Arrestato Bija, capo indiscusso dei lager libici e colpevole di violazioni dei diritti umani

Abd al-Rahman al-Milad, meglio conosciuto come “Bija”, è stato arrestato. L’Onu lo aveva inserito nella sua lista nera, poiché accusato di essere uno dei più affermati trafficanti di uomini in Libia.

Bija era padrone di un importante sistema di detenzione di vite umane, lasciate nei lager libici in condizioni pietose e disastrose. Inoltre, è stato anche protagonista di sparatorie in mare, sospettato di aver fatto annegare decine di persone, e, addirittura, viene anche riconosciuto come capo di una rete mafiosa che si interessava degli affari economici e politici.

L’Organizzazione Internazionale per le migrazioni

In questa vicenda, balza agli occhi la violazione di una serie di norme previste dall’Organizzazione Internazionale per le migrazioni. Essa fu fondata nel 1951, e l’Italia è uno dei Paesi fondatori. Attualmente, vi fanno parte ben 173 membri. L’azione dell’OIM si basa sul principio che una migrazione ordinata e nel rispetto della dignità umana porti benefici sia ai migranti sia alla società. L’OIM agisce principalmente per consentire lo sviluppo economico e sociale attraverso la migrazione, per difendere la dignità e il benessere dei migranti, per sostenere la solidarietà internazionale, per migliorare la comprensione delle questioni legate all’immigrazione, per facilitare il dialogo internazionale sulle tematiche migratorie e per offrire consulenze operazionali nel campo della gestione delle migrazioni. L’OIM, infine, offre assistenza diretta alle vittime della tratta, in collaborazione con i suoi partner. Ciò comprende la sistemazione in luoghi sicuri, l’ assistenza medica e psicosociale, lo sviluppo delle competenze e la formazione professionale, l’assistenza al reinserimento, e le opzioni di ritorno volontario, sicuro e dignitoso verso i paesi d’origine, o il reinsediamento in paesi terzi in casi estremi.  Difatti, era stata proprio l’OIM a chiedere un incontro tra una rappresentanza delle autorità italiane e una delegazione libica. Incontro a cui aveva partecipato anche Bija, riuscendo ad entrare avendo fornito al momento della domanda generalità false, esibendo quasi sicuramente un documento falso.

 

Le violazioni dei diritti umani commesse da Bija

Nei lager libici, dove Bija era visto come una sorta di capo supremo, sono avvenute in questi ultimi quattro anni, una macabra serie di violazioni dei diritti umani. Le milizie, i gruppi armati e le forze di sicurezza hanno detenuto arbitrariamente migliaia di persone, per lo più a tempo indeterminato e senza supervisione giudiziaria. Hanno inoltre catturato alcuni ostaggi a scopo di riscatto o come merce di scambio per rilasci di detenuti o prigionieri. Nelle carceri, nei centri di detenzione e nei luoghi di reclusione non ufficiali dilagavano tortura e maltrattamenti. Le milizie, i gruppi armati e le forze di sicurezza hanno represso la libertà d’espressione mettendo in atto vessazioni, rapimenti e attacchi nei confronti di esponenti politici, giornalisti, difensori dei diritti umani e altri attivisti; un giornalista è stato vittima di un’uccisione illegale e altri 10 sono stati detenuti arbitrariamente. Le autorità libiche non hanno provveduto a proteggere le donne dalla violenza di genere perpetrata dalle milizie e dai gruppi armati. Il sistema giudiziario è stato gravemente compromesso da intimidazioni, minacce e violenze contro avvocati e giudici compiute dai gruppi armati e dalle milizie. La situazione di decine di migliaia di rifugiati, richiedenti asilo e migranti è rimasta tragica: esposti ad arresti arbitrari e rapimenti per mano delle milizie e regolarmente vittime dei trafficanti di esseri umani e di abusi da parte dei gruppi criminali. Le autorità hanno continuato a detenere illegalmente migliaia di persone in centri in cui erano sottoposte a sfruttamento, lavoro forzato, tortura e altri maltrattamenti. Questo è ciò che emerge dal rapporto annuale di Amnesty International.

I metodi di detenzione nei lager libici

I migranti vengono sequestrati da gruppi armati che non rispondono ad alcuna autorità o da organismi, come il Dipartimento per il controllo dell’immigrazione clandestina (DCIM), che formalmente afferisce al Governo di accordo nazionale, l’autorità riconosciuta internazionalmente ma pressoché priva del controllo del territorio. Buona parte delle persone sequestrate in questi centri sono in evidente bisogno di protezione internazionale. La Libia non è firmataria della Convenzione di Ginevra e formalmente riconosce sette nazionalità come le uniche i cui cittadini possono invocare il diritto di asilo. Si tratta di un’ennesima finzione: in diversi punti di sbarco in cui vengono riportate le persone intercettate – (“salvate”) – dalla “Guardia costiera libica” è presente personale dell’UNHCR e dell’OIM, il quale procede all’identificazione, in contesti difficili e con spazi di autonomia decisamente compressi. Una volta che la persona è individuata come cittadino yemenita, siriano o iracheno, nazionalità che rientrano nella lista dei potenziali rifugiati, la sua sorte non è diversa da coloro che non possono “vantare” quella cittadinanza. I migranti vengono infatti portati presso i centri di detenzione e qui nuovamente soggetti a violenze unicamente finalizzate a ottenere il pagamento di un riscatto. Ciò che distingue i “centri ufficiali” di detenzione e quelli disseminati nel resto del Paese, totalmente al di fuori del controllo delle autorità, è che i primi (tra i 20 e i 30) sono soggetti a qualche forma di monitoraggio esterno. Gli altri centri sono terra di nessuno, unicamente soggetti alla regola delle armi.

 

 

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