Alla vigilia delle elezioni, ti sveleremo cinque curiosità sulla storia del diritto di voto

In occasione delle imminenti elezioni in Italia, interroghiamoci su quale sia stato l’evolversi del diritto di voto partendo dalla culla della democrazia.

Per un autentico diritto di voto

Dalla Grecia antica alla Roma repubblicana, dai comuni dell’età medievale all’Italia post-unitaria, fin poi al dopoguerra, scopriamo la storia dei complessi sistemi elettorali che hanno contribuito all’evoluzione e all’estensione del diritto di voto.

1. Diritto di voto nell’ antica Grecia

La democrazia è nata in Grecia, in particolare ad Atene, e -come ben sappiamo- il termine “democrazia” è una parola composta di origine greca δῆμος= “demos” e κρατία= “cratos”, quindi “popolo” e “potere”, letteralmente governo del popolo. Ma siamo sicuri che, nell’antica Grecia, il potere fosse nelle mani di tutto il popolo?

Proviamo a dare una breve risposta, senza entrare nello specifico delle riforme che si sono susseguite nel corso degli anni (come ad esempio quella di  Clistene). Partiamo con il dire che la democrazia ateniese è definita “imperfetta” proprio perché non inclusiva: non era aperta a tutti, infatti, erano esclusi gli stranieri, gli schiavi e le donne. Chi partecipava attivamente alla vita politica? I cittadini maschi adulti nati da genitori ateniesi. Il diritto di voto dipendeva, quindi, essenzialmente dalla cittadinanza, e non dal censo, una novità avanguardistica per le forme di governo più antiche.

L’iter per approvare le leggi seguiva regole complesse, ma una delle caratteristiche principali della democrazia ateniese consisteva nel fatto che la collettività prendesse le decisioni direttamente, senza intermediari, senza eleggere dei rappresentanti; per questo si è parlato di democrazia diretta: i cittadini partecipavano alle assemblee ed erano liberi di esprimere il proprio pensiero.

Come democrazia, quella ateniese, aveva sicuramente dei limiti, ma ha rappresentato uno dei principali modelli su cui -ancora oggi- si basano le moderne forme di governo democratico.

2. Il sistema elettorale nella Roma repubblicana

Come funzionavano, invece, le elezioni nell’antica Roma? Ovviamente, facciamo riferimento al periodo repubblicano, prima delle rivolte più importanti portate avanti dalla plebe per accrescere i propri diritti e prima delle riforme dei Gracchi.

Il sistema elettorale era molto complesso e basato su differenziazioni in base alla classe sociale, al reddito e alla tribù di appartenenza. Proviamo a riassumerne le caratteristiche principali, partendo dalle assemblee popolari. In età repubblicana, troviamo:

  • i comizi curiati (gli unici rimasti “attivi” fin dalla monarchia) che presentavano una struttura gentilizia;
  • i comizi centuriati, costituiti da 193 centurie, ossia classi di reddito, che votavano su base censitaria;
  • i comizi tributi, formati da 35 tribù (dal 241 a.C.) e composti da tutti i cittadini, votanti su base territoriale;
  • infine, il tardo concilium plebis, che riuniva esclusivamente la plebe, suddivisa per tribù.

Tali assemblee eleggevano consoli, pretori e censori (è il caso dei comizi centuriati), questori ed edili curuli (eletti dai comizi tributi), tribuni della plebe ed edili plebei (eletti dal concilium plebis). Infine, i comizi curiati, presieduti dal console o dal pretore, conferivano potere ai magistrati e ratificavano gli atti anagrafici.

3. Italia comunale

Il funzionamento dell’organizzazione politica nei comuni medievali è difficile da sintetizzare, perché ogni comune possiede delle caratteristiche diverse dall’altro, influenzate da peculiari ragioni storiche, geopolitiche, economiche e sociali. Proviamo a identificare alcune proprietà generali.

Innanzitutto, la nascita dei comuni dipende essenzialmente da quello che è stato il frazionamento del potere feudale in gran parte dell’Italia centro-settentrionale, già a partire dal X secolo. In una prima fase, la gestione comunale era affidata ai piccoli feudatari e agli esponenti delle famiglie più abbienti, che eleggevano un console; tali aristocratici, riuniti in assemblee o consigli -cui potevano partecipare esclusivamente i maschi adulti benestanti- eleggevano il console, direttore delle magistrature. Il resto del popolo era escluso e soltanto un piccolo gruppo votava.

Non mancavano, però, rivalità tra le famiglie più ricche che si contendevano il potere; spesso, per sedare i malumori e alleggerire la tensione competitiva, interveniva una figura neutrale e imparziale, quasi sempre forestiera, che cercava di governare super partes: il podestà.

Il suo ruolo fu attivo -oltre che durante le lotte tra le famiglie dell’élite- anche durante il basso medioevo, in concomitanza con l’ascesa della classe borghese in lotta con l’aristocrazia.

Soltanto successivamente, la partecipazione diretta alla vita politica venne estesa all’intero popolo, a partire dalle arti, cioè gruppi di cittadini suddivisi in associazioni di lavoratori. Dunque, il console e il ceto dirigente venivano eletti anche dalle classi meno abbienti. L’estensione del diritto di voto a una fetta sempre maggiore della popolazione andava di pari passo con l’allargamento dell’elettorato passivo; in altre parole, le magistrature si aprirono anche ai non-aristocratici, che ormai potevano essere eletti per ricoprire una determinata carica, a prescindere dal ceto sociale di appartenenza.

4. Italia post-unitaria

Proviamo ora a illustrare rapidamente i punti salienti della storia del diritto di voto in Italia, a partire dal 1861, anno dell’Unità.

In un primo momento, solo i cittadini maschi con più di 25 anni, capaci di leggere e scrivere, particolarmente abbienti avevano accesso al voto. Nel 1881 il diritto di voto fu esteso al ceto medio e ai cittadini che avevano più di 21 anni.

Nel 1912, il quarto governo Giolitti (1911-1914) introdusse il suffragio universale maschile: tutti i cittadini maschi con più di 30 anni potevano votare oppure i cittadini maschi maggiori di 21 anni, a patto che avessero conseguito la licenza elementare o che avessero prestato il servizio militare.

Storia del diritto di voto alle donne: ecco come è andata

5. Le conquiste elettorali del secondo dopoguerra

Il 1° febbraio 1945, quindi ancora prima della fine della guerra, venne concesso il diritto di voto anche alle donne.

Il 2 giugno 1946 il popolo italiano fu chiamato a votare per il referendum istituzionale, per scegliere tra monarchia e repubblica: è la prima volta che gli italiani e le italiane votano con il suffragio universale.

Nella Costituzione, promulgata il 27 dicembre del 1947 ed entrata in vigore il 1° gennaio del 1848, si legge: “Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico ” (art. 48).

Per votare, in Italia, occorre essere maggiorenni e possedere la cittadinanza italiana, a parte alcune eccezioni.

Fino a un annetto fa, per eleggere i senatori bisognava aver compiuto 25 anni, dal 2021 -invece- con la legge costituzionale n°1 del 18 ottobre, l’elettorato attivo per il Senato viene esteso a tutti i maggiorenni.

A differenza della democrazia ateniese, quella italiana non è una democrazia diretta, ma rappresentativa o indiretta: noi elettori votiamo per nominare i nostri rappresentanti che -nel caso dei parlamentari- esercitano il potere legislativo e il controllo sul governo.

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