Il Superuovo

A 150 anni dalla nascita di Grazia Deledda scopriamo insieme il capolavoro “Canne al Vento”

A 150 anni dalla nascita di Grazia Deledda scopriamo insieme il capolavoro “Canne al Vento”

“Canne al vento” è uno dei romanzi più importanti della letteratura italiana. Scopriamo meglio questo capolavoro poco conosciuto

150 anni fa nasceva la più importante donna della letteratura italiana. Nei suoi romanzi riecheggia la vita della Sardegna post-unitaria, in cui alle superstizioni endemiche si accompagna un’ondata di progresso economico e sociale, che genera fratture, miseria, orgoglio.

IL PREMIO NOBEL CHE RACCONTA LA SARDEGNA: GRAZIA DELEDDA

Era il 27 settembre 1871, infatti, quando in una Nuoro rurale, la stessa che sarà protagonista dei suoi romanzi, viene alla luce Grazia Deledda.

Pur proveniendo da una famiglia di origini modeste e arrestando la sua istruzione ufficiale alle scuole elementari, la Deledda coltivò privatamente lo studio dell’italiano e del francese, unito a una innata passione per la letteratura.

Nel 1900 lascerà la Sardegna per trasferirsi a Roma, dove risiederà fino alla morte. Tuttavia, la terra natìa, quella gigantesca isola rurale e ribelle, da poco annessa al Regno di Italia rimarrà sempre nell’animo della Deledda, che la renderà immortale nei suoi romanzi.

La Sardegna, e in particolare il Nuorese, infatti, sarà sempre l’ambiente privilegiato in cui la scrittrice tesse le trame delle sue storie. Racconti profondamente umani e tragici, in piena corrispondenza con l’ondata di Verismo e di denuncia sociale che attraversava la cultura italiana post-unitaria.

Per i suoi resoconti crudi e lirici, nel 1926 vince il Premio Nobel per la letteratura, prima, e per ora unica, donna italiana a ottenere il prestigioso riconoscimento. Vorremmo oggi ricordarla attraverso il suo capolavoro, che unisce in sé i temi cari della sua filosofia: Canne al vento.

SCOPRIAMO UN CAPOLAVORO POCO CONOSCIUTO: CANNE AL VENTO

Canne al vento venne pubblicato per la prima volta a puntate nell’inverno del 1913 sulla rivista L’illustrazione italiana.

La trama è piuttosto semplice, ma è propedeutica alla riflessione della scrittrice sulla natura e il destino degli uomini.

La storia ruota intorno alle sorelle Pintor, ultime figlie di una famiglia signorile ormai decaduta del piccolo paese di Galte, nelle montagne della Baronia. Il romanzo ne presenta tre: Noemi, Ruth ed Esther. In realtà, tuttavia, esiste una quarta sorella, la quale si è trasferita in gioventù sul Continente, sbarcando a Civitavecchia e trasferendosi a Roma, per fuggire dall’ostile e opprimente figura del padre. Insieme con le sorelle Pintor, la cui vita è scandita tra l’ostentazione e l’orgoglio per una nobiltà ormai inesistente e la necessità di portare avanti la casa, vive Efix, loro servitore. L’uomo è legato alle sorelle da un segreto rapporto di colpa: fu proprio lui, anni prima, a permettere alla quarta sorella di fuggire. Per questo, decise di sacrificare tutta la sua vita alla cura di Casa Pintor, sperando un giorno di vederla rifiorire e di poter colmare così il rimorso che lo divora.

La situazione, tuttavia, sembra precipitare quando in Sardegna arriva Giacinto, figlio della sorella fuggita, per conoscere le zie. Egli, pur in buona fede, genererà un tracollo economico di Casa Pintor, deteriorando con esso i rapporti familiari. Efix, costatata l’impossibilità della sua redenzione, decide di infliggersi la condanna: lascia Galte per trasferirsi a Nuoro, dove vive alla stregua di un mendicante. Proprio quando non sembra esserci più speranza, giungono all’uomo notizie di festa: due importanti matrimoni, uno di Giacinto e l’altro di Noemi, sembrano finalmente rimettere in senso le finanze e il nome dei Pintor. Ma è troppo tardi. La vita di stenti condotta da Efix presenta il conto e l’uomo muore prima di riuscire a vedere il frutto dei suoi sogni, nonché la sua redenzione, avverarsi.

L’UOMO È UNA CANNA: SI PIEGA MA NON SI SPEZZA

Il titolo del romanzo è di per sé molto evocativo, sebbene non originale. In effetti, la Deledda lo mutua da un passo del filosofo francese Pascal, che recita:

L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura; ma è una canna pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo: un vapore, una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di chi lo uccide.

In effetti, così come in Pascal, anche il Grazia Deledda le canne a cui fa riferimento sono gli esseri umani. Tuttavia, la visione della scrittrice sarda è più pessimista del filosofo francese. Pascal vede nell’uomo una possibilità di redenzione, nonché una supremazia sul resto della natura: la ragione e la morale. Grazie Deledda, no. Il suo romanzo è il resoconto di un pessimismo profondo e senza riscatto. L’umanità perde la sua condizione di perfezione per trovarsi smarrita in balia del destino.

La ragione, il sentimento, l’onore, il denaro non sono altro che una mera supertizione. Sono puri mezzi attraverso cui l’uomo si autoconvince di possedere la propria vita e la propria fortuna, ma non è così. Da questo nasce la sofferenza. Essa è l’incapacità umana di riconoscersi come semplice creatura in balia di un destino che non conosce e non può scrutare.

Grazia Deledda giunge a una conclusione ancora più estrema del Verismo di Verga. Se per il siciliano, infatti, la condizione umana non può essere migliorata e anzi, spesso tende a punire e a retrocedere chi cerca di cambiare la propria condizione, per la Deledda il destino è così cieco da non permettere neanche questa previsione.

Tuttavia, il quadro è scoraggiante ma non desolante. L’uomo, infatti, non è un ramo secco, ma una canna. Così come le canne al vento vengono piegate e scomposte ma non si spezzano, allo stesso modo l’uomo deve trovare in sé la capacità di fare fronte al proprio destino. In primo luogo, accettandone l’assoluta illogicità e misteriosità.

Non conoscere il proprio destino non deve essere la scusa per non agire. Il monito non è quello di accettare la propria condizione, come direbbe Verga. Il vero monito è quello di saper accettare che si possa fallire, per ricominciare.

<<Perché la sorte ci stronca così, come canne?>>

<<Sì>> egli disse allora, <<siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento.>>

<<Sì, va bene: ma perché questa sorte?>>

<<E il vento, perché? Dio solo lo sa.>>

 

 

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