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486 anni or sono Enrico VIII sposa Anna Bolena, dedicataria del sonetto petrarchesco

Qual è l’esegesi dell’espressione paradigmatica del sonetto CXC del Canzoniere di Petrarca e della collana di diamanti e topazi della regina d’Inghilterra?

Il 25 gennaio 1533 il re Enrico VII sposa in seconde nozze Anna Bolena dopo sette lunghi anni di corteggiamento. Il matrimonio segna lo scisma con la Chiesa di Roma e la nascita della Chiesa Anglicana, e non solo: stiamo parlando dell’importante apporto alle arti e alla cultura, letteratura compresa.

Prequel “Una candida cerva sopra l’erba”

Francesco Petrarca, corona trecentesca, preso a modello per la poesia da Bembo e dalla generazione successiva dei poeti tutti, pubblicò il Canzoniere intorno al 1350 con l’obiettivo di recolligere i frammenti della sua anima sparsa ai quattro venti dopo la crisi mistica del 1348 quando la peste penetrò in Europa e uccise Laura, il cui amore del poeta nei suoi confronti durò “ventuno anni ardendo“. Fatto suggestivo è che un foglio bianco lasciato per errore dal tipografo, dal significato enigmatico, ma presente in tutte le edizioni, divide il Canzoniere “in vita” e “in morte” di Laura. A distinguere la seconda parte dalla prima è la presentazione di un nuovo Petrarca, redento dal peccato ma moderno perché aggrappato ancora a esso: ama la creatura, Laura, e poi il Creatore. Petrarca non è contrito come lascia intendere nell’ultima strofa del sonetto proemiale, si sente in dovere di dirlo ma in cuor suo non “vaneggia vergogna“. Il Canzoniere consta di 366 componimenti, più di 200 sono sonetti; tra i più importanti, oltre al sonetto proemiale, è il CXC, “Una candida cerva sopra l’erba“.

Una candida cerva sopra l’erba
verde m’apparve, con duo corna d’oro,
fra due riviere, all’ombra d’un alloro,
levando ’l sole a la stagione acerba.

Era sua vista sí dolce superba,
ch’i’ lasciai per seguirla ogni lavoro:
come l’avaro che ’n cercar tesoro
con diletto l’affanno disacerba.

” Nessun mi tocchi – al bel collo d’intorno
scritto avea di diamanti et di topazi – :
libera farmi al mio Cesare parve “.

Et era ’l sol già vòlto al mezzo giorno,
gli occhi miei stanchi di mirar, non sazi,
quand’io caddi ne l’acqua, et ella sparve.

“Nessun mi tocchi, libera farmi al mio Cesare parve” in Petrarca

La teofania, cioè l’apparizione di qualcosa di tipicamente divino, come la cerva, insieme col concetto di apparizione e sparizione (apparve, parve, sparve), costituiscono la cifra stilistica del sonetto e la stessa esegesi. La candida cerva rappresenta ora Laura. Fulcro della nostra analisi è la frase scritta nel collare della cerva, “Nessuno mi tocchi, libera farmi al mio Cesare parve“. L’espressione insieme all’impiego di “diamanti et di topazi, per tradizione emblemi di castità, palesano il motivo dell’intangibilità della donna che può essere inserito in quello dell’irraggiungibilità, molto frequente nella lirica petrarchesca. Cesare potrebbe alludere a Dio che volle liberare Laura dal desiderio carnale. L’espressione è ripresa dal Vangelo in Giovanni 20:17, in cui Gesù, appena risorto, dice alla Maddalena: “Noli me tangere”. Petrarca si sostituisce alla Maddalena e il cervo è Cristo, dopo la morte di Laura, dato che nello stesso sonetto assistiamo al cambiamento di genere con l’inserimento delle “duo corna d’oro“.

“Nessun mi tocchi, libera farmi al mio Cesare parve” in Wyatt

Il petrarchismo fu introdotto in Inghilterra dal poeta inglese Wyatt negli anni ’10 del ‘500. Questi dedicherà la traduzione inglese del sonetto ad Anna Bolena. Si vociferò di una relazione tra Anna e il poeta inglese, il quale era cresciuto nel castello di Allington, Kent, nelle immediate vicinanze del castello di Hever, tenuta di campagna di famiglia di Anna, dove questa avrebbe trascorso non solo le estati. Il nipote del poeta, sosteneva che la donna protagonista del sonetto Whoso list to hunt (traduzione e rilettura del sonetto petrarchesco Una candida cerva sopra l’erba) fosse proprio la Bolena, qui descritta come irraggiungibile e appartenente al re. Infatti la regina d’Inghilterra possedeva una collana con la scritta in italiano “Nessun mi tocchi. Libera farmi al mio Cesare parve”. Cesare stavolta rappresenta Enrico VIII. Questo è il segno di come il sonetto era divenuto paradigmatico anche tra i reali.

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