A 30 anni dall’ultima legge sulla cittadinanza italiana, è il momento giusto per ripensarla

Risale al 1992 l’ultima legge sull’ottenimento della cittadinanza italiana. A 30 anni da questa, possiamo seriamente ripensare ai criteri necessari?E’ la famosa legge 91 datata 1992 che, ancora oggi, regola l’ostico argomento dell’ottenimento della cittadinanza italiana. A gran voce si chiede di riformare i i vari criteri minimi previsti da questa, così da rendere l’acquisizione dello status di cittadini del Bel Paese più semplice per tutti. Infatti, l’Italia si ritrova ad essere, nel 2022, uno degli Stati occidentali con i requisiti più stringenti in questo ambito. A distanza di 30 anni, l’appello è uno: ripensare l’istituto della cittadinanza in una maniera più inclusiva. Ma come fare?

Perché la cittadinanza è così importante?

La cittadinanza è lo status a cui una carta costituzionale e, conseguentemente, una Nazione, riconnette diritti e doveri, tramite un vincolo giuridico. Più semplicemente, è la condizione per l’esercizio dei diritti politici e civili e, al contempo, il fondamento dei doveri costituzionali di solidarietà. La nostra Costituzione, all’articolo 22, sancisce che nessuno può essere privato della cittadinanza per motivi politici; per tutto il resto della regolamentazione, dobbiamo affidarci alle leggi ordinarie (nel nostro caso, la già menzionata legge 91 del 1992). E’ un fattore estremamente positivo, in quanto conferisce aggregazione nel consorzio sociale, ma, allo stesso tempo, può assumere anche una connotazione negativa, escludendo gli stranieri.

Come si acquista la cittadinanza italiana

La via più automatica è quella dello ius sanguinis: il figlio di due cittadini italiani, sarà italiano per nascita. Similmente, esiste anche una forma ristretta di ius soli: colui che nasce nel Bel Paese da genitori apolidi (senza cittadinanza), ignoti o stranieri (solo se si rinuncia alla cittadinanza dello Stato genitoriale), sarà italiano. Si ottiene la cittadinanza anche se, essendo stranieri nati in Italia e avendovi risieduto legalmente senza interruzioni fino alla maggiore età, si fa richiesta entro un anno dal compimento dei 18 anni. Lo straniero o l’apolide può anche inoltrare un’istanza al sindaco del Comune di residenza o al Consolato se è sposato con un cittadino italiano da almeno tre anni e se risiede in Italia da almeno da due. Sempre un’istanza basterà per lo straniero congenitore o ascendente di secondo grado italiano per nascita, per lo straniero maggiorenne adottato da un italiano e residente da almeno cinque anni nella Penisola, per lo straniero dipendente statale da almeno cinque anni, dal cittadino di uno Stato dell’Unione Europea dopo almeno quattro anni di residenza, per l’apolide residente da almeno cinque anni e per lo straniero dopo almeno dieci anni di residenza stabile. Esiste, come sempre, la clausola dell’ottenimento per meriti speciali, ma l’applicazione è molto discrezionale.

Perdita, riacquisto e altri rimedi

Come si acquista, così la cittadinanza può essere persa in diversi modi. Innanzitutto, c’è la rinuncia. Il cittadino, infatti, può decidere se rinunciare alla cittadinanza italiana se ne ottiene un’altra estera, ma può anche mantenerla, avendo doppia cittadinanza. L’altra causa di perdita è automatica: se il cittadino italiano diventa dipendente statale estero, la cittadinanza viene revocata autonomamente. Così come si perde, l’istituto può essere riacquistato, con circa gli stessi requisiti del primo ottenimento. Insomma, è una legge estremamente complicata e non particolarmente inclusiva. Sebbene non sia sicuramente una priorità della politica tricolore da anni, le voci di riforma vanno verso l’ampliamento del concetto di ius soli, ma anche di ius culturae. Servirà la spinta dell’opinione pubblica per far svoltare anche questa vicenda, o lo sblocco verrà, finalmente, dalla classe governante?

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