ANALIZZIAMO IL SELFIE TRAMITE GLI OCCHI DI ESCHER E SCOPRIAMO L’OSCURO DENTRO DI NOI

Siamo imprigionati nella “Mano con sfera riflettente“ di Escher, una litografia similare allo scatto di un selfie ma che nasconde un “oscuro passeggero“ a noi stessi sconosciuto, come direbbe Jung.

Esiste un attimo che non dimenticherai mai, uno scatto voluto o forse rubato, una rivelazione a te estranea; non siamo fatti per penetrare la coscienza tanto quanto le carni. Starò forse vaneggiando, è difficile proferire l’ineffabile, hai una maschera della quale non sai nulla, a parte che ti accompagna da tutta la vita e non sei l’unico a pensarlo.

LA CONSAPEVOLEZZA È UN DONO INGRATO

Ti svegli al mattino in uno stato di dormiveglia , il tuo corpo sa bene cosa fare nei successivi quarantacinque minuti e non chiede di meglio:

un numero esatto, certo, positivo; un concetto che gratifica la coerenza dei tuoi gesti, la coscienza compiaciuta e la certezza di avere sotto il proprio controllo ciò che credi essere reale. Sei sul punto di andare verso il tuo prossimo obiettivo, desiderio o aspirazione ma t’imbatti in uno strano impaccio: sei fermo sullo schienale del tuo ormai stramaledetto appuntamento col quotidiano e senti il bisogno viscerale di ovattarti le orecchie con della musica rigenerante fissando, sulla via del tuo percorso,  il finestrino di un fatiscente treno ed ecco lo stravolgimento;

non sei tu

Senti di essere il pallido riflesso degli egoismi più taglienti, gli istinti più repressi e reconditi di un costrutto culturale a cui mal t’incastri e decidi di sopravvivergli comunque.

Conosci i limiti del dominio, non sei mai stato bravo ad accettarli, non volevi e fingevi di andare dal dottore per quel presunto dolore intercostale che barbaramente s’infittiva nelle viscere del tuo corpo, quando invece desideravi solo sentirti dire : “ Puoi mostrarmi dove fa male?”; fa male, di un male incommensurabile ma quella è psicosomatica caro mio, mica una prognosi riservata. È un indizio verso l’ombra personale dentro di te e, leggendo qualche pagina su Jung, meglio scoprirne gli intrecci piuttosto che ritrovarti omicida seriale condotto da una cattiveria nera annidata tra mille “sto bene“.

ESCHER GIOCA CON LE ILLUSIONI DEL DOPPIO

Un artista che spazia dai paesaggi ai giochi visivi, passando dall’arte fantasiosa a quella geometrica, un viaggio nei sogni della coscienza al cui confine con l’inconscio ci siamo ancora noi, aspetta, proprio cosi; prima di proseguire è essenziale sia chiaro il concetto:

noi siamo presenti sia prima di quel confine che dopo; no, nessun errore logico o fallacia alcuna, a quello ci pensa già il passeggero oscuro nei sedili posteriori del tuo veicolo. Fai attenzione, ci saranno momenti in cui verrai gongolato da un’insolita e sudata allegra compagnia allietato dagli Abba di “Dancing Queen”-indiscutibilmente non opinabile ma accetto il biasimo per la scelta musicale, senza sapere di esserlo, e altri nel quale sarai vittima di un infame strangolamento a livello della giugulare che asfissierà quello che rimane della tua smorta coscienza. Questo simpatico “artista delle forme“ dipinge una sfera avvolta nella propria mano, nella quale si intravede , in maniera deformata e ampliata, quanto sfugge alla sua visione: un’accogliente salotto che si estende a lunghezze ciclopiche rispetto al soggetto, un tavolino sprofondante negli abissi del famelico quanto elegante pavimento e una mano che raccoglie quel mondo sferico con una facilità capace di languire allo stato ultimo la fragilità umana. Quindi, disegnare un paio di linee può innescare contraddizioni nella dialettica tra ciò che sembra reale e ciò che invece non lo è poiché è un riflesso. Non trovi emerga spontaneo, dallo stringente viluppo della tua curiosità primitiva, trovare ambigua la sua rappresentazione, la mia interpretazione e infine la tua visione del quadro? Beh, sinceramente penso proprio di no, è soltanto una stupida paranoia di un uomo boicottato dal suo oscuro passeggero che gli sussurra qualcosa d’incomprensibile;

incomunicabile, così come il nostro altro-io.

UN SELFIE A VOLTE TI SALVA DA TE STESSO, O ALMENO CREDI

La comunicazione virtuale, a volte ti salva da te stesso e altre ti impedisce di salvarti per davvero. Contraddizione e a-logicità, non hanno nulla a che vedere con quanto scritto poco fa ma lo hanno quando uno scatto, una rappresentazione speculare dei tuoi lineamenti, nato forse dalle carenze affettive e sociali, diventa tutto ciò che sai di te stesso e pone barriere insormontabili tra i due interlocutori della vera conversazione:

Ci sei tu e l’altro, un emittente e un destinatario; non stai parlando a “nomi utenti“ nella disperata ricerca di consensi e visualizzazioni, no, quello è un cattivo costume che ti renda un Caduto:

un uomo pervaso dal senso di superiorità nei confronti di chiunque e il proprio io al centro di ogni problematica.

Un selfie dà senso al tuo esistere in un preciso momento virtuale, soltanto tuo ma ti priva della possibilità di essere, in un momento della vita, soltanto tuo. Magari puoi uscirne, oppure potresti diventare giudice-penitente della tua condizione ma mai , se desideri una scossa dalla tua abulia ,accusando sé stessi al fine di rendere colpevole l’umanità intera; diventando quindi soltanto giudice. Il mondo è deformato, lo stesso lo sono i nostri volti e facciamo fatica ad accorgerci delle imposture che ci tengono nascosto il nostro altro-io; non ci sono grandi colpe da attribuire, solo volti da mascherare per nascondere la noia di una realtà non-appagante.

Chissà come sarà domattina; stessa sveglia, stato di dormiveglia, programma giornaliero; ma forse quell’oscuro passeggero renderà la certezza, la coerenza nei gesti e quella compiaciuta coscienza di ieri non più inevitabilmente quella del domani.

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