Sperimentare una sensazione dolorosa non coinvolge solo la fisicità, ma anche, e soprattutto, la sfera emotiva. Il dolore non può essere tale senza quella componente che rende la sua percezione spiacevole. Questa spiacevolezza, tuttavia, si estende in larga parte anche a situazioni che si sperimentano nella vita quotidiana che non necessariamente includono una lesione e si tratta di un concetto più vasto di quanto si possa pensare. Il dolore si sperimenta quando si perde una persona cara, quando si vede qualcuno soffrire, si sperimenta nel momento in cui si viene esclusi a livello sociale. Queste forme di dolore sono tra le più pervasive a livello psicologico, coinvolgono in maniera tanto pregnante che, per esempio nel caso dell’esclusione sociale, si può arrivare a sprofondare quasi in una vera e propria disperazione. Per questo motivo, il concetto di dolore passa dall’essere concreto ad essere un concetto assolutamente astratto.
Quando il dolore non è proprio: l’Empatia
Il cervello umano è talmente sensibile agli stimoli provenienti dal mondo circostante che si attiva anche in seguito alla percezione degli stimoli più labili e, cosa più interessante nonché centrale in questa discussione, anche mentre si osservano determinati fenomeni senza che vengano sperimentati in prima persona. Questa forma di “partecipazione” è stata denominata Empatia. Una persona viene definita empatica quando si trova ad essere spettatrice attiva dei sentimenti degli altri. Quando questi sentimenti sprigionati da questi stimoli pervadono i sentimenti di un esterno e se ne impadroniscono. All’empatico sembrerà quasi di sperimentare il suo stesso identico dolore. Si tratta di una sensazione talmente forte che, alle volte, diventa estremamente difficile da sopportare. Il fenomeno dell’empatia è stato lungamente studiato e, solo recentemente, gli scienziati sono riusciti a risalire ad una prima causa a livello neuroscientifico: la partecipazione al dolore altrui è dovuta alla presenza di alcuni speciali neuroni denominati Mirror proprio per la loro funzione. Questi, infatti, si attivano nel momento in cui si partecipa visivamente alla sperimentazione, da parte di qualcun altro, di un qualche tipo di sensazione. In un certo senso, è come se questi neuroni si muovessero in simbiosi con l’attività dei neuroni di un secondo individuo. Proprio come se questa sensazione fosse sperimentata in prima persona.
Il dolore generato dall’isolamento: Esclusione sociale
Gli esseri umani sono, letteralmente, programmati geneticamente per vivere in gruppo e per godere della compagnia degli altri. A nessuno piace ammetterlo, ma senza compagnia si soffre, le persone non possono farne a meno e se l’assenza di altre persone risulta deleteria si può immaginare quanto questa risulti sofferta quando l’isolamento è forzato. Questo è il caso dell’Esclusione sociale. L’esclusione sociale è un’esperienza estremamente dolorosa per quegli individui, membri di un gruppo, che ricoprono un ruolo marginale e, dunque, alle volte
considerato superfluo. Molto spesso la gratificazione che si ricava dal gruppo è data semplicemente dal fatto di farne parte, è data dall’idea di essere un ingranaggio che contribuisce al funzionamento macchinario senza il quale non funzionerebbe allo stesso modo. Anche in questo caso gli scienziati sono riusciti a risalire ad una spiegazione neuroscientifica per questo senso di gratificazione: questo è dato in parte dal gene OPRM 1, responsabile della regolazione degli analgesici nel corpo e, dunque, dalla regolazione di quelle sostanze che permettono un’inibizione della sensazione dolorifica. Dunque, risultano indispensabili per rendere il dolore sopportabile.
Conseguenze dell’esclusione sociale: Distress
Quando una persona si trova ad essere separata forzatamente dal proprio gruppo di riferimento sperimenta una sensazione di dolore acuto che raramente ha un decorso senza ripercussuoni. Una conseguenza è data dalla genesi di un fenomeno chiamato Distress. Il Distress consiste in un aumento della percezione del dolore anche dal punto di vista fisico. Un individuo che soffre di Distress patirà un dolore maggiore rispetto a quello che
percepirebbe normalmente. La soglia del dolore si abbassa in maniera drastica e, inoltre, i sentimenti negativi che si stanno provando in quel momento, ne aggravano la percezione. Così, l’esclusione dal gruppo viene percepita in maniera così traumatica che l’individuo escluso si ritroverà a mettere in atto degli atteggiamenti volti a farsi riammettere dal gruppo stesso, poiché avrà l’impressione che, senza far parte in maniera stabile di un gruppo, sia un inetto, un individuo senza uno scopo.
Come è stato visto, il dolore coinvolge anche la sfera sociale. Vi sono numerosi meccanismi a livello neuroscientifico che spiegano il suo ruolo anche e in questa sede ne vengono analizzati due in particolare. Tuttavia, ciò che bisogna ricordare più di tutto, è il fatto che il dolore è un’esperienza espressamente soggettiva. Il fatto di percepirlo come più, o meno, aggressivo dipende solo e unicamente dall’atteggiamento che si assume nei confronti del dolore stesso.
Alice Tomaselli