Il Superuovo

79 anni dalla missione dell’ARMIR in Russia: vediamone le tecniche di comunicazione politica

79 anni dalla missione dell’ARMIR in Russia: vediamone le tecniche di comunicazione politica

Giornali, radio, televisione: quali sono i mezzi di comunicazione della politica? Andiamo a scoprirne le tecniche durante l’età della Seconda Guerra Mondiale.In pochissimi decenni, i mezzi e le tecniche di comunicazione sono cambiati radicalmente. Siamo passati dai primissimi giornali, alle veline, ai messaggi radio e, negli anni ’50, alla televisione, per poi arrivare, circa quattro decadi più tardi, a Internet. Ma come si comunica in tempi di guerra? Oggi vedremo, nello specifico, in che modo erano divulgate le notizie belliche e politiche ai tempi del Secondo Conflitto Mondiale. Che la propaganda sia con noi.

79 anni di ARMIR

6 luglio 1942. Il dittatore Benito Mussolini manda in Russia l’ARMIR, ossia l’ottava Armata Italiana del Regio Esercito, rispondente agli ordini di Gariboldi. La missione è aiutare gli uomini della Wehrmacht tedesca sul fronte orientale, terra di feroci scontri ma anche di pericolosi stalli. L’ARMIR si occupa principalmente dell’assedio a Stalingrado, importantissima roccaforte siberiana che ha dato prova di una strenua resistenza civile. Tra il dicembre del 1942 e il gennaio del 1943, l’ottava Armata viene travolta dai russi, che, con un attacco clamoroso, spezzano le linee italiane e tedesche. Dopo quattro giorni di combattimento, le forze dell’Asse si ritirano, decretando la loro prima grande sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale. Le cause? Sicuramente una buona parte dell’insuccesso può essere ricondotto alle condizioni meteorologiche avverse, ma anche al pessimo equipaggiamento della divisione italiana e alla cattiva forma fisica dei soldati. Il tutto si risolve in un massacro tricolore.

La propaganda tedesca durante la Seconda Guerra Mondiale

Come ben sappiamo, a partire dal XX secolo il giornalismo di guerra acquista sempre più rilievo. Inoltre, avrà un’importanza fondamentale nei due conflitti mondiali. Partiamo dal 1933: in Germania si uniformano i media e si abolisce la libertà di stampa attraversi divieti di pubblicazione ed espropri, in modo da mantenere l’opinione pubblica centrale. Si organizzano già le prime conferenze stampa, ma i partecipanti sono solamente uomini di fiducia del ministro della propaganda nazista Goebbels. Nel 1939 fa il suo esordio il settimanale Zeitschriften-Dienst, pubblicato dal Ministero della Propaganda, nel quale si scrivono proposte e linee guida ai caporedattori dei pochi giornali sopravvissuti. Al fronte di guerra si inviano truppe di propaganda subordinate al comando militare, ossia soldati con formazione giornalistica. Questi producono foto, brevi film e articoli per dare un’informazione puntuale sulla situazione bellica. Ovviamente, ciò che vede il pubblico è solamente l’aspetto positivo della Blitzkrieg: l’addestramento dei soldati, il fascino dell’attrezzatura da guerra e dei militari. Inoltre, si girano i primi cinegiornali, proiettati in tutti i cinema per rafforzare la lealtà dei civili attraverso un elemento emozionale.

La comunicazione politica sotto il Duce

Il principale mezzo di indottrinamento politico e propagandistico fascista è la stampa, di cui si occupa il Ministero della Cultura Popolare, o MinCulPop. Nel 1925, in una giovane Italia fascista, Amicucci istituisce l’Albo Nazionale dei Giornalisti, attraverso il quale si può pianificare la selezione politica dei futuri professionisti, per farne affidabili strumenti di propaganda. Nel 1934 nasce il Sottosegretariato per la Stampa e la Propaganda, che evidenzia il sempre maggior peso della comunicazione politica: Mussolini capisce che è ormai necessario un controllo coerente e centralizzato sull’informazione, sulla cultura e sul tempo libero. Il MinCulPop serve, infatti, a diffondere la cultura italiana all’estero e a chiarificare e a facilitare l’avvento del fascismo nel Bel Paese. Nonostante i gerarchi provino a pianificare a priori l’informazione, i giornalisti italiani non si piegano mai del tutto alla deriva totalitaria fascista: grandi testate diventano pericolosi centri di ideologie moderate. Non dimentichiamoci che la censura e la violenza fanno da padrone. Il resto è storia.

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