Il Superuovo

Achille Lauro porta la performance art sui palchi d’Italia: come un corpo può diventare arte

Achille Lauro porta la performance art sui palchi d’Italia: come un corpo può diventare arte

Musica, performance art e la rottura del legame tra realtà e finzione che questa comporta.

I quattro personaggi interpretati da Achille Lauro durante la 70° edizione del Festival di Sanremo

Achille Lauro come Gesù in braccio alla Madonna lancia il suo alter ego. Dopo aver portato sul palco dell’Ariston quattro diversi personaggi (San Francesco, Ziggy Stardust, Marchesa Casati Stampa ed Elisabetta I Tudor) ecco che diventa il Cristo della Pietà di Michelangelo. ”Il mio tempo è compiuto,” ha scritto Lauro sui social ”quello che sono stato non sarò più. Quello che ero morirà con me. Le mie preghiere sono diventate poesie. Le mie poesie sono diventate canzoni.” Il cantante romano continua a stupire e ancora una volta rompe i vecchi schemi. E morendo metaforicamente rinasce con una nuova identità, che porterà a partire dal prossimo ottobre sui palchi d’Italia.

La performance art

La performance art è, letteralmente, un’azione artistica. In essa il performer produce arte prima di tutto attraverso il proprio corpo, quindi nei termini di tempo e spazio, e molto spesso anche nell’interazione con il pubblico. Mettendo in gioco il proprio corpo l’artista rompe lo schema originario tra l’arte e la necessità di una finzione che storicamente era sempre stata suo fondamento: non è un caso allora che nasca a partire concetti dalle arti visive delle avanguardie storiche e in antitesi al Teatro. Infatti suo scopo era esattamente quello di trasformare le forme artistiche ortodosse e le norme culturali. L’idea di base che l’accompagna è quella di un’esperienza effimera ed autentica sia per il performer che per il pubblico, in un evento che non possa essere ripetuto, bloccato o comprato. Mettendo in gioco la propria persona fisica, l’artista di performance non può più essere soggetto a quella commercializzazione cui sembrava ridotta ogni forma culturale. E così anche il corpo può (e deve) diventare arte.

Achille Lauro in concerto a Milano durante l’ultimo tour

L’unione tra musica e performance art

Sempre più sulle orme di David Bowie e dei suoi mille volti, Achille Lauro non si accontenta più di fare musica, ma vuole unirla a qualcosa di più. ”Ho sempre contaminato un genere con l’altro, cercando di inventare musica non catalogabile e impossibile da etichettare.”, ha dichiarato il cantante. ”Un anno fa ho iniziato a immaginare la mia musica in modo diverso: volevo creare una performance artistica che suscitasse emozioni forti, intense e contrastanti, qualcosa che in pochi minuti fosse in una continua evoluzione visiva ed emotiva.” All’arte della musica Lauro unisce l’arte della sua persona, trasformando le sue esibizioni in una forma d’arte totale, assolutamente libera e significativa. Anche se, c’è da dire, il cantante di Roma non se ne frega solo dei generi, ma anche delle classificazioni sessiste, ed è per questo che sul palco più istituzionale d’Italia porta un inno assoluto alla libertà di essere ciò che si sente di essere. E cioè, fuori dalla zona comfort: l’unico luogo in cui, a detta di Lauro, avvengono i miracoli. In cui può esserci un’arte veramente completa.

Achille Lauro e Annalisa mentre duettano Gli uomini non cambiano di Mia Martini nella serata cover

La rottura estetica tra finzione e realtà

E così facendo, sulla scia della tradizione performativa, Lauro rompe anche gli schemi della teoria estetica sull’arte. Una questione che già poneva la performance art quando cominciava a svilupparsi intorno alla metà degli anni Sessanta: dove termina la finzione e quali sono i suoi limiti nel momento in cui ad essere messo in gioco è un corpo umano e non più un oggetto esterno ad esso in cui si riversa l’arte? È il classico tema dell’indiscernibilità degli oggetti, di quanto una immagine fittizia possa essere reale e a cui Platone rispondeva che ”ogni finzione è un grado di non realtà”. Nel 1989 Marina Abramović, la più importante performer del Novecento, percorreva 2500 chilometri della Muraglia Cinese per incontrare a metà strada il suo collega e amore storico Ulay che la percorreva nella direzione opposta, e una volta trovatisi avrebbero posto ufficialmente fine alla loro relazione, già conclusa nei fatti. In questo modo plateale terminò la loro storia d’amore, con la promessa di non rivedersi mai più. Un esempio clamoroso di arte realizzata con la propria persona e con la propria vita, l’artisticizzazione di un evento comunissimo e che prima o poi tutti ci troviamo ad affrontare. E che, soprattutto, lascia irrisolta la questione filosofica del limite tra la vita e la sua finzione artistica. Anche se forse, come diceva Tornatore ne La migliore offerta, ”in ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico.

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