L’amore, scrisse Freud, è il passo più vicino alla psicosi. Dunque l’amore unisce due esseri in unità o disarticola l’unità creatasi da un individuo?

L’amore è un tema che per certi versi può essere definito immortale. Se ne scrive fin da quando nacque la scrittura e si continuerà a farlo fino a che essa non perirà. Si può ancora dire qualcosa di nuovo sull’amore? Forse no, la saturazione dell’argomento è arrivata al massimo grado. Però si può ricercare che cosa di esso hanno scritto altri per cercare di estrapolare qualche idea da applicare alla realtà.

L’amore come desiderio di unità

E così evidentemente sin da quei tempi lontani in noi uomini è innato il desiderio d’amore gli uni per gli altri, per riformare l’unità della nostra antica natura, facendo di due esseri uno solo: così potrà guarire la natura dell’uomo. Dunque ciascuno di noi è una frazione dell’essere umano completo originario. Per ciascuna persona ne esiste dunque un’altra che le è complementare, perché quell’unico essere è stato tagliato in due, come le sogliole. E’ per questo che ciascuno è alla ricerca continua della sua parte complementare.

Platone affronta il tema dell’amore in tutte le sue sfaccettature in un’opera intitolata Simposio, forse l’opera più conosciuta del filosofo greco. In essa Platone espone i dialoghi fittizi pronunciati da diversi personaggi appartenenti all’Atene culturalmente elevata, tutti invitati ad un banchetto offerto dal poeta tragico Agatone per la vittoria in una competizione di poesia.

Aristofane, un famoso commediografo, nella sua esposizione racconta l’illustre mito dell’androgino. Secondo questo mito in origine l’umanità era composta di tre sessi e non due: ai sessi maschile e femminile, infatti, si aggiunse il sesso androgino, proprio di esseri che avevano la peculiarità  di avere tratti in comune sia con il sesso maschile sia con quello femminile. Questi avevano una sola testa con due visi orientati in direzioni opposte, quattro braccia, quattro mani, quattro gambe e due organi sessuali.

A causa della loro innata forza e della loro arroganza erano considerati molto pericolosi dagli dei e, successivamente al loro tentativo di aggredire Zeus e le altre divinità per spodestarli dall’Olimpo, furono puniti:

Finalmente Zeus ebbe un’idea e disse: “Credo di aver trovato il modo perché gli uomini possano continuare ad esistere rinunciando però, una volta diventati più deboli, alle loro insolenze. Adesso li taglierò in due uno per uno, e così si indeboliranno e nel contempo, raddoppiando il loro numero, diventeranno più utili a noi”.

Cos’è dunque l’amore per Aristofane? L’inclinazione naturale e necessaria a ricercare la metà del proprio essere androgino, il tentativo di riconciliazione del Tutto, l’aspirazione all’Unità in contrasto ad una solitudine dilagante. Che cos’è l’essere così diviso? Un essere debole, fiacco e infelice. Un essere che abbisogna di una metà che lo completi, un essere che aspira e desidera un amore che lo rafforzi, un amore che lo definisca.

Se dunque vogliamo elogiare con un inno il dio che ci può far felici, è ad Eros che dobbiamo elevare il nostro canto: ad Eros, che nella nostra infelicità attuale ci viene in aiuto facendoci innamorare della persona che ci è più affine; ad Eros, che per l’avvenire può aprirci alle più grandi speranze. Sarà lui che, se seguiremo gli dei, ci riporterà alla nostra natura d’un tempo: egli promette di guarire la nostra ferita, di darci gioia e felicità.

L’amore come distruzione di unità

L’unica ossessione che vogliono tutti: l’”amore”. Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l’amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due.

Philip Roth è stato uno dei più importanti scrittori americani del secolo scorso, i suoi libri hanno raccontato la società e la cultura americana della seconda parte del Novecento, sottolineandone soprattutto le ipocrisie e le incongruenze.

L’animale morente è un romanzo pubblicato nel 2001, dove il personaggio principale, il professore Kepesh, intraprende una relazione con una giovane studentessa di un suo corso, Consuela Castillo. Nonostante l’ardente devozione che Kepesh prova nei confronti di Consuela, però, egli è intimorito dalla possibilità di rendere ufficiale la propria relazione, di essere ridicolizzato a causa della differenza d’età e spinto da lussuria e gelosia manterrà sempre la relazione a un mero livello fisico, pur soffrendo immensamente per la sua lontananza, una volta separati.

Roth, nel suo pessimismo – o realismo- , arriva a definire l’amore in modo completamente opposto alla visione platonica – o platonizzante, ossia la visione che l’individuo contemporaneo ha dell’amore platonico. L’amore non unisce in unità due individualità separate e infelici, ma divide il completo, spezza l’intero. Roth sottolinea l’immensa tragicità dell’amore, la sofferenza da esso perpetuata, la sensazione di distruzione del proprio Io che si prova continuamente in un amore poco lineare. L’amore, anziché completarti, spezzetta il tuo Io intero, dice Roth, lo distrugge fino a quando sarà parte di te.

Quella ragazza era un corpo estraneo introdotto nella tua interezza. E per un anno e mezzo tu hai lottato per incorporarlo. Ma non sarai mai intero finché non l’avrai espulso. O te ne sbarazzi o lo incorpori con un’autodistorsione. Ed è quello che hai fatto e che ti ha ridotto alla disperazione.

L’amore come amore

La questione di che cos’è l’amore è assai intrigante, ma non penso si possa trovare una soluzione in questa sede. E’ un tema così saturo di tentativi di rispondere a questa semplice domanda che l’unico modo per rispondere è ipotizzare quel che non è già stato detto – o è stato detto ma dimenticato – o fantasticare su quel che potrebbe essere detto, richiamando parole avite e applicandole a pensieri attuali.

Se fossi nichilista, per esempio, potrei citare Empedocle e le due forze primigenie Amore e Odio. Se fossi nichilista potrei attuarne la sua riflessione – o forse rinnovare completamente la sua riflessione – che sostiene che la vita umana sia possibile solamente nelle fasi intermedie tra Amore e Odio, quando le due forze combattendo tra di loro sono in un parziale equilibrio. Se fossi nichilista potrei continuare a citare Empedocle, dicendo che non è possibile vita in una situazione dove prevale Amore, ma solamente una fase di quiete totale dove non vi è movimento né tempo. Se fossi nichilista potrei trarne un insegnamento nichilista: Amore non ha una né una valenza positiva né negativa, semplicemente esiste e l’unica cosa che si può dire di esso è che continua a sussistere. Se fossi nichilista potrei dire che l’amore non unisce in unità due esseri divisi, né divide in due un essere completo. Potrei dire che l’unica cosa che unisce, l’amore, è la solitudine che ogni essere prova nel momento in cui viene svezzato, quell’angoscia che ti fa tremare le gambe quando affronti il tempo da solo, quel timore che colpisce l’essere e lo lascia disteso per terra a ricercare un modo per salvarsi da quel tormento denominato solitudine. Se fossi nichilista potrei dire tutto questo, ma non sono nichilista e quindi non so che cosa dire, è già stato detto tutto da gente molto più saggia di me.

 

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: