Il paradosso del verso libero: ecco come l’assenza di regole costituisce una privazione di libertà

A partire dal Novecento, in corrispondenza a una sempre maggiore tensione verso l’innovazione e l’assenza di canoni da rispettare, nasce il verso definito “libero”, talvolta in modo contraddittorio.

Particolare è sempre stato il rapporto tra il concetto di libertà e la letteratura, fin dai tempi dei provenzali, un rapporto profondamente mutato con il XX secolo in modo da stravolgere – non senza critiche e contrarie manifestazioni letterarie – la nostra concezione di poesia.

L’apparente assenza di libertà nella lirica provenzale

I poeti provenzali erano in assoluto i più rigorosi e rigidi nel rispettare le forme e le regole metriche della poesia. A tal punto rigidi che si fecero promotori di un nuovo complicatissimo schema metrico, forse il più difficile di tutti i tempi, adatto solo ai più ambiziosi poeti: si tratta della sestina, inventata da Arnaut Daniel. La sestina prevede un componimento di sei stanze, costituite ciascuna da sei versi, in cui sei parole-rime scelte dall’autore devono ripetersi secondo un fisso schema di rotazione in tutte le stanze. In questo modo si andava a creare un componimento ispirato al gioco dei dadi che assomigliava piuttosto a una sofisticata e complessa macchina di poesia infernale, dove le rime, come le pene del sottosuolo, si ripetevano in modo sistematico. Un metro ambizioso dunque – la cui riuscita sperimentazione era motivo di grande abilità tecnica e di fama poetica – che non poté non esser ripreso da Dante e da Petrarca. E non a caso in tutta la poesia provenzale non c’è una sola attestazione della parola libertà. Un’assenza dovuta certo alla presa di Amore che fa prigioniero il poeta, ma dovuta anche a questa particolare formalità poetica. Eppure, la poesia provenzale possedeva qualcosa di più rispetto a quella contemporanea, come vedremo.

Il verso libero come schiavitù

Un poeta e scrittore francese del ‘900, Raymond Queneau, notò con grande acume come un’eccessiva libertà, specie quella poetica, possa avere un effetto contrario alla sua stessa natura. Ha di fatto maggiore libertà chi si prefissa delle regole che conosce e che deve rispettare piuttosto che colui il quale, vinta la sua ratio dalle passioni, scrive quel che gli capita per la testa. Il poeta che sa bene di dover inserire un certo numero di sillabe all’interno di ogni verso, che sa che ogni stanza deve avere una certa struttura e che ci sono delle posizioni in cui l’accento non può mancare, stimola la sua creatività alla ricerca della parola raffinata, perfettamente incastonata nel giusto tassello. Ed ecco dunque che costrizione diventa sinonimo di impulso creativo e artistico.

Le risposte novecentesche alla smisurata libertà letteraria

Queneau non fu un caso isolato, ma furono moltissimi ad esprimere un vivo bisogno di ritornare all’originale artificio formale. Questa esigenza si manifestò con la stesura di particolarissime opere, uniche nel loro genere, che forse non smetteranno mai di affascinare. Questi autori si imposero regole rigidissime non solo in poesia, ma anche nella prosa e nella narrativa. Partiamo da un romanzo scritto interamente senza verbiLe Train de Nulle Part di Micheal Thaler, per poi passare a Italo Calvino: si pensi che scrisse una poesia di due versi di cui nel primo l’autore parte da una parola che contiene tutte e cinque le vocali, per arrivare progressivamente alla parola finale del verso che ne contiene una sola, per poi ripetere al contrario lo stesso gioco con il secondo verso:

Aiuole obliate gialle d’erba, sa/un cupo brusio smuovervi, allusione.

Ma di esempi ve ne sono ancora molti altri: Georges Perec scrisse un romanzo (La disparition) senza l’uso della “e”, una vocale tra l’altro in francese ancor più frequente rispetto all’italiano. A quest’ultimo autore, Calvino stesso rivolse una poesia di diciassette endecasillabi costituiti da sole lettere presenti nel titolo. E chiudiamo sempre con Calvino, che con Il castello dei destini incrociati realizzò una narrazione in cui dei viandanti, giunti in un castello, perdono il dono della parola e sono costretti a servirsi delle raffigurazioni di alcune carte da gioco, i tarocchi, per poter raccontare le loro storie. Attraverso dunque un limitato numero di raffigurazioni, i viandanti riescono a ricostruire le loro vicende disponendo i tarocchi secondo ordini diversi, con un gioco di incastri e di costrizioni che ci sembra ricordare proprio la tanto ambita e raffinata sestina provenzale.

 

 

 

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