Schermalismo: smartphone e PC contro il tedio esistenziale

L’uomo del XXI secolo è circondato da schermi, trascorre una parte consistente del proprio tempo dinanzi a essi, tant’è vero che, a tal riguardo, si potrebbe coniare un nuovo termine: “schermalismo”. Esso non è una filosofia, bensì un nuovo atteggiamento, una nuova mentalità, un modus vivendi che caratterizza, ormai, una parte consistente dell’utenza giovanile e adulta.

La società del Terzo Millennio è un grande apparato comunicativo fondato sulla stimolazione sensoriale continua. Il più delle volte, non viene attribuita importanza al contenuto dei messaggi mediatici, ma alla forma che esso presenta al pubblico. Per fare un esempio, il peggiore hamburger mai cucinato nella storia d’Occidente può essere presentato come il miglior cibo attualmente presente sul mercato. Magia? Stregoneria? No, è questione di marketing, di presentazione del prodotto. L’occhio umano viene quotidianamente stregato da una miriade di colori, suoni, sensazioni più o meno definite, ma spesso forti e piacevoli. E’ in questo modo che la mente viene continuamente sollecitata, in una logica di immediatezza e frenesia sensoriale, per una sorta di “hic et nunc” mediatico. Lo strumento di questa continua pubblicizzazione è soltanto uno: lo schermo. Attraverso quest’ultimo le immagini colpiscono le nostre terminazioni nervose e i nostri neuroni, ci presentano le ultime novità del mondo consumistico, da un paio di jeans di tendenza a una bevanda invitante. Tutto risulta nuovo, avvincente, eppure si tratta sempre del medesimo meccanismo: presentazione di una forma, quella esteticamente più convincente. Tanto è ripetitivo il meccanismo che la mente è ormai consciamente (e inconsciamente) rassegnata a questo stato di cose. A tal proposito, il sociologo tedesco Georg Simmel parlava, nel saggio “Le metropoli e la vita dello spirito”, dell’individuo “blasé”, ovvero un uomo “indifferente”, saturo delle continue stimolazioni nervose cui è sottoposto. La ricerca del piacere senza fine, insito nella pubblicità e negli stili di vita propugnati dalla società dei consumi, conducono l’ ‘homo consumens’ al tedio, alla noia e, conseguentemente, all’indifferenza verso qualsiasi aspetto dell’esistenza. Tutto si tramuta nella “sofferenza dell’anima”, definizione che spesso lo scrittore Blaise Pascal era solito attribuire alla noia. Effettivamente, una realtà noiosa e, perciò, angosciante, non può che essere motivo di alienazione per l’uomo “blasé” metropolitano.

 

 

Ecco che, a questo punto, una tecnologia viene a soccorrere in maniera sempre più frequente l’uomo moderno: lo schermo. Si tratta di un oggetto considerato ormai scontato e banale, da quando ha effettuato l’ingresso in tutte le case d’Occidente, a partire dagli anni ’50. Eppure, esso ha subito delle modifiche e raggiunto nuovi traguardi evolutivi, passando per lo schermo del PC e giungendo alla frontiera che ha radicalmente sconvolto l’esistenza di ognuno di noi: lo smartphone. La novità che ha contraddistinto quest’ultimo consiste in due elementi: l’onnipresenza e un’accessibilità continua. Il nuovo telefono ci fa quotidianamente compagnia, divenendo un angelo custode contro la noia, grazie alla connessione internet e alle porte d’accesso alle relazioni virtuali: i social network. Quando era solito sprofondare nel famigerato tedio, il cittadino del mondo di fine ‘900 era solito affacciarsi alla finestra, fare una passeggiata, leggere oppure convocare amici e parenti per trascorrere una serata all’insegna della socievolezza. Oggi, al contrario, la vita sociale sembra essere un optional. Come dimostra uno studio pubblicato su “Frontiers in Psychology”, molti giovani scelgono consapevolmente di costruire identità nuove e fittizie nel mondo virtuale, anziché provare a sperimentare sé stessi nell’approccio reale con gli altri. In questo contesto, gli utenti elaborano un’immagine dell’interlocutore che non corrisponde a quella reale, ragion per cui il frequentatore dei social tenderà sempre a fornire un’immagine di sé più positiva in base alle presunte aspettative altrui. Da qui, diviene concreta l’idea che oggi si assista a un vero e proprio stile di vita: lo schermalismo come presupposto e maschera per la costruzione di un falso io.

 

Quanto può risultare diverso un falso sé virtuale rispetto a quello più naturale e profondo dell’identità personale?

Molto dipende dalla fantasia dell’utente, dal desiderio di negare le parti più scomode della nostra essenza, ma anche dalla fredda e spietata capacità di ingannare l’altro e le sue aspettative di conoscenza. In determinati casi si potrebbe parlare di ciò che in psicologia viene definito “falso io”, una maschera di inadeguatezza che si struttura in un’illusione percettiva della personalità: pseudo-carisma, sicurezza di sé, ironia, comicità, prontezza ed efficacia nelle risposte durante una discussione. Si tratta di qualità positive che non sempre si è in grado di esternare in presenza degli altri e che perciò, grazie allo schermo, l’utente è in grado di espletare. Ciò non rappresenta, tuttavia, un’ancora di salvataggio. Lo schermalismo è un atteggiamento di difesa, di alienazione rispetto alla realtà; ci si estrania dalla vita quotidiana a causa di una presunta incapacità personale di affrontare le sfide quotidiane della realtà sociale di appartenenza. Il bisogno di apparire diversamente può certamente portare a mentire totalmente al cospetto di uno schermo. L’utente può creare identità completamente false, sia per autodifesa, sia per motivazioni riconducibili alla malafede o alla manipolazione di colui/colei che si trova dall’altra parte dello schermo.

La società e le istituzioni possono educare al corretto uso dello schermo?

Dinanzi al pericolo di alienazione che lo schermalismo comporta, sarebbe opportuno che il mondo dell’istruzione ideasse una nuova disciplina per il corretto utilizzo delle nuove tecnologie, fenomeno di fronte al quale si assiste sempre più spesso a un abuso degli smartphone o dei PC. Una nuova materia scolastica, quale potrebbe essere una ‘media education’ o ‘educazione ai media‘ potrebbe aiutare numerosi adolescenti nell’approccio tecnologico, ma anche educatori e genitori che non riescono a fornire un’educazione corretta sull’utilizzo degli schermi.

Quali potrebbero essere i futuri scenari di una generazione alienata a causa dello “schermalismo”?

I rischi che la società corre sono molteplici e strettamente interconnessi: una maschera virtuale può svilire la capacità comunicativa e, di conseguenza, le relazioni sociali e la capacità di confronto con l’altro. Conseguentemente, una società composta da individui incapaci di instaurare contatti umani e concreti diviene, di fatto, svuotata del proprio elemento caratterizzante, la “societas”, ovvero una comunità, un’aggregazione di “socii”. Lungi dal condannare aprioristicamente le tecnologie, è necessario individuare i punti deboli di queste ultime (e dell’essere umano) ed elaborare una conseguente strategia educativa.