Abbattiamo gli stereotipi: sia uomo che donna possono tradire la fides dell’altro con la stessa probabilità

E’ “femmina” il tradimento della fides, fulcro della letteratura dei poeti elegiaci. E’ “maschio” quello della cantautrice contemporanea Mia Martini, che cantò “Gli uomini non cambiano”.

Per molto tempo le donne sono state le carnefici del rapporto amoroso, le cause prime del tradimento e le controindicazioni per l’uomo. Non si può dire che la narrazione sia stata alterata, piuttosto le donne non potevano dir la loro. Così il succedersi del tempo ha accennato a un gioco di ruoli alla pari, dove le le carnefici possono essere anche vittime. Donne e uomini cantati in chiave disillusa e disincantata rispettivamente da poeti elegiaci come Gallo, TibulloProperzio e Ovidio in età augustea e dall’artista prematuramente scomparsa, Mia Martini.

Prologo e sviluppo -Gallo, Tibullo e Properzio

L’elegia è un componimento di ordine già greco, coltivato anche da Catullo e dai suoi colleghi dal gusto spiccatamente alessandrino, i neteroi. Eppure la novità augustea è segnata dall’esclusività che si da a questo componimento e dallo spostamento dall’oggettivo al soggettivo. I canoni della poesia elegiaca di Cornelio Gallo, considerato l’iniziatore romano, Tibullo, Properzio e più tardi Ovidio, narrano, infatti, in distici elegiaci, con un’impronta fortemente autobiografica e passionale, l’intimità di un’unica storia d’amore, causa di non poche pene per il poeta, spesso ammantato, dovute la nequitia della donna, termine tecnico volto a indicare la vita dissipata, sfrenata e infedele dell’amata, anche lei pseudonimata. Ricordiamo criticamente che il protagonista è anche un personaggio letterario, e che quindi l’arte viaggia tra realtà e letteratura, o meglio, le vicende personali sono inquadrate e interpretate secondo schemi preesistenti e convenzionali, come quelli prima citati, in cui spicca un tono patetico, languido e melodrammatico. Il sommo Virgilio, nella X ecloga delle Bucoliche, raffigura Gallo, suo amico, nelle vesti del poeta innamorato, vittima di una passione tormentosa e infelice a motivo dei tradimenti di Licoride, amante di personaggi anche celebri. Gallo la canterà nei suoi Amores. Tibullo canterà Delia con motivi contemporanei: la gelosia e la sofferenza causate dalle ripulse e dalle infedeltà dell’amata. Il poeta si innamora di nuovo, stavolta di Nemesi, espediente per lo sviluppo del tema del servitium amoris, in quanto Tibullo è schiavo di una padrona capricciosa e crudele, fonte di inquietudine e sofferenza. Tibullo rintraccia la causa della corruzione della puella: l’avidità e il lusso. Da una disamina generale, comunque, emerge la tenerezza nel rievocare Delia, e la speranza di una vita al suo fianco; Nemesi, d’altra parte, è la perfetta incarnazione dei luoghi comuni della domina, non nel suo significato tradizionale. Cinzia è la donna con più personalità, carisma e bellezza di qualsiasi altra. L’amore per Cinzia rende Properzio miser, un innamorato infelice, privo di ogni dignità e ragionevolezza, consapevole che la sua soggezione all’amore è irrimediabile, perché amore e poesia sono un’endiadi perfetta, un binomio inscindibile, i due binari di un treno; tanto che, anche quando Properzio cerca di dedicarsi a più alte cose, come alla poesia encomiastica, tornerà nuovamente alla sua comfort-zone: il poeta ama Cinzia fino alla morte e oltre.

Epilogo-Ovidio

Ovidio è il picco della parabola letteraria augustea. Conosciuto più per le Metamorfosi, spicca negli Amores la tradizione elegiaca, fatta di passione e soggettività, sofferenza e gelosia, avidità e bellezza, come già lascia presagire la vicinanza di titoli con quello di Gallo. Emblematico è il raffronto tra l’attività amorosa e la vita militare, la cosiddetta militia amoris. Nel romanzo d’amore di Ovidio per Corinna assistiamo a una concezione seria del sentimento, commista alla capacità di penetrazione psicologica, ad una arrovellata autoanalisi.  

“Odero, si potero; si non, invitus amabo. (…)   Ego nec sine te nec tecum vivere possum.”

Ti odierò, se potrò; altrimenti, ti amerò controvoglia. (…) Così non riesco a vivere nè con te nè senza di te, è una massima carica di ambiguità e contraddizione, equivalente all’odi et amo catulliano. L’ambivalenza è anche rischiosità, la vita di Ovidio e di chi come lui ama con così tanto cuore, dipende dall’altra persona e dal sentimento che si nutre per essa. La conseguenza è l’oscillazione tra estasi, in caso positivo, e disperazione in caso negativo. Allora Ovidio rinnova e capovolge la tradizione, forse per trovare una soluzione a questo mal di vivere amoroso, descrivendo il sentimento come un gioco galante, da praticare con superficialità, tanto da coinvolgere i sensi, senza impegnare il cuore.

 

 

“Gli uomini non cambiano”

Mia Martini, una delle interpreti più importanti della Storia della musica italiana, sposta l’attenzione dalla dimensione femminile, tanto cara ai poeti elegiaci, verso quella maschile, finora taciuta o poco raccontata. Il testo de “Gli uomini non cambiano”,che nel 1992 occupò il secondo posto sul podio di Sanremo, è forte, amaro e diretto. L’instant classic ci canta dell’inevitabile e precoce delusione del rapporto uomo-donna: Mia, innamorata del padre in tenera età, è consapevole che per un esito diverso dal fallimento ci vorrebbe un’altra vita. Nell’itinere della Martini, immediatamente a questa esperienza formativa, si forma e prende vita la pazienza delle donne tutte, che dopo aver alternato per notti lacrime a perché, e dopo aver alzato le braccia in segno di resa, dovrebbe accettare un destino distopico e immutabile. E se proprio qualche uomo si manifestasse diverso, la cantante mette in guardia circa un ideale che non esiste. Assai la Martini sembra aver attinto dall’eredità dei primi poeti elegiaci, che erano, in tutta la loro essenza, coinvolti in un’esperienza tragicamente infelice, senza neanche prendere in considerazione la possibilità di contemplare un seppur minimo distacco. Assai Mia sembra aver attinto da Ovidio: nonostante non ignori le conseguenze dolorose, si immagina così:

“E ti perdi dentro a un cinema
A sognare di andar via
Con il primo che ti capita e che ti dice una bugia.”

Il tono struggente sembra rendere un’ineguaglianza di genere: la donna soffre, l’uomo no. Questo basti, in base a quanto esaminato prima, a bilanciare il peso della forza del dolore.

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