The Stanford Prison Experiment e il potere del contesto

Nel 2015 viene distribuito un docufilm dal titolo ‘Effetto Lucifero’, co-scritto dallo psicologo statunitense e professore all’Università di Stanford Philip Zimbardo.

Il film ci permette di assistere in modo abbastanza accurato ad un esperimento effettuato nel 1971 dallo psicologo, la cui durata sarebbe dovuta essere di circa due settimane ma che ebbe dei risvolti cosi inaspettati da costringere il ricercatore ad interromperlo dopo soli sei giorni.

Un esperimento per confermare un’idea

Negli anni ’60 vi era una corrente di pensiero secondo cui i comportamenti ‘deviati’ in ambienti particolari come il carcere dipendessero esclusivamente dalla persona e dalle sue personali disfunzioni o problematiche. Zimbardo, che si chiedeva come mai anche una persona benevola, senza particolari anomalie potesse arrivare a diventare un aguzzino, ad avere comportamenti diabolici se vogliamo (da qua il titolo del suo libro pubblicato nel 2007 ‘Effetto Lucifero’), al contrario ritrova la risposta nel ruolo chiave che secondo lui gioca il contesto. Per mettere alla prova questa sua idea decide di organizzare quello che è noto come Esperimento Carcerario di Stanford. Infatti proprio nel seminterrato del Dipartimento di Psicologia della rinomata università fu organizzato un carcere, con ovviamente delle telecamere, e su un quotidiano locale fu pubblicato un annuncio in cui si cercavano volontari per una ricerca. I 75 ragazzi che risposero furono sottoposti a dei test e vennero selezionati 24 studenti assolutamente ‘normali’, senza alcuna predisposizione alla violenza o problematica psicologica (una critica che è stata successivamente fatta riguarda proprio il campione così ristretto di partecipanti). I partecipanti furono assegnati casualmente alla categoria dei detenuti o delle guardie ed obbligati ad indossare delle ‘uniformi’: i prigionieri delle divise ampie sulle quali era applicato un numero, un berretto di plastica, e una catena alla caviglia; le guardie invece, che erano dotate di manganello, fischietto e manette, indossavano delle uniformi color kaki e occhiali da sole a specchio che impedivano un contatto visivo diretto coi prigionieri. In questo modo, con questo abbigliamento, entrambi i gruppi erano posti in una condizione di deindividuazione/disumanizzazione. Ormai non erano più persone, ma semplicemente elementi di un gruppo e questo giocò un ruolo fondamentale soprattutto nel comportamento delle guardie nei confronti dei prigionieri e nelle reazioni dei prigionieri.

Diventare improvvisamente delinquenti, agli occhi di tutti

L’esperimento fu molto realistico anche per il modo in cui cominciò, cioè all’insaputa dei prigionieri stessi. Infatti una domenica mattina di agosto, a Palo Alto, in California, un auto della polizia arrivò a sirene spiegate a casa dei singoli presunti delinquenti col fine di arrestarli per rapina a mano armata e/o furto con scasso. I ragazzi venivano informati dei propri diritti, ammanettati e fatti salire in auto. Il tutto sotto lo sguardo indagatore dei vicini di casa, che erano ovviamente all’oscuro delle vere motivazioni. I prigionieri arrivati nel carcere sotto l’università venivano chiusi in cella e bendati per riflettere su ciò che avevano commesso mentre alle guardie fu lasciata totale libertà di scegliere come trattare i presunti detenuti. Le prime 24 ore trascorsero senza alcun incidente, ma improvvisamente il mattino dopo scoppiò una rivolta. Le guardie, impreparate e colte di sorpresa, erano arrabbiate e frustrate, anche perché i prigionieri avevano iniziato a prendersi gioco di loro. Allora le guardie fecero irruzione all’interno delle celle, spogliarono i prigionieri, portarono fuori le brande, costrinsero i capi della rivolta a stare in isolamento e iniziarono ad insultare e minacciare tutti i prigionieri. Dalle maniere forti si passò poi a cercare di mettere i prigionieri gli uni contro gli altri, ad esempio privilegiando i più tranquilli. Nei giorni seguenti la situazione degenerò, la guardie si erano immedesimante perfettamente nel loro ruolo di detentori del potere e i detenuti si sentivano sempre più umiliati e privi di diritti, arrivando addirittura ad identificarsi non più col loro nome ma con i numeri a loro assegnati. Cominciarono ad avere atteggiamenti passivi aggressivi, a mostrare segni di ansia, stress e depressione ed infatti ad un certo punto fu anche permesso ai loro cari di fargli visita. I parenti cercarono di tranquillizzarli ricordando loro che si trattava solo di un esperimento, ma uscirono da quegli incontri così sconvolti per come avevano visto i loro figli, fratelli e amici che si recarono direttamente dal professor Zimbardo chiedendogli di fermare la ricerca.

Il potere del contesto

Alla fine, dopo addirittura l’allarme di una possibile futura fuga, lo psicologo fu costretto a mettere fine all’esperimento. A causa soprattutto dell’intensificarsi degli abusi da parte delle guardie sui prigionieri (sempre più ignobili e spesso anche di carattere pornografico) e grazie ad una studentessa, Christina Maslach (che poi diventerà sua moglie) che gli fece aprire gli occhi riguardo le torture, fisiche e psicologiche, che quei poveri studenti stavano subendo. Il professor Zimbardo era così entusiasta dei risultati che confermavano le sue teorie, che non si rese conto di ciò che stava causando. Si perché con quell’esperimento, successivamente criticato per numerosi motivi come si può ben immaginare e definito eticamente scorretto, aveva dimostrato che anche dei ragazzi normalissimi, che godevano di buona istruzione ed estrazione sociale e che erano consapevoli che ciò che stavano vivendo non corrispondeva a realtà, potevano arrivare a comportarsi come veri e propri delinquenti, a perdere la testa. Tutto grazie al potere del contesto, della situazione in cui si sono trovati a vivere.

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