Addio a Marc Augé, l’antropologo che ha descritto la deriva della postmodernità

Modernizzazione e progresso si presentano come inversamente proporzionali alla stabilità, innestando un meccanismo per il quale crescendo i primi diminuisce il secondo e viceversa. 

A pochi giorni dalla sua scomparsa, vediamo i punti cardine del pensiero di Marc Augé che quarant’anni fa aveva profetizzato i rischi della postmdernità.

MARC AUGÈ

Nato a Poitiers nel 1935 e scomparso lo scorso 24 luglio, Marc Augé è stato una delle personalità più importanti nel dibattito antropologico ed etnografico dell’ultimo secolo. Mosse i suoi primi passi nell’ etnografia, dedicandosi allo studio dei popoli in Costa d’Avorio e Togo, per poi spostarsi in America Latina. Dall’incontro con queste popolazioni Augé definì nuovi metodi d’indagine etnografici che, una volta tornato, utilizzò per leggere e studiare il mondo contemporaneo, ormai schiavo della globalizzazione. È quindi così che, elaborando la teoria dei non luoghi, Augé coniò il neologismo “surmodernité”, designando con esso l’evoluzione del postmodernismo in riferimento alle società complesse del ventesimo secolo. Ciò su cui l’antropologo pose l’accento, era la totale esasperazione della modernità che ha portato, e sta sempre più portando, alla scomparsa di tutti quegli elementi su cui si fondava l’identità dei singoli, ormai senza più punti di rifermento a cui aggrapparsi.

“La surmodernità sarebbe l’effetto combinato di un’accelerazione della storia, di un restringimento dello spazio e di una individualizzazione dei destini”.

LUOGHI E NONLUOGHI, PASSTO E PRESENTE

Nel 1992 Marc Augé pubblicò il suo libro “Nonluoghi,introduzione a una antropologia della surmodernità” in cui definì la sua analisi del mondo contemporaneo partendo dall’idea per cui l’oggi si stia sempre più configurando come l’esasperazione del postmodernismo, una sua evoluzione rapida e incontrollata. Nel testo,  dopo aver ripreso il concetto di surmodernità e i tre punti attorno a cui questa si costruisce (eccesso del tempo, di spazio e di ego), Augé parla dei “Nonluoghi” servendosi della categoria di “luogo antropologico” per definirli, portando così avanti un ragionamento fondato su termini antitetici. Nel secondo termine dell’equazione lo studioso individua una “costruzione simbolica dello spazio”, luoghi identitari e storici che permettono al singolo di sentirsi parte di un gruppo attraverso il quale possono conoscersi e definirsi; si tratta di spazi che favoriscono le relazioni e le interazioni sociali inscritte in un contesto storico ben definito, non accelerato. È da qui che Augé parte per la definizione dei “Nonluoghi” che hanno alla base l’idea dello sgretolamento dei confini del mondo che, quindi, non permettono al singolo di sentirsi parte di un gruppo con cui condivide effettivamente qualcosa, essendo ormai l’uomo “cittadino del mondo”, appartiene a tutti i luoghi e a nessuno. È quindi così che scompaiono tratti e luoghi identitari, scompaiono le relazioni sociali, scompaiono tutti quegli elementi attraverso cui il singolo può conoscersi e conoscere, trasportato ormai in quella dimensione indefinita tra “il vicino e l’altrove”.

LA FINE DEL NOI, L’INIZO DELL’IO

Marc Augé è riuscito ad individuare una frattura intera in qualcosa che fino a quel momento si credeva immutabile,  individuando il filo rosso che tiene insieme gli spazi in cui viviamo e le conseguenze che la globalizzazione ha avuto su di essi. In effetti da quando è iniziata la rivoluzione tecnologica, le frontiere regionali, nazionali ed internazionali si sono iniziate ad ammaccare, fino a a sgretolarsi del tutto: è infatti sconvolgente pensare che la comunicazione tra Roma e Los Angeles sia facile tanto quanto quella tra due conviventi, basta avere a disposizione una connessione internet, un apparecchio digitale ed il gioco è fatto! Dal panorama presentato nell’opera, emerge la rapida degenerazione dell’individuo che si sente costretto ad adeguarsi per rientrare in alcune categorie sociali, per riuscire acquisire ragione di esistere, spesso dimenticandosi la propria identità non più rintracciabile in nessun campo dell’essere. In realtà questa grande coesione che viene tanto enfatizzata, non è altro che un’illusione: la modernità si configura come il regno dell’ individualismo, in cui si prevaricano gli altri per affermare se stessi e si sacrifica il proprio io pur di appartenere a questo gruppo che “unisce” tutto il mondo. L’identità cosmopolita che tanto si tenta di raggiungere, si aggiunge a quel bagaglio di illusioni che hanno creato per rassicurare i singoli che, convinti di potersi proiettare in una realtà immaginaria libera dalle categorie di spazio e tempo, brancolano nel buio alla ricerca di Eldorado.

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