Come rapportarsi al libro ieri e oggi: il simbolo della cultura per eccellenza

Viaggio alla ricerca del modo di concepire un libro e di approcciarvisi, tra oggi e il medioevo, vagliando il punto di vista di autori cardine della letteratura italiana.

Cos’è un libro?
Troppo spesso questa versatile parola viene a sovrapporsi con l’idea di “opera”, in senso astratto, di un autore. “ho letto un bel libro”, “ha scritto un bel libro”…eppure ci dimentichiamo che il libro è prima di tutto un oggetto materiale, “in carne e ossa”. Ci sono molte differenze sull’intendere i libri tra i nostri giorni e molti secoli fa: valore sociale, rapporto tra formato, calligrafia e contenuto, materiali utilizzati, e infine proprio l’approccio e l’usufrutto della materialità del testo.

MATERIALI E VALORE SOCIALE


Siamo quotidianamente alle prese con la carta: ma è sempre stato così? La carta nasce in Cina, probabilmente tra III e II secolo a.C. e viene importata in europa dagli arabi, che ne avevano estorto i segreti dall’Oriente, nell’VIII-IX d.C.

In Europa ci si era, fino ad allora, “arrangiati” con quel che si aveva: tavolette di pietra o cera, papiro (origini egizie), pergamena (scoperta in età alessandrina). Metodi ben radicati nella cultura delle popolazioni (si pensi allo spagnolo “papel”, al francese “papier”, dal nome del papiro, che oggi indicano la carta).

L’arrivo del nuovo materiale, lavorato dalla corteccia, comporta un piano di lavoro più economico, ma certo non alla pari di oggi. Il libro, insomma, rimane un oggetto elitario, fino, a ben guardare, al secolo scorso. Tra Medioevo e Rinascimento diviene un vero “status symbol”: è di moda farsi ritrarre con le primissime “edizioni tascabili” di Petrarca e Boccaccio.

Donna col petrarchino

RAPPORTO TRA FORMATO E CONTENUTO


Quando andiamo in libreria e scegliamo un libro, non stiamo tanto a guardarne le dimensioni o la calligrafia: basta che siano più o meno “normali”. Nel Medioevo questi dati erano vitali, indice del contenuto e del proposito stesso con cui l’autore percepiva l’opera. Un caso su tutti: il codice manoscritto cosiddetto “Hamilton 90“.

Negli ultimi 4 anni della sua vita (morto nel 1375) Boccaccio trascrive di suo pugno la versione definitiva del Decameron in questo volume. il formato è gigantesco: circa 36cm per 25cm. Ma perchè? Indagini come quelle di Matteo Motolese (Scritti a mano: otto storie di capolavori italiani da Boccaccio a Eco) ci spiegano che le dimensioni sono esattamente quelle canoniche dei manuali universitari: ciò vuol dire che, dietro alla raccolta di novelle che oggi veneriamo, nell’immaginario comune, per la loro leggerezza, vivacità e non di rado licenziosità, sono anche profondamente impregnate di profondi significati morali, religiosi e didattici in un’ottica non solo di evasione, ma anche di formazione. Boccaccio inoltre usa diversi caratteri, dimensioni e colori nelle prime lettere di paragrafo, a seconda del livello narrativo in cui ci si trova (Narratore, cornice, introduzione alla novella, novella,…).

Questo è un modo sensazionale di esaltare l’articolatissima complessità strutturale del suo capolavoro (l’uomo alla ricerca di un ordine nella “selva” del testo, ma anche della vita), che le odierne edizioni fanno assai fatica a riprodurre. L’apparenza non è tutto, ma è sicuramente un indizio che può completare la comprensione della volontà d’autore nel testo.

APPROCCIO AL TESTO


Veniamo ora alla differenza più suggestiva tra noi e gli antichi. Qual è il nostro rapporto con i libri? Oggi i libri sanno essere oggetti anche comuni: in un paese come il nostro non è una troppo gravosa spesa procurarsene. Questo fenomeno favorisce una diffusione socialmente trasversale della cultura, e ciò è un mirabile traguardo.

Tuttavia, fatto salvo per i testi didattici, averne in mano uno significa per noi, solitamente, solo leggerlo, e magari riflettere. Abbiamo quasi il fastidio della sottolineatura, e preferiamo tenere la pagina asettica. Eppure ci affascinano terribilmente le note ai margini, specie se lasciate a mano.

Ecco, per gli antichi la fiancata era importante quasi quanto la porzione scritta: il lettore interveniva sul libro, magari solo per correggere errori, refusi, ma altrettanto spesso per esprimere la sua opinione su ciò che leggeva, o per vergare i propri sentimenti, i propri ricordi, a fianco del punto in cui erano stati suscitati; addirittura per disegni. Lo Hamilton 90 è di nuovo un ottimo esempio di tutto ciò, ma stavolta ci facciamo guidare dal codice Vaticano Latino 3195, che è, senza dovizia di precisazioni, la copia autografa del Canzoniere di Petrarca. È perciò l’ultima volontà dell’autore sulle poesie d’amore tanto odiamate tra i banchi di scuola.

Ora, questo codice era importantissimo per Petrarca, di certo il libro a lui più caro della sua appetitosa biblioteca. Lo porta con sè ovunque. Petrarca lo annota continuamente, per correggere, per riflettere, per sfogarsi, a volte, non è uno scherzo, solo per riprodurre i suoni di un sospiro.Non possiamo qui seguire la vita avventurosissima di questo libro, ma basti sapere, in conclusione, che il testo contiene note autografe di Petrarca, di Bernardo e Pietro Bembo).

Quindi i codici antichi sono innervati di dialoghi: tra autore e testo, tra autore e lettore, tra lettore e lettore. Le note si inerpicano sulle pagine e rendono ogni codice un unicum, dove sta l’opera ma anche chi la ascolta. Una conversazione tra persone che scavalca qualsiasi argine temporale umano e che rende i libri, come ci dice Petrarca in una delle sue numerosissime epistole “amici segreti“. 

 

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: