’occasione, ne chiede un altro infrangendo con entusiasmo il bicchiere per terra.

(Clip del caffè di Thor: https://www.youtube.com/watch?v=Gbw8Ek95QNE)

Ma volendo estendere il campo cinematografico, il caffè non fa mancare la sua presenza neanche nei film d’animazione e nelle serie tv.

Una menzione particolare è d’obbligo a Friends, sitcom statunitense andata in onda dalla fine degli anni ’90 al 2004, in cui gli amici sono soliti ritrovarsi in una caffetteria, che diventa il background dei loro racconti e delle loro vicissitudini.

E infine, arrivando con il nostro espresso (caffè, però, altro che treno) in Giappone, nella patria degli anime, come non citare Tokyo Ghoul, serie anime iniziata nel 2014 e basata sull’omonimo manga, in cui i nostri protagonisti Ghoul sono esseri costretti ad una dieta “particolare”, fatta di umani, e il caffè rimane l’unica bevanda che apprezzano e che il loro organismo riesce a digerire.

(fonte: gfycat.com)

Meccanismo d’azione della caffeina

Il caffè deve la sua fama al suo principio attivo, la 1,3,7-trimetilxantina, per gli amici caffeina, sostanza psicoattiva più diffusa e consumata al mondo.

Questa sostanza è un alcaloide naturale, componente che si trova nelle foglie, semi e frutti delle piante di caffè, ma anche tè e cacao, e può essere considerata a tutti gli effetti una droga, dal momento che si definisce droga qualsiasi sostanza con proprietà psicoattive, ovvero in grado di modificare lo stato psico-fisico di chi l’assume.

In particolare, la caffeina è classificabile come uno stimolante psicomotore minore, che a dosi basse o moderate, promette, stimolazione motoria, riduzione della fatica, aumento della resistenza al sonno, aumento di vigilanza e attenzione, miglioramento dell’umore. “Ma ha anche dei difetti”, direbbe il web. In realtà sì, dei difetti li ha. Ma vediamo innanzitutto da dove derivano tutte queste proprietà.

Sostanzialmente, la caffeina agisce da antagonista dei recettori adenosinici, partecipando alla regolazione del ritmo sonno-veglia. Si definisce antagonista una sostanza che blocca la neurotrasmissione, ovvero blocca l’attività di un neurotrasmettitore, (il “messaggero” che porta informazioni da un neurone all’altro), che in questo caso è l’adenosina. Questa molecola svolge diversi ruoli all’interno del nostro organismo: nei vasi sanguigni e nel cuore contribuisce a dilatare i vasi, abbassando la frequenza cardiaca. Ma il suo principale ruolo è svolto nel sistema nervoso, dove, in veste di neurotrasmettitore, promuove la sensazione del sonno, che stimola legandosi a molecole cerebrali, i recettori adenosinici A1.

E’ proprio in questo frangente che interviene la caffeina, che riesce a legarsi a tali recettori, prima dell’adenosina, bloccandone la funzione, e facendoci temporaneamente passare la sensazione di stanchezza.

Il blocco dei recettori favorisce anche l’aumento dei livelli di adrenalina e noradrenalina, che sono altri neurotrasmettitori coinvolti nella stimolazione del sistema nervoso simpatico. Questo è il sistema che si attiva in risposta a stress e stimoli emotivi, e prepara l’organismo alla reazione di “lotta o fuga”, ovvero lo rende attivo e vigile, aumentando la frequenza cardiaca, la pressione sanguigna, dilatando i bronchioli polmonari, e consumando glucosio come fonte di energia.

Ma ancora, l’azione della caffeina stimola anche la trasmissione di dopamina e glutammato, due neurotrasmettitori. Il primo attiva il nucleus accumbens, il centro del piacere e della gratificazione.  Il secondo è il neurotrasmettitore eccitatorio più comune nel sistema nervoso centrale, coinvolto nei meccanismi di apprendimento e memoria.

Attacco della caffeina sui recettori adenosinici (fonte: projectinvictus.it)

Il caffè crea dipendenza?

La risposta è sì, ma con qualche precisazione. I sintomi di astinenza da caffeina, correlati dunque ad una forma di dipendenza, si rilevano solo con un consumo prolungato e massiccio di caffeina (circa 500 mg, l’equivalente di 5-6 tazzine al giorno), con mal di testa, senso di spossatezza, sonnolenza, difficoltà a concentrarsi e irritabilità.

Chi sviluppa tolleranza agli effetti della caffeina sarà ovviamente più portato ad assumerne quantità maggiori per avere gli stessi effetti (che prima si manifestavano con dosi minori), e quindi a sviluppare con più facilità dipendenza e astinenza.

Lo sviluppo della tolleranza è correlato al tasso metabolico della caffeina, ovvero in quanto tempo la caffeina viene eliminata dall’organismo. Generalmente essa viene metabolizzata in circa 5 ore, ma questo tempo varia da individuo a individuo, in base a diversi fattori, anche genetici. O ad esempio, i fumatori metabolizzano la caffeina a un tasso accelerato, poiché una droga (in questo caso la nicotina contenuta nelle sigarette) può influenzare il tasso di metabolizzazione di altre droghe. Nel caso del fumo di tabacco, esso stimola il sistema di enzimi che hanno il compito di eliminare la caffeina, velocizzandone l’eliminazione.

Tuttavia, non basta essere predisposti geneticamente o essere dei fumatori per sviluppare tolleranza, infatti più assumiamo caffeina, più diventiamo tolleranti ai suoi effetti. Questo si verifica a causa di un meccanismo di up-regulation, secondo cui, ripetute esposizioni di droghe che fungono da antagonisti, fanno aumentare i recettori di quel neurotrasmettitore con cui gli antagonisti vanno a interferire. Ovvero, nel caso del caffè, aumenteranno i recettori adenosinici, e servirà quindi anche una maggiore quantità di molecole di caffeina per occuparli e “bloccare” la stanchezza.

Insomma, per poter continuare serenamente a gustarsi una buona tazza di caffè senza incappare in effetti collaterali, basta, (come per tutto, tra l’altro) non eccedere nelle dosi, bere un massimo di 3-4 tazzine al giorno e non essere così severi con il nostro organismo, lasciando ogni tanto vincere la nostra amica/nemica adenosina, e farci una bella dormita.

(fonte: weheartit.com)

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