“Amor, che nullo amato amar perdona”: Claver Gold e Murubutu cantano Dante

L’inno di un amore che non si consuma neanche all’Inferno, per la prima volta cantato dal sommo poeta Dante in Inferno V, mai protagonista di un pezzo rap, uscito il 25 Marzo 2020, Dantedì.

Il confronto tra il pezzo di Claver Gold, Murubutu & Giuliano Palma e il canto della prima corona trecentesca, sfocia nella considerazione di un assoluta fedeltà: si rievoca l’atmosfera del regno ultraterreno, la suggestione delle immagini e la potenza evocativa dei versi. A distanza di 700 anni i protagonisti sono sempre gli stessi, l’innovazione del genere è importante, i luoghi comuni non sono contemplati.

 

I dannati e il contrappasso

Nel secondo cerchio dell’Inferno, quello dei lussuriosi, Dante e la sua guida Virgilio, incontrano i veri dannati. Questi per la legge del contrappasso sono trascinati violentemente da una bufera infernal, come uccelli portati dal vento. Dante è già colmo di pietade e smarrito per aver appreso nomi ben noti alla cultura, che Minosse, il giudice infernale, ha collocato in quel cerchio. Il primo colloquio di Dante è quello con Francesca da Ravenna, che Dante scorge insieme al suo amato Francesco, che ora tace e ora piange, tra le schiere.

Il ritornello del pezzo “Paolo e Francesca” si fa portavoce della condizione dannata.

Voleremo tra i dannati
Persi dentro un cielo eterno
Al centro del nostro universo

Io muoio di te

Ciò che lo precede è la consapevolezza della pena per analogia, il contrappasso, esposta nell’ultimo verso della prima strofa del pezzo.

Basta stare insieme
Anche in un cerchio dell’inferno dentro un vento eterno

“La bocca mi basciò tutto tremante”

Il poeta cavalca l’onda del gossip del suo tempo. Francesca sposa il signore di Rimini, Gianciotto Malatesta, zoppo, convinta di sposare il fratello, il bellissimo Paolo, di cui diverrà l’amante. I due colti intenti a dar sfogo al loro talento (istinto), leggendo tra le righe del bacio tra Ginevra e Lancillotto (radice), culminano in quel punto di suprema dolcezza, che però li ha condotti al peccato e poi alla morte, trafitti entrambi dalla stessa spada di Gianciotto, senza avere avuto mai il tempo e la possibilità di pentirsi.

Ma s’a conoscer la prima radice 
del nostro amor tu hai cotanto affetto, 
dirò come colui che piange e dice.                              

Noi leggiavamo un giorno per diletto 
di Lancialotto come amor lo strinse; 
soli eravamo e sanza alcun sospetto.                         

Per più fiate li occhi ci sospinse 
quella lettura, e scolorocci il viso; 
ma solo un punto fu quel che ci vinse.                         

Quando leggemmo il disiato riso 
esser basciato da cotanto amante, 
questi, che mai da me non fia diviso,                           

la bocca mi basciò tutto tremante
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse: 
quel giorno più non vi leggemmo avante».       “

Rei di peccato tremendo, adulterio”, reppa Murubutu, conscio dell’errore, del punto, che condannò Paolo e Francesca all’Inferno. “E tu parlerai di te come Ginevra”, stavolta nella bocca di Claver Gold, alter ego di Paolo, conscio della radice: la lettura del Galeotto non è salvifica, anzi spinge all’emulazione del gesto.

Cauto, un bacio tremando fugge su di lei
E tutto lo spazio attratto dentro un abbraccio
Che sfidava mille leggi e almeno cento dei/

Come il nostro primo bacio: tentazione e poi peccato

“Amor ch’a nullo amato amar perdona”

L’amore con cui Francesca ha amato Paolo è lo stesso dell’amore con cui Dante ha amato Beatrice; anche l’esperienza letteraria cortese fa da massimo comune denominatore tra i due. Ritornano infatti gli schemi della retorica amorosa esposti nel De Amore dal Cappellano: esiste un legame indissolubile tra amore e cor gentil, l’amore scaturisce dalla visione della bella persona e non si può che corrispondere l’amore di chi ci ama. Questi capisaldi sono esposti nella celebre anafora che abbraccia tre terzine.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende 
prese costui de la bella persona 
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.                

Amor, ch’a nullo amato amar perdona
mi prese del costui piacer sì forte, 
che, come vedi, ancor non m’abbandona.                  

Amor condusse noi ad una morte: 
Caina attende chi a vita ci spense». 
Queste parole da lor ci fuor porte.

Il celebre verso ripreso dai rapper, “Amor, che nullo amato amar perdona e ti amo come allora”, serve a ricordare che Francesca ha amato, ama ed amerà e non può non amare. 

Il giudizio e il pentimento

Dante invece ha sublimato l’amore per Beatrice nell’amore per Dio, e ha superato la letteratura cortese pure. E per quanto sia solidale e partecipi alla sofferenza dei due amanti, cela un giudizio all’amore lussurioso e alla letteratura cortese, trattando ora delle due anime e ora della corrente letteraria nel regno della condanna. Ma Dante si sente lo stesso coinvolto e avvolto, e il suo animo ne esce turbato, fino al punto di sentir le forze venire meno.

Mentre che l’uno spirto questo disse, 
l’altro piangea; sì che di pietade 
io venni men così com’io morisse. 

E caddi come corpo morto cade.    

 

 

 

 

 

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